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Personaggi precari

[Enrico Gregorio]

personaggi

Si fa presto a dire epigrammi. Ho letto una recensione che ha tirato in ballo epigrammi e aforismi. Ma no invece, manco per idea. Perché se sì, è vero che la lunghezza è quella di aforismi o degli epigrammi, la forma è ben diversa. Personaggi precari vede la luce sul web nel 2004, diviene libro nel 2007 (dopo aver vinto il concorso per inediti della RGB edizioni), approdata sul Corriere Fiorentino, viene tradotto dal poeta Linh Dinh e arriva oggi, nella selezione dell’editore Voland (152 pagine, 13 euro). Selezione perché di fatto nella sua forma più estesa conta tra editi e non settemila personaggi.

La precarietà del titolo è squisitamente narrativa e non ha a che vedere con carotaggi sociali o sezioni generazionali a fetta di torta. Perché ogni personaggio è frammentato, un dialogo, una battuta, un elenco. Stop. Questa caratteristica fa sì che non ci si riferisca a una realtà o un’umanità chiusa, ma un insieme aperto di modi di raccontare, rendendo Personaggi precari un po’ un libro per narratori. La narrativa canonica si preoccupa di darci personaggi fitti, dettagli visivi, umani, creando cumuli poco comunicativi e che dimentichiamo appena voltata la pagina. Sappiamo qualcosa di un personaggio quando parla, o quando leggendo colmiamo i suoi vuoti con l’immaginazione.

In Personaggi precari ogni personaggio è un pezzo di un puzzle diverso. Questo fa sì che non tutti gli episodi siano riusciti, ma quando funzionano, funzionano a dovere.

Tipo: 

Lutetia– “Ti ho scritto una lettera… Però la leggiamo insieme!”

Giuseppe– Pensa che sarebbe bello avere ricordi tipo di battute di pesca in Jugoslavia.

 Questi sono solo alcuni dei più sintetici, ci sono pure dialoghi, domande, affermazioni, monologhi; di tutto. Sembra un La Bruyere, senza spirito edificante, all’epoca dello stream of consciousness.

Raoul Bruni, autore della postfazione, cita diversi predecessori illustri, io aggiungerei sempre nella scia della prosa frammentaria, Carlo Dossi e alcune parti di Fratelli d’Italia di Arbasino. Autori che hanno fatto dello sperimentalismo la loro peculiarità, diventando più che classici, eterni irregolari. E infatti più che da leggere (come si fa per i classici) Personaggi precari, con i suoi ritratti fulminei,  è un libro da consultare e in questo sì ha qualcosa in comune con le opere degli aforisti.

Vanni Santoni, Personaggi precari, Voland, 2013.

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Una vita tra i margini

[Enrico Gregorio]

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Non avrà la perfezione grafica di tanti manga odierni, ma non ne ha bisogno.  Una vita tra i margini di Yoshiro Tatsumi (1935) è la storia semi autobiografica, scritta in undici anni, di Hiroshi, un ragazzo che cresce nella Osaka sfigurata dalla seconda guerra mondiale. E così, mentre il Giappone percorre il lento cammino per risollevarsi e il suo popolo cerca di recuperare la perduta armonia, il giovane Hiroshi intraprende la sua via nel mondo dei manga.

Quello che rende coinvolgente questo manga di ottocentotrentadue pagine è la spontaneità con cui è raccontato, dove con grazia vengono rappresentati momenti apparentemente secondari e tensioni sotterranee.

Tutto ha inizio con la passione di Hiroshi e suo fratello maggiore Okichan per i manga a prestito, usanza frequente nel Giappone del dopoguerra dove esistevano molti negozi nei quali era possibile prendere in prestito manga e libri per pochi soldi. I due, spinti da una sana competizione, disegnano manga (che erano solo sketch di poche vignette a sfondo comico, spesso slapstick) e li inviano alle riviste, dove i migliori vengono pubblicati.

In breve tempo Hiroshi riesce a migliorare facendosi un nome. Assieme a altri giovani appassionati formerà un gruppo di promozione manga, poi entrerà in contatto con diversi editori e da lì pubblicherà i suoi primi lavori.

