Possono mai capire qualcosa?

[Venedikt Erofeev, Mosca-Petuski, Feltrinelli]

Venedikt Erofeev, russian writer. Moscow, 1977.

– Ecco, voi avete visto e viaggiato molto. Ditemi un po’ dov’è che si stima di più l’uomo russo, al di qua o al di là dei Pirenei?

– Non so come stiano le cose al di là, ma al di qua non lo si stima affatto. Io, per esempio, sono stato in Italia e là non si presta la benché minima attenzione all’uomo russo. Là non si fa altro che cantare e dipingere. Un tizio, per esempio, se ne sta bello dritto a cantare. Un altro, accanto, sta seduto a dipingere quello che canta. Un terzo, a una certa distanza dai primi due, canta di quello che dipinge… E che tristezza si prova per tutto questo! Loro, invece, la nostra tristezza non la capiscono affatto…

– Ma quelli sono italiani, in fin dei conti! Possono mai capire qualcosa?

– Appunto. Quand’ero a Venezia, il giorno di San Marco, m’è venuto lo sghiribizzo d’andarmene a guardare la regata. E m’ha preso una gran tristezza a vederla, la regata! Il cuore mi lacrimava, ma le labbra restavano mute. Gli italiani, invece, non capivano, ridevano, mi tacciavano col dito: “Guardatelo lì, Erofeev, che se ne va nuovamente a zonzo come uno smaronato…”. Mica ero smaronato! Semplicemente c’avevo le labbra ammutolite…

In fondo, poi, in Italia mica c’avevo nulla da fare… C’erano solo tre cose che volevo vedere: il Vesuvio, Ercolano e Pompei. Ma mi fu detto che il Vesuvio non c’era più da un bel pezzo, e mi mandarono a Ercolano. Lì a Ercolano mi dissero: “Ma che ci fai, scimunito, qui a Ercolano? Vattene piuttosto a Pompei”. Arrivo a Pompei e mi sento dire: “Ma c’hai proprio una fissa per ‘sta Pompei, eh!? Fila dritto a Ercolano!…”.

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Belle copertine #1

Nell’anno del signore 2014 si è pensato di creare una nuova rubrica con le “migliori” copertine di dischi e libri, con i lavori dei maghi di photoshop.

Iniziamo con I be that mothefucka di Evil Pimp.

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Una vita tra i margini

[Enrico Gregorio]

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Non avrà la perfezione grafica di tanti manga odierni, ma non ne ha bisogno.  Una vita tra i margini di Yoshiro Tatsumi (1935) è la storia semi autobiografica, scritta in undici anni, di Hiroshi, un ragazzo che cresce nella Osaka sfigurata dalla seconda guerra mondiale. E così, mentre il Giappone percorre il lento cammino per risollevarsi e il suo popolo cerca di recuperare la perduta armonia, il giovane Hiroshi intraprende la sua via nel mondo dei manga.

Quello che rende coinvolgente questo manga di ottocentotrentadue pagine è la spontaneità con cui è raccontato, dove con grazia vengono rappresentati momenti apparentemente secondari e tensioni sotterranee.

Tutto ha inizio con la passione di Hiroshi e suo fratello maggiore Okichan per i manga a prestito, usanza frequente nel Giappone del dopoguerra dove esistevano molti negozi nei quali era possibile prendere in prestito manga e libri per pochi soldi. I due, spinti da una sana competizione, disegnano manga (che erano solo sketch di poche vignette a sfondo comico, spesso slapstick) e li inviano alle riviste, dove i migliori vengono pubblicati.

In breve tempo Hiroshi riesce a migliorare facendosi un nome. Assieme a altri giovani appassionati formerà un gruppo di promozione manga, poi entrerà in contatto con diversi editori e da lì pubblicherà i suoi primi lavori.

Questa è solo la premessa della nascita del genere manga gekiga, ad opera di Tatsumi e alcuni altri, ovvero fumetti per adulti adeguati alle ambizioni artistiche e narrative dei loro autori. In principio i manga erano infatti opere di semplice intrattenimento, canonizzati in rigide regole; Tatsumi sarà uno dei primi riformatori del fumetto giapponese. Lo farà, come i suoi colleghi coetanei, avvicinandosi al realismo e prendendo ispirazione dalle tecniche narrative del cinema (soprattutto il noir e l’hard-boiled; molte storie sono infatti assassinii o rapine). Il libro sa rendere bene il clima di entusiasmo pioneristico di questi disegnatori, nonostante in alcuni casi la società abbia dato una connotazione negativa al termine gekiga. Come Tatsumi sottolinea più volte, i gekiga verranno spesso colpevolizzati di avere una cattiva influenza su giovani.

In alcuni passaggi Tatsumi, attraverso il protagonista Hiroshi, si preoccupa di spiegare come cercava di migliorare la sua tecnica narrativa. Ispirato dal dinamismo di Tezuka (l’autore del celebre Astroboy, ma anche MW), Hiroshi usa soluzioni grafiche che creano una sequenza di fotogrammi e trasmettono una tensione nervosa nuova per il mondo dei manga. Proprio come nelle prime pagine di Black Blizzard (Tempesta nera, verrà pubblicato entro la fine dell’anno sempre da Bao), celebre successo di Tatsumi e suo primo graphic novel, dove con un gioco di inquadrature cinematografiche ci viene mostrato l’arresto del protagonista. Per spiegare bene l’influenza del noir sul gekiga basta raccontare la trama di Black Blizzard: un pianista incolpato di un omicidio viene arrestato e ammanettato assieme a un noto criminale, ma durante il trasferimento una tempesta farà deragliare il treno sul quale viaggiano, dando loro l’occasione di fuggire.

E qui veniamo a un altro punto fondamentale della narrativa di Tatsumi: il saper caratterizzare i personaggi e, meglio ancora, rappresentarne il miscuglio di pregi e difetti senza pregiudizi. Così la gelosia del fratello maggiore di Hiroshi, il rapporto consumato dei suoi genitori, e il suo stesso rapporto con le donne ci viene mostrato con eleganza e sobrietà, con profondità, ma senza spettacolarizzazioni o psicologismi. Per fare un parallelo cinematografico, basta pensare ai primi film di Ermanno Olmi.

Nel momento in cui cercavo di creare una qualsiasi trama, mi sentivo perso.”

Una vita tra i margini, è anche la storia della mania di raccontare, di una fissazione talmente potente che anche quando taglia fuori dal mondo è impossibile abbandonare.

Un graphic novel fondamentale. Il merito va all’editore Bao Publishing (e alla traduttrice Rosamaria Pavan) di Milano. E ancora più a monte a Adrian Tomine che ha fatto riscoprire in occidente Tatsumi, e che tra l’altro ha curato e organizzato il layout delle pubblicazioni di Tatsumi per l’editore canadese Drawn and Quarterly.

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Tappa infelice (dall’antologia Fallimenti)

Ogni volta che in tv sento parlare di una regina o di una famiglia reale o quando vedo sui giornali una foto del cane di qualche regnante mi viene sempre in mente questo racconto di Nicola Fantoni, che sarà presente nell’antologia Fallimenti, in uscita a Novembre per MalEdizioni. Fa così:

Il prode Barone Kisfonwürger, temerario esploratore dei cieli, una volta completata la perfetta manovra di atterraggio scese con balzo atletico dalla cesta della sua mongolfiera quindi s’incamminò verso alcuni dei parecchi curiosi, per la maggior parte bifolchi, che accorsi per ammirare da vicino il grande e magnifico pallone aerostatico avevano lasciato il loro lavoro nei campi.

<<Sono il Barone Victor Friedrich Kisfonwürger.>> si presentò il nobile con aria solenne, lisciandosi elegantemente i ben curati e biondi favoriti.

<<Noi qui di solito ai baroni ci facciamo mangiare la merda e poi ci tagliamo la testa.>> lo informò un contadino.

A questo punto il nobile teutonico tornò verso la sua mongolfiera, chiamò il fedele Hans e gli ordinò di prepararsi a una celere partenza.

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A rubarci le donne

Il video realizzato da Carlo Lamberti e recitato da Marcello Bergoli del racconto A rubarci le donne, tratto dal libro 13 sardine circa di Luigi Filippelli ed edito da MalEdizioni.

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