Archivi categoria: racconti

Il piacere

[Luigi Filippelli, 13 sardine circa, MalEdizioni 2011]

C’era un ragazzo che di nome faceva Enea. Questo ragazzo si toccava diverse volte al giorno. Talune volte si toccava due volte,  altre volte tre volte si toccava, una volta si toccò cinque volte, tre delle quali una in fila all’altra. Tanto spesso si toccava, e sempre sotto le coperte, che il suo lenzuolo era diventato duro come la roccia. Una notte  entrò in casa sua un furfante dedito al furto, Enea lo vide e, mosso dalla paura, lo colpì col suo lenzuolo tanto forte da aprirgli la testa.

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Tappa infelice (dall’antologia Fallimenti)

Ogni volta che in tv sento parlare di una regina o di una famiglia reale o quando vedo sui giornali una foto del cane di qualche regnante mi viene sempre in mente questo racconto di Nicola Fantoni, che sarà presente nell’antologia Fallimenti, in uscita a Novembre per MalEdizioni. Fa così:

Il prode Barone Kisfonwürger, temerario esploratore dei cieli, una volta completata la perfetta manovra di atterraggio scese con balzo atletico dalla cesta della sua mongolfiera quindi s’incamminò verso alcuni dei parecchi curiosi, per la maggior parte bifolchi, che accorsi per ammirare da vicino il grande e magnifico pallone aerostatico avevano lasciato il loro lavoro nei campi.

<<Sono il Barone Victor Friedrich Kisfonwürger.>> si presentò il nobile con aria solenne, lisciandosi elegantemente i ben curati e biondi favoriti.

<<Noi qui di solito ai baroni ci facciamo mangiare la merda e poi ci tagliamo la testa.>> lo informò un contadino.

A questo punto il nobile teutonico tornò verso la sua mongolfiera, chiamò il fedele Hans e gli ordinò di prepararsi a una celere partenza.

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A rubarci le donne

Il video realizzato da Carlo Lamberti e recitato da Marcello Bergoli del racconto A rubarci le donne, tratto dal libro 13 sardine circa di Luigi Filippelli ed edito da MalEdizioni.

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La mirabolante storia della patata.

Una storia vera letta sul blog coinquilinodimerda.com

LA NOIA
Martedì grasso dei primi anni 2000. Io e tre coinquilini, che per rispettare la privacy chiameremo il Metallaro, Rocco, e TP (noto vip del punk italiano) passiamo una serata noiosissima in casa guardando fiction. Neppure una bottiglia di vino. Niente. Noia totale. Palla de fieno che rotola.
Le vicine di casa, dirimpettaie di finestra, invece fanno festa per il carnevale. YEAH YEAH tutte mascherate con i loro amici vanno verso piazza maggiore a festeggiare non si sa cosa. Questo innervosisce non poco il mio coinquilino Metallaro, che affacciandosi alla finestra decide per scorno di lanciare loro una cipolla. Purtroppo il lancio non va a buon fine, e non solo non le colpisce, ma loro manco se lo cagano perché non si accorgono di niente. Scorno.
Niente. Palla di fieno, e guardiamo la fiction di Canale 5, che non so ma forse era Ultimo con Raoul Bova. Noia totale. Misantropia.
Alle una sentiamo per strada i rumori dell’allegra combriccola mascherata delle coinquiline del cazzo che ritornano dal loro festeggiare non si sa cosa con un buonumore non si sa perché, e l’infastidimento precedentemente manifestatosi con la cipolla si ripalesa ma di grado estremamente superiore. Dunque il Metallaro dice “tiriamogli qualcosa”, ma mentre Rocco cerca un oggetto qualsiasi, la carovana già è entrata nel portone davanti al nostro e sta già salendo le scale verso casa.

L’IRREPARABILE
Cazzo, frustrazione. Ma: ecco che il Metallaro si pone a cavalcioni del davanzale della finestra della cucina (rischiando la vita, secondo piano, 60% del corpo fuori dalla finestra sullo strapiombo) mentre io ho trovato nella credenza una patata di all’incirca 1 kg con le dimensioni di un grosso sasso.
Porgo la patata al Metallaro, ignaro di quello che sta per succedere.
Le vicine entrano in casa, si vede dalla finestra accendersi la luce.
Il Metallaro scaglia con una potenza inaudita a 200 km all’ora la patata-sasso che frantuma il vetro della finestra delle vicine facendo schizzare tutti i vetri sulla parete opposta.
Il gelo.
TP guarda con occhi pallati Rocco.
E’ immediata la consapevolezza di doversi ritirare dalla cucina, spegnendo la luce, fuggendo in un’altra stanza per decidere il da farsi.