Questa è solo la premessa della nascita del genere manga gekiga, ad opera di Tatsumi e alcuni altri, ovvero fumetti per adulti adeguati alle ambizioni artistiche e narrative dei loro autori. In principio i manga erano infatti opere di semplice intrattenimento, canonizzati in rigide regole; Tatsumi sarà uno dei primi riformatori del fumetto giapponese. Lo farà, come i suoi colleghi coetanei, avvicinandosi al realismo e prendendo ispirazione dalle tecniche narrative del cinema (soprattutto il noir e l’hard-boiled; molte storie sono infatti assassinii o rapine). Il libro sa rendere bene il clima di entusiasmo pioneristico di questi disegnatori, nonostante in alcuni casi la società abbia dato una connotazione negativa al termine gekiga. Come Tatsumi sottolinea più volte, i gekiga verranno spesso colpevolizzati di avere una cattiva influenza su giovani.

In alcuni passaggi Tatsumi, attraverso il protagonista Hiroshi, si preoccupa di spiegare come cercava di migliorare la sua tecnica narrativa. Ispirato dal dinamismo di Tezuka (l’autore del celebre Astroboy, ma anche MW), Hiroshi usa soluzioni grafiche che creano una sequenza di fotogrammi e trasmettono una tensione nervosa nuova per il mondo dei manga. Proprio come nelle prime pagine di Black Blizzard (Tempesta nera, verrà pubblicato entro la fine dell’anno sempre da Bao), celebre successo di Tatsumi e suo primo graphic novel, dove con un gioco di inquadrature cinematografiche ci viene mostrato l’arresto del protagonista. Per spiegare bene l’influenza del noir sul gekiga basta raccontare la trama di Black Blizzard: un pianista incolpato di un omicidio viene arrestato e ammanettato assieme a un noto criminale, ma durante il trasferimento una tempesta farà deragliare il treno sul quale viaggiano, dando loro l’occasione di fuggire.

E qui veniamo a un altro punto fondamentale della narrativa di Tatsumi: il saper caratterizzare i personaggi e, meglio ancora, rappresentarne il miscuglio di pregi e difetti senza pregiudizi. Così la gelosia del fratello maggiore di Hiroshi, il rapporto consumato dei suoi genitori, e il suo stesso rapporto con le donne ci viene mostrato con eleganza e sobrietà, con profondità, ma senza spettacolarizzazioni o psicologismi. Per fare un parallelo cinematografico, basta pensare ai primi film di Ermanno Olmi.

Nel momento in cui cercavo di creare una qualsiasi trama, mi sentivo perso.”

Una vita tra i margini, è anche la storia della mania di raccontare, di una fissazione talmente potente che anche quando taglia fuori dal mondo è impossibile abbandonare.

Un graphic novel fondamentale. Il merito va all’editore Bao Publishing (e alla traduttrice Rosamaria Pavan) di Milano. E ancora più a monte a Adrian Tomine che ha fatto riscoprire in occidente Tatsumi, e che tra l’altro ha curato e organizzato il layout delle pubblicazioni di Tatsumi per l’editore canadese Drawn and Quarterly.

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Il salone del libro 2013

[Enrico Gregorio] 

Per senso pratico ho evitato il live tweeting,

perché secondo me il live tweeting

è utile e bello come ascoltare attraverso una parete

due che fanno sesso.

Il vero problema del salone del libro è che prima o poi qualcuno ti pesta un piede.

Sono partito con le idee chiare. Vai là, senti cose immonde, vedi cose orribili e poi le spiattelli, senza remore. Per amore della verità, con il furore di chi scaccia i mercanti dal tempio. E’ lo spirito con cui sono andato al salone del libro (#Salto13) accompagnato da due amici: zaini, domenica e clima da gita scolastica. E per senso pratico ho evitato il live tweeting, perché secondo me il live tweeting è utile e bello come ascoltare attraverso una parete due che fanno sesso.

Solo che poi mi sono perso. Caotico e immenso, una volta di più. Troppi input, davvero, troppo difficile per me rimanere concentrato.

Dopo una fila di un quarto d’ora, all’infopoint mi hanno dato la mappa e ho rifiutato il programma. L’idea di mettermi a scorrere l’elenco non mi va, così andiamo dentro guidati solo dall’ispirazione.

