Archivi categoria: recensioni

Personaggi precari

[Enrico Gregorio]

personaggi

Si fa presto a dire epigrammi. Ho letto una recensione che ha tirato in ballo epigrammi e aforismi. Ma no invece, manco per idea. Perché se sì, è vero che la lunghezza è quella di aforismi o degli epigrammi, la forma è ben diversa. Personaggi precari vede la luce sul web nel 2004, diviene libro nel 2007 (dopo aver vinto il concorso per inediti della RGB edizioni), approdata sul Corriere Fiorentino, viene tradotto dal poeta Linh Dinh e arriva oggi, nella selezione dell’editore Voland (152 pagine, 13 euro). Selezione perché di fatto nella sua forma più estesa conta tra editi e non settemila personaggi.

La precarietà del titolo è squisitamente narrativa e non ha a che vedere con carotaggi sociali o sezioni generazionali a fetta di torta. Perché ogni personaggio è frammentato, un dialogo, una battuta, un elenco. Stop. Questa caratteristica fa sì che non ci si riferisca a una realtà o un’umanità chiusa, ma un insieme aperto di modi di raccontare, rendendo Personaggi precari un po’ un libro per narratori. La narrativa canonica si preoccupa di darci personaggi fitti, dettagli visivi, umani, creando cumuli poco comunicativi e che dimentichiamo appena voltata la pagina. Sappiamo qualcosa di un personaggio quando parla, o quando leggendo colmiamo i suoi vuoti con l’immaginazione.

In Personaggi precari ogni personaggio è un pezzo di un puzzle diverso. Questo fa sì che non tutti gli episodi siano riusciti, ma quando funzionano, funzionano a dovere.

Tipo: 

Lutetia– “Ti ho scritto una lettera… Però la leggiamo insieme!”

Giuseppe– Pensa che sarebbe bello avere ricordi tipo di battute di pesca in Jugoslavia.

 Questi sono solo alcuni dei più sintetici, ci sono pure dialoghi, domande, affermazioni, monologhi; di tutto. Sembra un La Bruyere, senza spirito edificante, all’epoca dello stream of consciousness.

Raoul Bruni, autore della postfazione, cita diversi predecessori illustri, io aggiungerei sempre nella scia della prosa frammentaria, Carlo Dossi e alcune parti di Fratelli d’Italia di Arbasino. Autori che hanno fatto dello sperimentalismo la loro peculiarità, diventando più che classici, eterni irregolari. E infatti più che da leggere (come si fa per i classici) Personaggi precari, con i suoi ritratti fulminei,  è un libro da consultare e in questo sì ha qualcosa in comune con le opere degli aforisti.

Vanni Santoni, Personaggi precari, Voland, 2013.

Annunci
Contrassegnato da tag , , , , , , , ,

Una vita tra i margini

[Enrico Gregorio]

una_vita_tra_i_margini_cover

Non avrà la perfezione grafica di tanti manga odierni, ma non ne ha bisogno.  Una vita tra i margini di Yoshiro Tatsumi (1935) è la storia semi autobiografica, scritta in undici anni, di Hiroshi, un ragazzo che cresce nella Osaka sfigurata dalla seconda guerra mondiale. E così, mentre il Giappone percorre il lento cammino per risollevarsi e il suo popolo cerca di recuperare la perduta armonia, il giovane Hiroshi intraprende la sua via nel mondo dei manga.

Quello che rende coinvolgente questo manga di ottocentotrentadue pagine è la spontaneità con cui è raccontato, dove con grazia vengono rappresentati momenti apparentemente secondari e tensioni sotterranee.

Tutto ha inizio con la passione di Hiroshi e suo fratello maggiore Okichan per i manga a prestito, usanza frequente nel Giappone del dopoguerra dove esistevano molti negozi nei quali era possibile prendere in prestito manga e libri per pochi soldi. I due, spinti da una sana competizione, disegnano manga (che erano solo sketch di poche vignette a sfondo comico, spesso slapstick) e li inviano alle riviste, dove i migliori vengono pubblicati.

In breve tempo Hiroshi riesce a migliorare facendosi un nome. Assieme a altri giovani appassionati formerà un gruppo di promozione manga, poi entrerà in contatto con diversi editori e da lì pubblicherà i suoi primi lavori.