IL SUMMIT
La riunione al buio del corridoio verte su due punti: la paranoia di aver ucciso qualcuno e la necessità di mantenere una linea di difesa da qui all’eternità dei tempi, senza contraddizioni.
La paranoia si basa sulla certezza che arriveranno le teste di cuoio e verremo incarcerati per mille anni come pena esemplare per scoraggiare eventuali imitatori di chi ha inventato il fenomeno teppistico del 2000, cioè (dopo i sassi dal cavalcavia) la patata nella finestra senza alcun motivo.
Per la strategia di difesa, decidiamo all’unanimità di non confessare e di negare l’evidenza in stile noi non abbiamo fatto niente, maccosa io dormivo. E’ altresì vero che possiamo essere stati solo noi a lanciare la patata, in quanto davanti alla finestra delle vicine c’è solo la nostra finestra e quella di una vecchia di 89 anni, e che per sfondare un vetro dalla strada ci sarebbe voluto Hulk sbronzo che però dà il giro all’ortaggio facendogli compiere una traiettoria balisticamente improbabile attorno ad un albero con caratteristiche da medaglia d’oro delle olimpiadi, per violenza e parabola.
E’ necessario intanto chiudere la finestra della cucina che è rimasta aperta: Rocco striscia come un marine in cucina al buio e con manine segrete chiude le persiane, peccato che ovviamente se c’era qualcuno affacciato di fronte avrebbe visto una stanza buia vuota con due manine spuntate non si sa da dove che chiudono le persiane pianissimo. E’ necessario in secondo luogo nascondere sotto le coperte il coinquilino TP che già suda senso di colpa dagli occhi, essendo incapace di fare cose che comportino malafede.
Ma soprattutto è necessario, per dindirindina, nascondere l’arma del delitto, in questo caso TUTTE le patate presenti nell’appartamento, ma la modalità con cui farlo è discutibile. E viene discusso, sottovoce in una tempesta di paranoie:
a) mangiamo tutte le patate? No, se entrano le teste di cuoio ci trovano all’una e mezza di notte che mangiamo 5 chili di patate ci colgono in flagrante.
b) nascondiamo le patate nelle giacche negli armadi? No, in caso di perquisa delle forze dell’ordine saremmo parimenti spacciati.
c) nascondiamo le patate nelle buche delle chitarre e rimontiamo le corde? Maccosa.
d) diamo la colpa alla vecchia di 89 anni lasciando il sacco di patate fuori dal suo pianerottolo? Non credo che i Ris di Parma ci cascherebbero.
e) buttiamo le patate nel water?
La mozione e) sembra a tutti la più convincente. Solo che le patate non vanno giù nel water, ci tocca tagliarle a pezzi sulla lavatrice, ma ancora non vanno giù, non passano dallo scarico. Cristo.

LA SOLUZIONE
E’ evidente: tutte le patate debbono essere sbucciate velocemente sulla lavatrice, masticate una ad una crude per essere ammorbidite, dopodichè sputate nel cesso e tirare l’acqua. E così viene fatto, io, Rocco, il Metallaro e TP (nel panico) mastichiamo le patate e le sputiamo nel cesso fino alla nausea, certi che questa sia la mossa migliore per passarla liscia con quelli di C.S.I. che stanno arrivando.
Purtroppo, giunti a due patate dalla fine, dobbiamo arrenderci allo schifo e decidiamo di nascondere le ultime due prove della nostra colpevolezza. Ma dove?

L’IGUANA
Al tempo un nostro coinquilino abruzzese (quel giorno assente) possedeva un’ iguana che viveva in un televisore svuotato adibito a ternario, da cui il nome della bestia era Grundig. Non stupitevi, aveva i rasta. (Il coinquilino, non l’iguana). Noi comunque decidiamo che le ultime due patate vanno nascoste dietro al tronco di legno dove dorme Grundig, e cosi facciamo.
Ecco fatto, adesso è il momento della fase b, cioè mettersi a letto e simulare di stare dormendo dalle ore 21. Io divido la camera con l’inquilino TP, che trovo mummificato e sudante sotto le coperte, non proferisce parola e sta già pensando al pigiama per il carcere. Passiamo qualche minuto a immaginarci il clamore mediatico di questo nostro gesto, e i commenti di Umberto Galimberti su questa gioventù priva di valori. Passiamo qualche altro minuto a temere l’imminente arrivo delle teste di cuoio.
Quand’ecco.

IL NAPOLETANO
Dlin dlon.
Suona il campanello. Sono ormai le due e un quarto. Vado in pigiama a chiedere “chi è”, simulando di essere stato svegliato. “siamo le ragazze, le vicine di fronte”. Argh. Apro. Entrano due ragazze e un tipo vestito militare, taglio parà, accento direi partenopeo.
“Che è successo?” dico stropicciandomi gli occhi dal sonno. Arrivano anche Rocco e il Metallaro, TP rimane nella cripta.
“Ci hanno sfondato una finestra con una patata”
“Eeeeh?”
Simuliamo incredulità. Forse siamo davvero increduli, il gesto che abbiamo fatto è effettivamente incredibilmente senza senso. Iniziamo a sproloquiare cose tipo “Ma chi è stato? E soprattutto perché? Ma potevano uccidervi! Ma è assurdo! C’era qualche messaggio con la patata? Avete dei nemici? Noi troveremo i colpevoli! Ma soprattutto: che senso ha tirare una patata in una finestra” eccetera.
Facce a culo così, viste poche volte nella vita. Diamo loro anche del cartone da imballaggio per coprire la finestra. Il napoletano non è tanto convinto, noi siamo anche un po’ offesi perché hanno pensato a noi come colpevoli, dato che facendo tutte le ipotesi del caso, potremmo essere stati solo noi.
Le salutiamo raccomandandoci di tenerci informati su questo incredibile caso.
Torniamo a letto, sapendo che non la passeremo liscia.

LA PULA
Passa mezz’ora, e verso le 3 suona il campanello.
Rocco chiede al citofono chi è, ma una voce già di qua dalla porta dice “apra: carabinieri”
Argh.
Entrano due carabinieri, uno che fa le domande e uno che si guarda attorno (secondo noi cerca tracce di patate) prendendo appunti. Noi aggrediamo subito:
“Agenti venite per quella cosa della patata? E’ una cosa incredibile, assurda, ma chi può essere stato?”
“Ehm, ragazzi.. c’è stata una festa qui stasera?”
iniziano a cercare tracce di spinelli, bottiglie di vino o resti di festeggiamenti e baldoria.
Non c’è niente.
Niente.
Sono basiti, vedono solo 4 stolti in pigiama che si arrampicano sugli specchi, ma non hanno prove. Vedono anche tanti poster dei Dimmu Borgir e degli Immortal. Il Metallaro è amico di Attila Cshar dei Mayem. Proviamo con la tattica “In effetti possiamo essere stati solo noi: ma agente, mi dica: per quale motivo? Non c’è alcun motivo sensato per un gesto del genere!”
Era vero.
Il Metallaro tira fuori a questo punto la perla:
“Vede, agente, in questo quartiere succedono cose strane. Pensi che l’altra settimana qualcuno ha lanciato un portacenere a della gente che cenava sul balcone. Incredibile, no?”
Era stato lui.
I carabinieri se ne vanno. Li sentiamo dalla finestra dire alle ragazze, in strada, qualcosa tipo “Possono essere stati solo loro, ma non c’è traccia di niente”.
Passa la nottata, con sogni strani a base di tribunali e inquisizioni. TP è immobile. Gli provo la febbre, ha 31°. E’ ormai di marmo.

IL GIORNO DOPO
Nessuno crede di averla scampata. Usciamo di casa dopo ore di tentennamenti, ma usciamo a scaglioni e tutti con gli occhiali scuri. Io e il Metallaro, in un bar, vediamo avvicinarsi due poliziotti.
Ansia.
Penso alla fuga modello tetti di palazzi in film americani.
I poliziotti ordinano un cappuccino.

L’IGUANA 2
Torno a casa, verso sera suona il campanello. Sono di nuovo le ragazze. Argh.
“Siamo venute a SCUSARCI per ieri. Vi abbiamo dato la colpa subito, ma voi siete stati così gentili verso di noi. Non capiamo chi possa essere stato, ma vi volevamo invitare a cena per scusarci.”
Ah-ah. Il crimine paga.
Arrogantemente, mi dichiaro un po’ offeso ma so perdonare, e gli mostro la nostra casa.
“venite di qua, vi mostro la nostra iguana Grundig”
Musica di Simonetti.
Spunta una patata da sotto il tronco.
Prendo di forza le ragazze per il braccio, le trascino via dalla stanza dell’iguana, e dico
“Ma no, venite di qua: vi mostro la cucina.”

THE END

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Venus Drive

Venus Drive

A volte tiro fuori le ceneri di mia madre e le piazzo sul tavolo della sala da pranzo. Le conservo precisamente come me le ha date quello delle pompe funebri, sigillate in una scatola di cartone ben avvolta in un sacchetto di velluto. Alla gente piace chiamarle ceneri ma sembrano più un paio di sassi, specialmente se le tieni in mano, o le fai roteare, come faccio io a volte, a mo’ di lazo da cowboy, usando lo spago del sacchetto. Non so perché lo faccio, ma è una bella sensazione starsene in piedi in sala da pranzo a far girare mia madre come le pale di un elicottero.

Sam Lipsyte, Venus Drive, Minimum fax, 2005.

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