Il primo stand è quello di Logos Edizioni. Dove, mentre sfoglio alcuni volumi, una dell’assistenza mi sussurra che su tutti i libri è applicato lo sconto del venti percento. La ringrazio e sorrido. Cerco di non guardare per troppo tempo di fila le copertine di alcuni album di foto e arte erotica. Tocco un’edizione in volume doppio sulla Lomografia (Lomo Mania) con il sottotitolo “il futuro è analogico”. Sollevo un sopracciglio. Io sono per il digitale: funzionale, semplice e economico. Mi domando quanto possa costare 50’s Decorative Art e cerco di calcolare a mente il venti percento di dodici euro: il prezzo di Leggere l’Architettura.

Un distratto passante mi pesta un piede, ne schivo un altro a cui sto per dare una spallata. Un mio amico mi indica il pupazzone della mascotte delle guide for dummies. Adocchio lo stand della Feltrinelli ed entro dentro, concludendo in modo quasi definitivo che il venti percento di dodici è due virgola quaranta. Quindi il libro Leggere l’Architettura costa nove e sessanta. “Però!”,  esclamo.

Lo stand della Feltrinelli è un formicaio. Non ci si può spostare senza urtare qualcuno. Almeno io non ci riesco. E portare lo zaino non semplifica le cose. Ogni volta che mi volto lo zaino si scontra con qualcuno, rendendomi protagonista di gag fantozziane. Mi scuso diverse volte e mi lascio stoicamente pestare un piede. Io e i miei amici constatiamo a grugniti e versi la bellezza della ragazza alla cassa principale.

Alla Minimum Fax soppeso un’ultima uscita che sembra interessante e molto americana: E’ il tuo giorno, Billy Lynn! di Ben Fountain. Scopro che non manca molto all’uscita di Dieci Dicembre di George Saunders, e nemmeno tanto a La vita in città di Donald Barthelme. Bello.

Vedo pure Paolo Cognetti, in veste di semplice visitatore, di passaggio. Per un attimo penso di chiedergli un autografo, poi una voce dentro mi dice che era cosa frivola.

Faccio due parole allo stand di Round Robin dove compro Cose che puoi fare con un barattolo di zuppa Campbell, di Brock Adams che cercavo da mò. Mi hanno scontato tre euro, ancora più gentili.

Scopro che quelli di Mattioli 1885 hanno un catalogo davvero interessante con ampia scelta di Twain e Conrad.

Ho sfogliato con curiosità Ice haven di Daniel Clowes.

Poi che ho fatto, ah già! All’Adelphi una sorridente ragazza mi indica dove posso trovare i libri di Robert Walser, ma mi sono dimenticato di cercare Ennio Flaiano. Poi sento un uomo alle mie spalle raccontare la trama di un libro di Borges a una donna. Allora mi volto e vedo lei passare un indice su alcuni libri e dire che si lascia anche sedurre dalle copertine. Grandioso.

Sì perché il salone è anche pieno di artisti e esteti. Impermeabili, occhiali e “i libri cartacei non tramonteranno mai”. Persone che si lasciano sedurre. Che amano i libri non solo come mezzo ma anche come oggetto d’arte: persone che ti fanno passare la voglia di leggere. Molti dei quali con lo spensierato senso dell’umorismo dei pompieri di Fahrenheit 451. Individui che prima o poi consulteranno una Moleskine, “l’agenda utilizzata da Hemingway”.

L’effetto Salone è un po’ l’effetto outlet, dove trovi tutto tranne quello che cerchi. E dopo due ore di giri random non ti ricordi più che ci fai lì dentro e se davvero hai qualcosa in comune con l’umanità circostante.

Più tardi parlo con un addetto con barba accademica e giacca di tweed al punto Einaudi. Noto sugli scaffali le prestigiose edizioni dei Millenni (ho visto la monumentale Port Royal di Sainte-Beuve ma mi dimentico di cercare le Memorie d’oltretomba di Chateaubriand e Viaggio in oriente di Nerval) gli domando perché le Memorie di Saint Simon sono fuori stampa. La logica risposta è che edizioni come quelle vengono riproposte ciclicamente a seconda se esiste o meno una domanda insistente da parte del pubblico. Quindi chissà.

Una volta fuori, affamato e stanco, vedo Silvia Vada con una troupe di Studio Aperto che si accinge a registrare un servizio. Stiamo lì nei paraggi per mezz’ora buona a aspettare di vedere le riprese. E giuro, lei ha avuto un’espressione sghemba, come avesse pestato qualcosa di sgradevole, per tutto il tempo. Ma, attenzione, non sto dicendo che dipenda da qualche intervento di chirurgia estetica andato a male. Vorremmo urlarle qualche insultone pesante tipo: se continuate così non lo vincerete mai il Pulitzer, ma alla fine invece stufi e annoiati ce ne andiamo.