Questa è solo la premessa della nascita del genere manga gekiga, ad opera di Tatsumi e alcuni altri, ovvero fumetti per adulti adeguati alle ambizioni artistiche e narrative dei loro autori. In principio i manga erano infatti opere di semplice intrattenimento, canonizzati in rigide regole; Tatsumi sarà uno dei primi riformatori del fumetto giapponese. Lo farà, come i suoi colleghi coetanei, avvicinandosi al realismo e prendendo ispirazione dalle tecniche narrative del cinema (soprattutto il noir e l’hard-boiled; molte storie sono infatti assassinii o rapine). Il libro sa rendere bene il clima di entusiasmo pioneristico di questi disegnatori, nonostante in alcuni casi la società abbia dato una connotazione negativa al termine gekiga. Come Tatsumi sottolinea più volte, i gekiga verranno spesso colpevolizzati di avere una cattiva influenza su giovani.

In alcuni passaggi Tatsumi, attraverso il protagonista Hiroshi, si preoccupa di spiegare come cercava di migliorare la sua tecnica narrativa. Ispirato dal dinamismo di Tezuka (l’autore del celebre Astroboy, ma anche MW), Hiroshi usa soluzioni grafiche che creano una sequenza di fotogrammi e trasmettono una tensione nervosa nuova per il mondo dei manga. Proprio come nelle prime pagine di Black Blizzard (Tempesta nera, verrà pubblicato entro la fine dell’anno sempre da Bao), celebre successo di Tatsumi e suo primo graphic novel, dove con un gioco di inquadrature cinematografiche ci viene mostrato l’arresto del protagonista. Per spiegare bene l’influenza del noir sul gekiga basta raccontare la trama di Black Blizzard: un pianista incolpato di un omicidio viene arrestato e ammanettato assieme a un noto criminale, ma durante il trasferimento una tempesta farà deragliare il treno sul quale viaggiano, dando loro l’occasione di fuggire.

E qui veniamo a un altro punto fondamentale della narrativa di Tatsumi: il saper caratterizzare i personaggi e, meglio ancora, rappresentarne il miscuglio di pregi e difetti senza pregiudizi. Così la gelosia del fratello maggiore di Hiroshi, il rapporto consumato dei suoi genitori, e il suo stesso rapporto con le donne ci viene mostrato con eleganza e sobrietà, con profondità, ma senza spettacolarizzazioni o psicologismi. Per fare un parallelo cinematografico, basta pensare ai primi film di Ermanno Olmi.

Nel momento in cui cercavo di creare una qualsiasi trama, mi sentivo perso.”

Una vita tra i margini, è anche la storia della mania di raccontare, di una fissazione talmente potente che anche quando taglia fuori dal mondo è impossibile abbandonare.

Un graphic novel fondamentale. Il merito va all’editore Bao Publishing (e alla traduttrice Rosamaria Pavan) di Milano. E ancora più a monte a Adrian Tomine che ha fatto riscoprire in occidente Tatsumi, e che tra l’altro ha curato e organizzato il layout delle pubblicazioni di Tatsumi per l’editore canadese Drawn and Quarterly.

Contrassegnato da tag , , , , , , , ,

Recensione sragionata di Pacific Rim

Pacific-Rim-Banner-Banner

[Mattia Filippini]

Il vero titolo sarebbe: apri che è arrivato il robot delle pizze!

Ieri sera la redazione di Tupolev è stata al cinematografo a vedere Pacific Rim, il film dove i robottoni tirano cinquine in tutte le salse ai mostroni e un po’ ne prendono, anche. E’ il classico film americano su binario: c’è un conflitto che si protrae da anni in cui i buoni si scontrano con i cattivi, c’è la Spannung in cui sembra che si muore tutti di una morte mala, e poi arriva lo scioglimento dove si vince con la forza dell’ammòre e soprattutto dell’energia nucleare e dei pugni corazzati. Questa fondamentalmente la trama. Ci sono anche 5 o 6 macchietistici ADS (attori da sacrificio: coloro i quali si vede dalla faccia che moriranno nei successivi 10-15 minuti di pellicola) e due o tre momenti opporcatroia, uno dei quali ha a che fare con una petroliera usata come mazza da baseball.

Tutto qua? direte voi, che siete spocchiosi e vi piacciono solo i film sceneggiati da Charlie Kaufman. No, vi rispondiamo noi, non è tutto qui: perché Guillermo del Toro (regista del Il labirinto del fauno e prossimamente della nuova trasposizione cinematografica di Mattatoio n. 5 di Kurt Vonnegut, sceneggiato, guarda un po’, da Charlie Kaufman) è andato a riprendere tutta la tradizione dei Kaiju, i tipici mostri giapponesi come Godzilla e amichetti, e l’ha unita a cose più recenti, come gli spunti dall’anime Neon genesis Evangelion (un vero spartiacque per l’animazione giappa). Metteteci dentro anche un po’ di moralismo sui cambiamenti climatici di un futuro prossimo e l’autoironia sul genere (che non guasta mai) e avrete Pacific Rim.

