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Il salone del libro 2013

[Enrico Gregorio] 

Per senso pratico ho evitato il live tweeting,

perché secondo me il live tweeting

è utile e bello come ascoltare attraverso una parete

due che fanno sesso.

Il vero problema del salone del libro è che prima o poi qualcuno ti pesta un piede.

Sono partito con le idee chiare. Vai là, senti cose immonde, vedi cose orribili e poi le spiattelli, senza remore. Per amore della verità, con il furore di chi scaccia i mercanti dal tempio. E’ lo spirito con cui sono andato al salone del libro (#Salto13) accompagnato da due amici: zaini, domenica e clima da gita scolastica. E per senso pratico ho evitato il live tweeting, perché secondo me il live tweeting è utile e bello come ascoltare attraverso una parete due che fanno sesso.

Solo che poi mi sono perso. Caotico e immenso, una volta di più. Troppi input, davvero, troppo difficile per me rimanere concentrato.

Dopo una fila di un quarto d’ora, all’infopoint mi hanno dato la mappa e ho rifiutato il programma. L’idea di mettermi a scorrere l’elenco non mi va, così andiamo dentro guidati solo dall’ispirazione.

Il primo stand è quello di Logos Edizioni. Dove, mentre sfoglio alcuni volumi, una dell’assistenza mi sussurra che su tutti i libri è applicato lo sconto del venti percento. La ringrazio e sorrido. Cerco di non guardare per troppo tempo di fila le copertine di alcuni album di foto e arte erotica. Tocco un’edizione in volume doppio sulla Lomografia (Lomo Mania) con il sottotitolo “il futuro è analogico”. Sollevo un sopracciglio. Io sono per il digitale: funzionale, semplice e economico. Mi domando quanto possa costare 50’s Decorative Art e cerco di calcolare a mente il venti percento di dodici euro: il prezzo di Leggere l’Architettura.

Un distratto passante mi pesta un piede, ne schivo un altro a cui sto per dare una spallata. Un mio amico mi indica il pupazzone della mascotte delle guide for dummies. Adocchio lo stand della Feltrinelli ed entro dentro, concludendo in modo quasi definitivo che il venti percento di dodici è due virgola quaranta. Quindi il libro Leggere l’Architettura costa nove e sessanta. “Però!”,  esclamo.

Lo stand della Feltrinelli è un formicaio. Non ci si può spostare senza urtare qualcuno. Almeno io non ci riesco. E portare lo zaino non semplifica le cose. Ogni volta che mi volto lo zaino si scontra con qualcuno, rendendomi protagonista di gag fantozziane. Mi scuso diverse volte e mi lascio stoicamente pestare un piede. Io e i miei amici constatiamo a grugniti e versi la bellezza della ragazza alla cassa principale.

Alla Minimum Fax soppeso un’ultima uscita che sembra interessante e molto americana: E’ il tuo giorno, Billy Lynn! di Ben Fountain. Scopro che non manca molto all’uscita di Dieci Dicembre di George Saunders, e nemmeno tanto a La vita in città di Donald Barthelme. Bello.

Vedo pure Paolo Cognetti, in veste di semplice visitatore, di passaggio. Per un attimo penso di chiedergli un autografo, poi una voce dentro mi dice che era cosa frivola.

Faccio due parole allo stand di Round Robin dove compro Cose che puoi fare con un barattolo di zuppa Campbell, di Brock Adams che cercavo da mò. Mi hanno scontato tre euro, ancora più gentili.

Scopro che quelli di Mattioli 1885 hanno un catalogo davvero interessante con ampia scelta di Twain e Conrad.

Ho sfogliato con curiosità Ice haven di Daniel Clowes.

Poi che ho fatto, ah già! All’Adelphi una sorridente ragazza mi indica dove posso trovare i libri di Robert Walser, ma mi sono dimenticato di cercare Ennio Flaiano. Poi sento un uomo alle mie spalle raccontare la trama di un libro di Borges a una donna. Allora mi volto e vedo lei passare un indice su alcuni libri e dire che si lascia anche sedurre dalle copertine. Grandioso.

Sì perché il salone è anche pieno di artisti e esteti. Impermeabili, occhiali e “i libri cartacei non tramonteranno mai”. Persone che si lasciano sedurre. Che amano i libri non solo come mezzo ma anche come oggetto d’arte: persone che ti fanno passare la voglia di leggere. Molti dei quali con lo spensierato senso dell’umorismo dei pompieri di Fahrenheit 451. Individui che prima o poi consulteranno una Moleskine, “l’agenda utilizzata da Hemingway”.

L’effetto Salone è un po’ l’effetto outlet, dove trovi tutto tranne quello che cerchi. E dopo due ore di giri random non ti ricordi più che ci fai lì dentro e se davvero hai qualcosa in comune con l’umanità circostante.