Ore dopo mi sono dato una manata sulla fronte rendendomi conto di non essere stato allo stand Einaudi e Mondadori. Peccato. Mi è anche spiaciuto essermi dimenticato di comprare le raccolte di Paolo Zardi e Alice Malerba. Tutta colpa dell’effetto outlet. Invece Alejandro Zambra avrei voluto andare a sentirlo, ma poi all’ultimo ho cambiato idea.

Andare al #SalTo è come riconoscersi in uno specchio troppo preciso; capirlo e definirlo, trarne qualche conclusione, invece, per me è come cercare di aprire un barattolo dal lato sbagliato.

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I soliti regali

[Enrico Gregorio]

“Dov’è il telecomando?”

“Era sul divano. Sposti sempre tutto come faccio a saperlo?”

La prima domanda era sempre esplorativa, un anticipo, le prime gocce di un monsone emotivo. Ciclico, periodico: tanto prevedibile quanto repentino. Ci andava tanta pazienza. Maria Carla affondò le mani nell’acqua calda del lavabo, sotto un velo di schiuma esausta. Si sentì solo il rumore ovattato di un tazzone o un bicchiere che urtò il fondo del lavandino, lento e distante come il rimescolare di alcuni suoi pensieri al lavoro in backup dopo quella sua domanda.

Lei era un infermiera nel suo giorno libero, lui il geometra di una ditta di prefabbricati. In salotto le foto scattate nel giardino dei suoi di lei il giorno delle nozze, dimostravano che il tempo proseguiva disgiunto, come su un cubo Rubik. Valeva per gli anni, valeva per le settimane. Generalmente, il sabato, Franco si sedeva sul divano e iniziava un insoddisfatto zapping.

“Gesù che cazzate che danno. Ti credo che ‘sti giovani son tutti citrulli”

“E tu che la accendi a fare?”

“Non si sa mai”

“Non ti fai un sonnellino?”, gli chiedeva lei dalla cucina.

Lui, appena steso sul divano, si rialzava orgoglioso e le rispondeva:

“No no per carità, oggi non ho proprio voglia”.

Lei insisteva e più insisteva più lui voleva essere attivo. Allora iniziava a sciabattare avanti e indietro.

“Dov’è Mirko?”

“Uscito”

“Di già? Ma ha preso la macchina?”

“Sì”

“Orco Giuda, poteva almeno chiedere. Invece no, uscito alla chetichella, malfidato”

“Perché se ti chiedeva sapeva che gli dicevi no. E’ sabato pomeriggio, è giovane, ha la patente lo sai; si vede che ci teneva a usarla. Mica può usare il motorino a vita”.

Lui lascia affondare l’affermazione in un pantano di grugniti.

Mancavano due giorni al compleanno di Franco. Vecchia tradizione era nascondergli i regali in posti insoliti: Mirko da piccolo ci si divertiva un casino e lui pure. Ora Mirko era grande ma lui continua a farseli nascondere; per questi atteggiamenti lei si chiedeva spesso chi era l’uomo che aveva sposato.

Era aprile e c’era uno di quegli sbalzi irregolari della temperatura per cui i conduttori meteo incolpavano l’alta pressione. Era il primo pomeriggio e c’erano almeno ventiquattro gradi.

 Franco si aggira quasi furtivo per la loro camera da letto, al piano di sopra. Apre un cassetto, muove vecchi oggetti conosciuti e lo richiude. Sta con l’orecchio teso, sente il rubinetto del lavandino che tira acqua: lei è ancora in cucina. Bene, ha ancora tempo. Guarda sotto il letto e nel cassettone del comò. Niente. Fruga con la grossa mano aperta, violando l’intima oscurità dei cassetti. Ma non trova ciò che cerca. Apre le antine dell’armadio, scosta alcuni vestiti appesi che gli strusciano con lasciva leggerezza sul muso. Si ferma. Crede di aver sentito dei passi sulle scale. Rimane teso in ascolto. Falso allarme. Sposta delle scatole da scarpe impilate. Ne sposta una, quella in cima, ne sposta un’altra e la terza, dal peso innaturale. Non può contenere due scarpe: è troppo leggera. La apre e ci trova dentro una scatola impacchettata in un carta azzurra. E invece di essere irritato di trovare una scatola dentro un’altra scatola sorride e la prende. La soppesa, vorrebbe aprirla, ma non ha nulla per tagliare la carta. E in quel momento visualizza mentalmente il taglierino dentro al porta matite nero, accanto al telefono, al piano di sotto.

 Maria Carla contempla il giardino pulendo la caffettiera da quattro, chiedendosi se sia il caso di comprare già i gerani, quando entra Franco.

“La scatola azzurra, nell’armadio?”

“Che?”

“Cosa c’è dentro?”

“Ah Franco davvero, no non è quello che pensi”

“Ma se è chiusa sigillata”

“Sono calze ok? E non ficcare più il naso in aree che non sono di tua competenza. Piuttosto più tardi, quando farà meno caldo, me la passi la motoretta nell’orto, così magari piantiamo le patate”

“Ah. E la valigetta rossa che hai messo sopra il forno? Ti ho vista che la portavi in casa di nascosto l’altro giorno”

“No Franco no. Nemmeno quello. Ma Dio mio, mi pare che hai sei anni, hai sei anni?”

“Ma no, no era tanto per. Già non potrò mangiare la torta, almeno un po’ di divertimento”

“Ci mancherebbe, hai sentito il medico. E poi tu che spii, ho visto che manca della cioccolata: sei stato tu?”

“Ma no, sarà stato Mirko”

“Mirko mi ha detto che lui non è stato”

Azzoppato anche su questo fronte, e umiliato dalla requisitoria, Franco esce fuori in giardino e va a sferragliare nel garage per tirare fuori la motozappa. Il taglierino è ancora nel portamatite, intatto. Maria Carla finisce di asciugarsi le mani e lancia un’occhiata a dove, pensando di non essere vista, ha posato la valigetta rossa giorni prima.

Maria Carla dal piano di sopra riempiendo la lavatrice lo guarda dalla finestra, in canottiera, spingere avanti e indietro la motoretta. Lo osserva arrancare nella terra mossa, sudato e fiacco; e scuote la testa. Lei gli aveva detto più tardi.

Impegnato in quel lavoro ripetitivo Franco immagina che dopotutto Mirko potrebbe essere andato proprio a comprargli il regalo. E si sente nella mano il peso eccessivo della costosa penna regalatagli l’anno prima; si augura qualcosa di meglio.

Terminato l’orto Franco rientra e si prende una bottiglia di acqua gasata dal frigo. Lei gli dice che se è troppo bagnato di sudore sopra ci sono delle canottiere appena stirate e di non tenersi addosso solo la canottiera zuppa che si beccava un accidenti. Dopo la bevuta Franco passa davanti al telefono, vede il taglierino, lo sfila senza far rumore e se lo infila in tasca. Sale delicatamente le scale e entra in camera da letto. Lei è in salotto in piedi davanti all’asse da stiro, la tv è accesa su un programma che vorrebbe vedere senza interruzioni. Franco apre l’armadio e prende le prime due scatole da scarpe della pila e le mette da una parte. Prende la terza scatola, sempre leggera come prima, la apre con una mano, mentre con l’altra cerca il taglierino in tasca; ma tolto il coperchio vede che il pacchetto blu è assente. Cerca lì intorno.

Franco entra in salotto, guarda l’orologio appeso alla parete e poi sua moglie.

Lei senza alzare lo sguardo dall’asse gli dice:

“No, adesso no che ho da fare”

“Non c’è più”, dice lui.

“Cosa?”

“Il pacchetto azzurro, non c’è più: l’hai spostato”.

Un breve silenzio, lei alza il ferro da stiro e lo posa sull’asse, guarda la camicia che sta stirando e poi punta gli occhi su Franco: lo fissa, muta, esprimendo una lunga sequenza di punti di sospensione. Dopo poco, vedendo che lui non dice nulla, sbotta:

“Sì, Franco sì, l’ho spostato, va bene? Ho spostato il pacchetto blu. So dove vuoi arrivare, e te lo ripeterò un ultima volta: sono calze, collant, ok? La commessa me le ha impacchettate”.

Franco è a un bivio decisionale, tenuto all’oscuro dalla sua espressione facciale sempre identica.

Sentono la porta aprirsi. Nessun annuncio, niente campanello, niente toc toc. Si voltano e nel vano della porta appare Mirko, ha un graffio superficiale rosso lungo un braccio e in una mano stringe il giubbotto di jeans scuro.

“Non ti abbiam sentito arrivare”, dice lei.

“Eh”, le risponde.

C’è un mutismo irreale rotto solo da un personaggio televisivo che in certi casi dice qualcosa di imbarazzante. Di colpo Maria Carla chiede a Mirko che ha combinato, dopo avergli visto il braccio.

Mirko racconta di un coniglio o forse un cane o una volpe non lo so, gli attraversa la strada la macchina sbanda, lui lo vede sterza, alla fine finisce in un fosso.

“Ma perché non hai telefonato?”, chiede lei, “Dov’è la macchina? Ma quanto facevi? Criminale, potevi ammazzarti”.

Mirko dice di non aver telefonato per non spaventarli.

“Bella roba perché così invece va bene!”, urla Franco, diverse vene del collo gli si ingrossano. Se il medico fosse presente in quel momento farebbe segno di no con la testa.

Mirko senza badare a suo padre continua, rassicurandoli che la macchina l’ha aiutato a tirarla fuori un contadino lì vicino e ora è nel suo cortile. Aggiunge che lei non si è fatta nulla.

“Lei chi? Gesù, chi c’era in macchina, se non sai guidare non caricare nessuno che è meglio”, dice lui mentre Maria Carla gli esamina il braccio. Se ci fosse il medico ora si assicurerebbe di avvolgere la macchinetta della pressione intorno al braccio sinistro di Franco e pomperebbe di buona lena, tenendo d’occhio l’orologio.

Mirko cerca di rassicurare il padre: il contadino gli ha detto che per lui non c’erano problemi e potevano andare a trainarla via quando volevano. “Ah perfetto !”, urla Franco: in situazioni come quelle riesce solo a essere sarcastico. Se ci fosse il medico ora gli consiglierebbe di rilassarsi, contare fino a dieci e fare lunghi respiri come gli aveva mostrato.

Franco è arrabbiatissimo e gli sembra stiano estraendo tutto l’ossigeno buono dalla stanza. Gli sembra siano tutti, tutti tutti contro di lui. Suda pure freddo. Maria Carla sta finalmente per esprimersi quando Franco sente un famigliare dolore al braccio sinistro, poi su fino alla mascella e un poco alle spalle. E un crampo al cuore. Il medico ora direbbe “inevitabile” sollevando gli occhi al soffitto.

Franco cade in avanti e Mirko si mette a urlare di paura, “Oddio, oddio di nuovo!”, e arretra di diversi passi.

Maria Carla si precipita su Franco. Lo volta e gli sfila la canottiera. Mirko ha i brividi e piagnucola “è colpa mia cazzo”. Lei cerca di prendergli le pulsazioni dal polso, ma la linea è muta. Maria Carla corre in cucina dove prende una valigetta rossa da sopra il forno. Mirko è una fontana di lacrime.

Maria Carla si china accanto a Franco. Apre la valigetta che si rivela essere un defibrillatore semiautomatico. Inserisce quella che a Mirko sembra una cartuccia nel defibrillatore e poi da una busta sigillata estrae gli elettrodi adesivi. Poi accende l’arnese, che si sveglia con alcuni bip di resistenza, applica gli elettrodi adesivi su Franco: in modo da creare una diagonale immaginaria, partendo dal fianco e arrivando alla spalla. Collega i cavi al defibrillatore. Il defibrillatore con la voce saccente dei gps constata che non c’è battito, e poi avverte di allontanarsi dal paziente. Una spia lampeggia, per un attimo non è chiaro a Mirko se l’energia va dal defibrillatore a suo padre o viceversa.

Alla prima scossa l’arnese manda alcuni segnali di diniego. Il defibrillatore è tenace, manda bip per contare il tempo e poi emette una seconda scarica, più debole. Rannicchiato contro il divano Mirko guarda con gli occhi rossi, il suono delle scariche gli ricorda quello delle spade laser quando mancano un fendente. Vede Obi-wan e Darth Vader duellare e immediatamente di vergogna di quel pensiero.

Maria Carla guarda gli occhi di suo marito, conta con il defibrillatore dal quale arriva un’altra scossa. Il torace peloso di Franco ha una contrazione, un colpo di tosse, come lo scoppio di un motore che si rimette in moto, annuncia la ripresa della respirazione. Franco riprende conoscenza, anche se ha il colorito poco salutare di quelli che sono quasi morti.

“E questo è il motivo per cui non devi mangiare dolci”, vorrebbe dirgli lei, ma invece gli sorride solo. Guardando la valigetta rossa dice: “Soldi spesi bene”. Franco le annuisce lentamente. Maria Carla va in cucina, dove si accende una sigaretta, prende il cordless e chiama un’ambulanza. Nessuno ha spento la tv. Dal salotto la si sente dare indicazioni al centralino, Mirko ha smesso di piangere ma non si è mosso dalla sua posizione. Sta cercando di tranquillizzarsi, anche se dentro di se una voce continua a ricordargli che il peggio non è ancora passato. Si ripete di non abbassare la guardia; quando si abbassa la guardia succede sempre il peggio.

Franco e Mirko si guardano, non ancora completamente rassicurati.

Infine Franco alza la testa e rauco gli dice: “Tranquillo per la macchina. Ce la ripaghi un po’ per volta”.

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Young revolutionaries

[Enrico Gregorio]

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Ho letto da poco Young Revolutionaries, di Happy Cobra books. Si tratta di una minuscola antologia edita nel 2008 in America (USA!) pubblicata in cartaceo e scaricabile gratuitamente in PDF.

Minuscola perché propone brevi prose di tre autrici: Chelsea Martin, Catherine Lacey e Ellen Kennedy.

Things I Know di Chelsea Martin (1986) è una breve raccolta di sentenze spiritose a proposito di argomenti casuali. Come: donatrici di ovulo, uomini, makeup, sex toys. Usa un ritmo a metà strada tra il tweet e la conversazione privata, ma sempre con uno sguardo lunare. Originale e nient’altro.

Spending Too Much Time Around People Who Like Me di Catherine Lacey invece è il racconto che mi è piaciuto di più. Composto da brevi paragrafi dove la protagonista in prima persona riflette sulla relazione con il suo ragazzo. “If a bomb came down in the city right now, would the historians think we were in love?” A tratti sofisticato, ma comunque naturale nel suo fluire e nell’uso dei brevi dialoghi. Ci sono tutte le costanti dei giovani americani che fanno mumble mumble su sé stessi: bere seduti in veranda, il thanksgiving day, conversazioni a spirale su argomenti astratti.

Probably Going To Die Alone di Ellen Kennedy (1989) abbiamo Judy, una studentessa di venti e qualcosa di ritorno nella città natale, dai genitori. Va al supermercato con i suoi, in un appartamento di amici dove si parla di Obama e del riscaldamento globale. Vengono nominati alcuni psicofarmaci (Tylenol). Si annoia, si sente depressa poi si annoia ancora. Fa espressioni facciali neutre.

A differenze del precedente tutto è narrato in terza persona con voce stanca, fredda e monocorde. “Judy feels cold and bored.” Niente dinamismo, nada de nada, lo stile è paratattico all’estremo. Con questo espediente Ellen Kennedy ci trasmette tutta l’apatia della sua protagonista. “Judy laughs.”

Young Revolutionaries cinque anni dopo è anche un buon strumento per vedere come si sono evolute le cose. Chelsea Martin ha pubblicato due libri: Everything was fine until whatever nel 2009 e the Really funny thing about apathy nel 2010. Contenenti suoi disegni, brevi racconti e flash fiction di cui Things I Know è l’esempio. Alcune cose sono divertenti, ma in generale è tutto molto disomogeneo. Ha una rubrica su The Rumpus dove disegna brevi sketch autobiografici a fumetti.

Ellen Kennedy è uno dei primi autori riconducibili a quella definita come online literature, insieme a Noah Cicero, Brandon Scott Gorrel e Tao Lin (con cui condivide lo stesso stile). Gli stessi che si potevano trovare alla Bear Parade. Nel 2009 Ellen ha pubblicato un libro di poesie: Sometimes my heart pusher my ribs.

Quelli dell’online literature sono, volendo generalizzare, un gruppo di autori nati negli anni ottanta, con uno stile che discende dal primo Ellis e una risoluta propensione a fissarsi l’ombelico: sono bianchi, spudoratamente giovani, apatici e usano il sarcasmo in luogo dell’ironia. La loro diretta manifestazione è la muumuu house, una casa editrice fondata da Tao Lin nel 2008; raccoglie attorno a sé autori e poeti, giovani e spettinati, possibilmente di Brooklyn (anche se Dylan Nice che è dell’Iowa, Ellen Kennedy di Boston, Cicero di una promettente località chiamata Youngstown e Gorrel di Seattle). Pubblicano poemi, selezioni di tweet, libri di poesia e nei post che scrivono si citano a vicenda. Spesso usano titoli descrittivi.

E’ come se rifiutassero la mediazione artistica. Desiderando essere antiretorici e volendo esorcizzare distacco-alienazione-depressione azzerano ogni complessità. In modo da esprimere la scissione sia interiore di chi scrive che quella dello scritto da qualsiasi appartenenza artistica. Preziosismo al contrario potremmo dire, o magari punk, ma più surreale e molto molto meno sovversivo. Il tono di voce di chi risponde a una domanda poco importante mentre controlla la posta elettronica pensando a altro.

Hanno l’occhio un po’ derisorio e un po’ compiaciuto da quelli che a scuola si siedono nell’ultima fila. Nella pagina di Muumuu House si trovano contributi di Sheila Heti (nel luglio 2010 erano usciti due sui racconti in Italiano molto belli sul numero 35 di Rivista Inutile), Mira Gonzalez, Dylan Nice, Marie Calloway, Elizabeth Ellen e Rebecca Curtis. Ma anche un estratto della novella Travel in Centre America di Clancy Martin, presente nell’ultimo numero del Milan Review.

 Come già detto lo stile robotico della Kennedy è similare a Tao Lin (un esempio) e in seguito anche al più giovane poeta Jordan Castro (1992) in James Franco (breve racconto in cui ci viene riportato che qualcuno a una festa ha detto che l’autore sembra James Franco) dove riesce se possibile a apparire ancora più spento di due o tre gradazione rispetto a Ellen Kennedy. “Judy says ‘yes’.” Lo stesso discorso vale probabilmente (non l’ho letto e non sono certo che lo farò) per Zachery German In Eat When You Feel Sad del 2010.

 Catherine Lacey invece scrive su HTMLGIANT, nel 2010 ha co-fondato 3B un B&B (a Brooklyn che domande) dove vive e lavora. Ha pubblicato su McSweeney’s Quarterly, The Believer, Harper Perennial’s 40 Stories Anthology, Diagram e nel 2014 pubblicherà Nobody Is Ever Missing. Sul suo blog sono disponibili diversi racconti.

Per tutti questi autori vale ciò che ho letto in un articolo di James Kettle. Ovvero che il più frequente difetto dei giovani autori, dovendo ispirarsi al proprio quotidiano, è il ristretto range di situazioni da cui attingono quando si tratta di scrivere. Vale per le autrici di Young Revolutionaries e anche per quelli di Muumuu House.

Altro aspetto secondo me limitativo è lo sguardo con cui narrano le loro storie, una problematica ben spiegata da Francesco Pacifico nella sua intervista al Paris Review per la traduzione in inglese di Storia Della Mia Purezza:

 What I mean, novelwise, is that one has a weird peer-pressured moral obligation to describe your avatar’s sex life and lifestyle. I know you shouldn’t, but that’s what we do. We try to convince people that our characters know what living is. That they listen to the right records, and they have the right perversions. They can be successful in bed, they can be the opposite, but they have to show they know what they’re talking about. I think this is a very conformist bias we have as writers today. I mean, our generation. We have to show off, in a way.

Atteggiamento riconducibile anche nell’esibizionismo giornalistico di Vice. Tipo le foto delle ragazze con la birra in mano, la spacconeria gangsta e i resoconti un po’ fasulli. Sembra sempre che si sappia già dove andranno a parare. Ma capiamoci: alla fine è bello sapere che esiste un National Geographics freak .

Infine considerando i cambiamenti generazionali di stile di scrittura come un alternarsi di opposti, potremmo vedere l’approccio robotico come l’antagonismo alla voce narrante a là Dave Eggers. Quella estroversa voce sopra le righe sempre desiderosa di farsi amare e di stupire. La ripetitività e il lessico sfoltito (per non dire basilare) un’inversione a U rispetto all’ironia, l’esuberanza e i linguaggi multiformi e acrobatici. O anche come rifiuto alla sempre ansiosa ricerca di completezza informativa negli articoli-saggi-reportage di David Foster Wallace. “Judy feels good.”

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