La state infiocchettando? chiederete voi ancora dubbiosi. Sì, la stiamo infiocchettando. Ma potete pure togliere tutto quello detto sopra e avrete ancora un film con 131 minuti di pizze in faccia, manrovesci a propulsione e schicchere atomiche dietro le orecchie che sono pura poesia. Non c’è un momento di noia. Al contrario: il ritmo è talmente alto e così ben dosato che più volte si salta sulla poltrona e viene quasi naturale fare il tifo in sala. Perfetti gli effetti speciali e il design dei robot e dei mostrazzi, che fanno quasi pensare che valga la pena vederlo in 3d (cosa che non abbiamo fatto perché odiamo il 3d).

Detto questo: è un film che è necessario vedere. Vi farete delle sane risate, vi sfogherete e darete dei salutari cazzotti a quello sulla poltrona accanto a voi. E dio solo sa quanto la gente abbia bisogno di una bella dose di botte, di questi tempi. C’è anche chi ha lanciato una petizione per chiedere al governo italiano di costruire un robottone al posto di comprare gli F35. Verrebbero ad ammirarlo un sacco di turisti giapponesi, con grande beneficio per la nostra economia. Firmate anche voi.

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , ,

Young revolutionaries

[Enrico Gregorio]

6378491

Ho letto da poco Young Revolutionaries, di Happy Cobra books. Si tratta di una minuscola antologia edita nel 2008 in America (USA!) pubblicata in cartaceo e scaricabile gratuitamente in PDF.

Minuscola perché propone brevi prose di tre autrici: Chelsea Martin, Catherine Lacey e Ellen Kennedy.

Things I Know di Chelsea Martin (1986) è una breve raccolta di sentenze spiritose a proposito di argomenti casuali. Come: donatrici di ovulo, uomini, makeup, sex toys. Usa un ritmo a metà strada tra il tweet e la conversazione privata, ma sempre con uno sguardo lunare. Originale e nient’altro.

Spending Too Much Time Around People Who Like Me di Catherine Lacey invece è il racconto che mi è piaciuto di più. Composto da brevi paragrafi dove la protagonista in prima persona riflette sulla relazione con il suo ragazzo. “If a bomb came down in the city right now, would the historians think we were in love?” A tratti sofisticato, ma comunque naturale nel suo fluire e nell’uso dei brevi dialoghi. Ci sono tutte le costanti dei giovani americani che fanno mumble mumble su sé stessi: bere seduti in veranda, il thanksgiving day, conversazioni a spirale su argomenti astratti.

Probably Going To Die Alone di Ellen Kennedy (1989) abbiamo Judy, una studentessa di venti e qualcosa di ritorno nella città natale, dai genitori. Va al supermercato con i suoi, in un appartamento di amici dove si parla di Obama e del riscaldamento globale. Vengono nominati alcuni psicofarmaci (Tylenol). Si annoia, si sente depressa poi si annoia ancora. Fa espressioni facciali neutre.

A differenze del precedente tutto è narrato in terza persona con voce stanca, fredda e monocorde. “Judy feels cold and bored.” Niente dinamismo, nada de nada, lo stile è paratattico all’estremo. Con questo espediente Ellen Kennedy ci trasmette tutta l’apatia della sua protagonista. “Judy laughs.”

Young Revolutionaries cinque anni dopo è anche un buon strumento per vedere come si sono evolute le cose. Chelsea Martin ha pubblicato due libri: Everything was fine until whatever nel 2009 e the Really funny thing about apathy nel 2010. Contenenti suoi disegni, brevi racconti e flash fiction di cui Things I Know è l’esempio. Alcune cose sono divertenti, ma in generale è tutto molto disomogeneo. Ha una rubrica su The Rumpus dove disegna brevi sketch autobiografici a fumetti.

Ellen Kennedy è uno dei primi autori riconducibili a quella definita come online literature, insieme a Noah Cicero, Brandon Scott Gorrel e Tao Lin (con cui condivide lo stesso stile). Gli stessi che si potevano trovare alla Bear Parade. Nel 2009 Ellen ha pubblicato un libro di poesie: Sometimes my heart pusher my ribs.