Più tardi parlo con un addetto con barba accademica e giacca di tweed al punto Einaudi. Noto sugli scaffali le prestigiose edizioni dei Millenni (ho visto la monumentale Port Royal di Sainte-Beuve ma mi dimentico di cercare le Memorie d’oltretomba di Chateaubriand e Viaggio in oriente di Nerval) gli domando perché le Memorie di Saint Simon sono fuori stampa. La logica risposta è che edizioni come quelle vengono riproposte ciclicamente a seconda se esiste o meno una domanda insistente da parte del pubblico. Quindi chissà.

Una volta fuori, affamato e stanco, vedo Silvia Vada con una troupe di Studio Aperto che si accinge a registrare un servizio. Stiamo lì nei paraggi per mezz’ora buona a aspettare di vedere le riprese. E giuro, lei ha avuto un’espressione sghemba, come avesse pestato qualcosa di sgradevole, per tutto il tempo. Ma, attenzione, non sto dicendo che dipenda da qualche intervento di chirurgia estetica andato a male. Vorremmo urlarle qualche insultone pesante tipo: se continuate così non lo vincerete mai il Pulitzer, ma alla fine invece stufi e annoiati ce ne andiamo.

Ore dopo mi sono dato una manata sulla fronte rendendomi conto di non essere stato allo stand Einaudi e Mondadori. Peccato. Mi è anche spiaciuto essermi dimenticato di comprare le raccolte di Paolo Zardi e Alice Malerba. Tutta colpa dell’effetto outlet. Invece Alejandro Zambra avrei voluto andare a sentirlo, ma poi all’ultimo ho cambiato idea.

Andare al #SalTo è come riconoscersi in uno specchio troppo preciso; capirlo e definirlo, trarne qualche conclusione, invece, per me è come cercare di aprire un barattolo dal lato sbagliato.

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Incipit: Nel paese della persuasione

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Per una simpatica coincidenza urbana, le ultime due case della nostra strada erano abitate da vedove che avevano perso i mariti nei pogrom dell’Europa orientale. Papà le chiamava le polacche. Chiamava polacchi tutti i bianchi con l’accento straniero. Quando ne incontrava una, la salutava storpiando la parola porta in polacco. Nessuna delle due polacche veniva davvero dalla Polonia, però erano educate, così quando papà diceva <<porta>> loro gli rispondevano cordiali, come se non avesse la sbronza perenne.

 George Saunders, incipit dal racconto “Polacche”, in Nel Paese Della Persuasione, Minimum Fax 2010.

Incipit suggerito da Enrico Gregorio.

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Isaak Babel

[Enrico Gregorio]

Se prima di nascere mi avessero lasciato scegliere chi diventare, avrei desiderato essere un cosacco. Il terrore di ogni dove nella steppa, uno che incendia interi villaggi, ruba, sciabola e fugge a cavallo nella notte. Niente ipod, barrette di cioccolato o vacanze in spiaggia, niente banalità o considerazioni sul meteo in centoquaranta caratteri.

Un cosacco come quelli dei racconti di Isaak Babel, quelli de L’Armata a Cavallo pubblicati nel 1924 in Unione Sovietica. Questi racconti parlano con vivo lirismo della crudeltà della guerra e di chi è costretto a combatterla. Promettente scrittore Babel, sotto consiglio di Gorkij (che aveva creduto da subito nel talento dell’Ucraino), partì come ufficiale al seguito di una compagnia di cavallerizzi cosacchi per ampliare il suo ventaglio di esperienze. La guerra di cui stiamo parlando è quella scoppiata tra bolscevichi e polacchi, che nel 1920 cercarono di espandere i propri confini nazionali invadendo Kiev.

Il quadro che ne uscirà è nei racconti-miniatura con stile conciso ma poetico, che non fa alcuna apologia della violenza, e denuncia l’insensatezza di qualsiasi conflitto, senza preoccuparsi di essere “politico”. Forse se si fosse preoccupato di più di essere politico non sarebbe finito male, uomo sequestrato dalla polizia segreta con accuse inesistenti e scrittore il cui volto è stato pixelato dalla censura di regime.

Uno dei miei preferiti di questa raccolta è Priscepa, dal nome del protagonista, dove la concisione dello scrittore (ammirata da Hemingway) trova uno dei suoi vertici. Inutile farla tanto lunga (Babel ci avrebbe sicuramente messo di meno) parla di un cosacco, un giovane fuggito dal suo villaggio che i viene descritto con breve efficacia, pochi dettagli visivi che rimangono in testa. Meglio ancora quando si tratta del suo carattere, Priscepa è: “Furfante instancabile, comunista espulso, futuro ricettatore, sifilitico spensierato e bugiardo paziente”. Babel è tanto generico quanto affascinante del disegnare un tratto che emana una luce tremante, dai contorni approssimativi, ma intensa. Trasforma Priscepa in un personaggio epico e immortale.

Chi è Priscepa? Priscepa è un cosacco del Kuban che ha disertato i bianchi, diserzione pagata a prezzo della vita dai suoi genitori. Ma al momento del rovesciamento della situazione politica tocca a Priscepa vendicarsi, e proprio questo ci racconta Babel, in due paginette due. Miscelando tutto con quell’aura favolosa che è solo sua, che si lega ai racconti yiddish e alle iperboli di un altro suo conterraneo: Gogol.

Nella scia di Maupassant, più che di Cechov come potrebbe venire da pensare, Babel costruisce precise miniature ricche di dettagli visivi e di fioriti slanci poetici: “L’incendio raggiò come una domenica”.

Ma mi piacciono anche i suoi primi racconti, quelli pubblicati tra il 1915 e 1918 ambientati nella sua città natale, Odessa, dove racconta episodi curiosi, momenti quotidiani di questa città multietnica e dei personaggi che la animano. Legati in parte a una concezione più arcaica del racconto, narra riprendendo le storie corali, lo straordinario, il fantastico. Ma anche a frammenti della sua vita personale (da leggere assolutamente Infanzia dalla nonna) cronaca in prima persona di uno scolaro che passa il pomeriggio dalla nonna tra lezioni di violino e studio.

A questo periodo appartiene Mamma, Rimma e Alla, anche questo davvero bello, qui si racconta di una donna che affitta camere della propria casa e delle sue due giovani figlie, di cui una decide di andarsene dal tetto famigliare. Mancano i soldi, gli affittuari si lamentano del servizio in un crescendo lento ma costante come le barre di caricamento che compaiono sugli schermi dei pc.

Isaak Babel nella sua scrittura fonde la tradizione con formato più occidentale, senza snaturare la sua identità di ebreo di Odessa, e filtra il mondo attraverso la sua soggettività. Tra i nostri contemporanei è ammirato anche da George Saunders, scrittore edito in Italia da Minimum Fax (vedi Nel Paese Della Persuasione), che nei suoi racconti satireggia la cultura dell’immagine americana (tra l’altro occhi aperti perché nel 2013 uscirà una sua nuova raccolta).

Babel, classe 1894, verrà arrestato nel maggio del 1939, durante le grandi purghe Staliniane, gli verrà estorta una confessione falsa e sarà fucilato nel gennaio del 1940. Fino alla morte di Stalin, e al riconoscimento dell’innocenza di molti prigionieri politici uccisi ingiustamente, la versione ufficiale lo voleva morto di stenti in un gulag nel 1941. La sua vedova (classe 1909) Antonina Pirozhkova lascia questa terra crudele nel 2010.

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Consigli di lettura #7 “Il nuovo conformismo”

Saccenti consigli di lettura che suonano come un –ve l’avevamo detto-

 

C’ è una stagione non scritta sul calendario che prima o poi arriva in ogni film o serie televisiva. E anche nella realtà arriva per ogni persona il momento di farsi scura in volto, di alzarsi dal tavolo al quale era seduta e andare alla finestra a rimuginare.

A me è capitato l’altro giorno. Stavo sfogliando La Lettura (#9 Domenica 15 gennaio 2012), il nuovo inserto del Corriere della Sera che si occupa di cultura. Ero seduto al tavolo, quando inizio a leggere “Cancellare i Ricordi: il Tormento e il Dilemma” di Chiara Lalli.

Una breve colonna in cui la Lalli scrive a proposito del libro Memory di Alison Winters che spiega come vengono immagazzinati ricordi e come eventualmente potrebbero essere rimossi. Tipo da un Ipod. Quindi ipotizza che in un futuro non troppo lontano, un futuro senza cyborg e senza navi volanti per come stanno andando le cose, sarà possibile eliminare i ricordi.

Da questo spunto l’autrice si domanda quali usi se ne potrebbe fare. Perché non rimuovere tutti quegli amori sbagliati, si chiede. O per lo meno farne un uso molto più nobile: come cancellare  ricordi traumatici dei soldati tornati dai conflitti bellici. In questo “magari” avremmo ex  soldati che riescono a tornare a una vita normale dopo una guerra. Come se, anziché a sparare fuori da una torretta in Iraq, fossero stati dal gommista. Scrive:” La Reazione emotiva connessa a un evento traumatico può diventare un eterno e ossessivo presente, con effetti invalidanti.”

E’ stato a questo punto che ho sentito il bisogno di andare alla finestra a fare MUMBLE MUMBLE. Non metto in dubbio la bontà della Lalli che ha sicuramente scelto questo affascinante argomento per stimolare il lettore a farsi delle domande e immaginare scenari possibili. Tipo: in quest’ottica che ne sarebbe stato di Proust? Lo avrebbero fatto sdraiare su un lettino da dentista, gli avrebbero messo un cavetto usb dietro la nuca e anziché ricordarsi di quando aspettava la mamma nel letto per farsi rimboccare le coperte gli avrebbero sparato un po’ di ricordi virili. Ricordi tipo quella volta che si era sbucciato le ginocchia cadendo in bici o di quando nel cortile della scuola aveva vinto la gara di sputi.

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