Quelli dell’online literature sono, volendo generalizzare, un gruppo di autori nati negli anni ottanta, con uno stile che discende dal primo Ellis e una risoluta propensione a fissarsi l’ombelico: sono bianchi, spudoratamente giovani, apatici e usano il sarcasmo in luogo dell’ironia. La loro diretta manifestazione è la muumuu house, una casa editrice fondata da Tao Lin nel 2008; raccoglie attorno a sé autori e poeti, giovani e spettinati, possibilmente di Brooklyn (anche se Dylan Nice che è dell’Iowa, Ellen Kennedy di Boston, Cicero di una promettente località chiamata Youngstown e Gorrel di Seattle). Pubblicano poemi, selezioni di tweet, libri di poesia e nei post che scrivono si citano a vicenda. Spesso usano titoli descrittivi.

E’ come se rifiutassero la mediazione artistica. Desiderando essere antiretorici e volendo esorcizzare distacco-alienazione-depressione azzerano ogni complessità. In modo da esprimere la scissione sia interiore di chi scrive che quella dello scritto da qualsiasi appartenenza artistica. Preziosismo al contrario potremmo dire, o magari punk, ma più surreale e molto molto meno sovversivo. Il tono di voce di chi risponde a una domanda poco importante mentre controlla la posta elettronica pensando a altro.

Hanno l’occhio un po’ derisorio e un po’ compiaciuto da quelli che a scuola si siedono nell’ultima fila. Nella pagina di Muumuu House si trovano contributi di Sheila Heti (nel luglio 2010 erano usciti due sui racconti in Italiano molto belli sul numero 35 di Rivista Inutile), Mira Gonzalez, Dylan Nice, Marie Calloway, Elizabeth Ellen e Rebecca Curtis. Ma anche un estratto della novella Travel in Centre America di Clancy Martin, presente nell’ultimo numero del Milan Review.

 Come già detto lo stile robotico della Kennedy è similare a Tao Lin (un esempio) e in seguito anche al più giovane poeta Jordan Castro (1992) in James Franco (breve racconto in cui ci viene riportato che qualcuno a una festa ha detto che l’autore sembra James Franco) dove riesce se possibile a apparire ancora più spento di due o tre gradazione rispetto a Ellen Kennedy. “Judy says ‘yes’.” Lo stesso discorso vale probabilmente (non l’ho letto e non sono certo che lo farò) per Zachery German In Eat When You Feel Sad del 2010.

 Catherine Lacey invece scrive su HTMLGIANT, nel 2010 ha co-fondato 3B un B&B (a Brooklyn che domande) dove vive e lavora. Ha pubblicato su McSweeney’s Quarterly, The Believer, Harper Perennial’s 40 Stories Anthology, Diagram e nel 2014 pubblicherà Nobody Is Ever Missing. Sul suo blog sono disponibili diversi racconti.

Per tutti questi autori vale ciò che ho letto in un articolo di James Kettle. Ovvero che il più frequente difetto dei giovani autori, dovendo ispirarsi al proprio quotidiano, è il ristretto range di situazioni da cui attingono quando si tratta di scrivere. Vale per le autrici di Young Revolutionaries e anche per quelli di Muumuu House.

Altro aspetto secondo me limitativo è lo sguardo con cui narrano le loro storie, una problematica ben spiegata da Francesco Pacifico nella sua intervista al Paris Review per la traduzione in inglese di Storia Della Mia Purezza:

 What I mean, novelwise, is that one has a weird peer-pressured moral obligation to describe your avatar’s sex life and lifestyle. I know you shouldn’t, but that’s what we do. We try to convince people that our characters know what living is. That they listen to the right records, and they have the right perversions. They can be successful in bed, they can be the opposite, but they have to show they know what they’re talking about. I think this is a very conformist bias we have as writers today. I mean, our generation. We have to show off, in a way.

Atteggiamento riconducibile anche nell’esibizionismo giornalistico di Vice. Tipo le foto delle ragazze con la birra in mano, la spacconeria gangsta e i resoconti un po’ fasulli. Sembra sempre che si sappia già dove andranno a parare. Ma capiamoci: alla fine è bello sapere che esiste un National Geographics freak .

Infine considerando i cambiamenti generazionali di stile di scrittura come un alternarsi di opposti, potremmo vedere l’approccio robotico come l’antagonismo alla voce narrante a là Dave Eggers. Quella estroversa voce sopra le righe sempre desiderosa di farsi amare e di stupire. La ripetitività e il lessico sfoltito (per non dire basilare) un’inversione a U rispetto all’ironia, l’esuberanza e i linguaggi multiformi e acrobatici. O anche come rifiuto alla sempre ansiosa ricerca di completezza informativa negli articoli-saggi-reportage di David Foster Wallace. “Judy feels good.”

Contrassegnato da tag , , , , , , , ,

Lsd: l’inferno per pochi dollari

[Enrico Gregorio]

Rex Miller beve martini dry e ha sempre il controllo della situazione. Anche quando è prigioniero in mano al nemico, con le mani legate strette strette dietro la schiena e lo hanno pestato, non sta in ansia, nah, lui si fa accendere una sigaretta, perché lui, Rex Miller, non perde la testa. Probabilmente nemmeno suda. I comuni mortali sudano, i Rex Miller no. I Rex Miller sono il prototipo dell’agente segreto 60’s.

Lsd: l’inferno per pochi dollari è il modello della spy story, un po’ trash, ma ehi sono gli anni sessanta e quindi è soprattutto maledettamente cool. Dimenticatevi le fiction RAI delle famiglie volemose bene degli anni sessanta e il mondo che cambia e i figli contestatori e un parco-macchiette per ogni situazione e la prima tv a colori. Girato nel cruciale 1967 (beh, ma anche il 1965 non scherza) mescola situazioni da cospirazioni internazionali con sostanze da sballo Barrettiano.

Abbiamo il già citato Rex Miller e il consueto charme consapevole che contraddistingue tutti gli agenti segreti. Abbiamo una nuova sostanza, potente e minacciosa. Abbiamo una cattivissima associazione mondiale intenzionata a inquinarci le patrie acque potabili. E come se non bastasse per Rex Miller non è una questione di salute pubblica e benessere internazionale, nooo, no perché quelli dell’associazione malefica&internazionale gli hanno pure assassinato la collega&fidanzata. Per Rex Miller è una questione personale.

Girato da Mike Middelton (pseudonimo dell’italianissimo Massimo “Mida” Puccini classe 1917) il film ha soprattutto nella prima metà numerose scene che inquadrano alla perfezione la natura spionistica della pellicola. Parlo di inseguimenti su ripidi tornanti, persone che spiano o pedinano altre persone, fughe in elicottero e diversi sicari. E tanti incredibili gadget: come una mini trasmittente dentro a un libro tascabile (anche se l’immagine della spia seduta al bar mentre sussurra nella pagina di un libro aperto evoca più imbarazzo che discrezione), armi letali nascoste nelle valigette o un microfono inserito nella testa: per attivarlo l’agente si preme la gola, sotto la mascella. (Ma aspettate a dire “che boiata”. Nella sua spy-story raccontata su Twitter, Black Box, Jennifer Egan ha inventato soluzioni non meno fantasiose).

Nonostante l’aperta citazione della sostanza emblema degli anni sessanta, la droga e i suoi effetti non sono altro che la causale (à la page con le mode del momento: sintonizzato con le cause di paura e isterismo mediatico, fossero stati gli anni cinquanta ci sarebbe stata l’atomica, gli anni dieci l’M5S) scatenante di un film di spionaggio come molti.

Il film si fa involontariamente comico quando deve rappresentare gli effetti dell’LSD. C’è per esempio un filmino propedeutico mostrato a Miller, sulle sperimentazioni della droga sui Marines. Nel filmino vediamo prima i Marines marciare ben intruppati, e dopo una decina di secondi saltare a destra e sinistra, piangere, ballare, pregare in quella che è davvero una scena di delirio collettivo. Stesso discorso quando ci viene mostrata la visuale soggettiva di chi ha assunto LSD. Immagini tremanti e fotogrammi sovrapposti, chi è sotto LSD vede il viso del suo interlocutore trasformarsi e diventare simile alle maschere africane o ai dipinti di Modigliani. Effetto ricavato dalla stessa tecnica dei fotogrammi sovrapposti usata per la prima volta da Fritz Lang nel 1922 nel suo Dottor Mabuse.

La sceneggiatura sembra formaggio svizzero tanti sono i buchi, come per esempio il braccio destro di un boss, sempre introdotto così: ”Francesca, laureata in chimica.” Quel che è chiaro è che il messaggio, per niente indiretto, della pellicola è che l’ LSD fa male, non lo devi prendere guai a te. Anche se il film in generale scatena la voglia opposta.

Una bomba di film davvero, mancano solo Lucifer Sam e Jennifer Gentle.

Se avete voglia lo potete vedere qua:

http://www.youtube.com/watch?v=diL-b14h4x4

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , , , , ,
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: