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Dio odia il Giappone

douglas

Se mai scriverò una vera autobiografia, la intitolerò Caro Clone. La premessa sarà che una cellula dei miei reni ha avuto la sfortuna di essere clonata per creare da zero un nuovo Hiro e che io, io vero Hiro, in pratica scrivo qualcosa di simile a un manuale di “Istruzioni per l’uso” per quel povero imbecille.

Caro Clone:

1) Potrai mangiare tutti i latticini fascisti del mondo, ma non sarai mai più alto di 1 metro e 65.

2) Avrai un’acne devastante, soprattutto sulla guance e sulle spalle, e non se ne andrà da sola, nemmeno dopo i vent’anni. Quindi ti consiglio caldamente un trattamento di un mese e mezzo di Isotretinoina, da effettuarsi il prima possibile (a tredici anni?). Ti farà venire i capelli afro per qualche mese, ma una volta finito non avrai butteri e cicatrici e non ti sentirai più come un roditore ogni volta che l’illuminazione è troppo intensa.

3) Sarai piuttosto intelligente, ma la matematica ti risulterà più difficile di altre materie. Ma può anche essere, caro Clone, che tua madre beva un Martini il giorno in cui si sta formando la parte della tua corteccia cerebrale preposta alla matematica, e che tu diventerai un genio dei numeri. Qui mi sa che dipende: bisogna vedere se la personalità è del tutto codificata nel Dna o se quello che succede nell’utero la può modificare. Basta una botta casuale di ormoni e potresti diventare piuttosto diverso da me: potresti essere un tipo disinvolto e con i piedi per terra, oppure potresti essere gay, o avere un umorismo acuto e fulminante, ma… la cosa più probabile è che tu sia proprio come me. Ha!

4) Sarai allergico ai pinoli, a molti tipi di muffa (evita i libri vecchi e ingialliti che puzzano), ai sulfamidici e agli artropodi: aragosta, granchi e gamberi (ma non ai bivalvi, come le ostriche e le capesante). Aggiungo che, dato che sarai allergico alle aragoste e ai granchi, sarai allergico anche agli scarafaggi e ai coleotteri: te lo dico solo perché potresti trovarti a leggere questo manuale dopo una guerra atomica.

5) All’inizio dell’adolescenza avrai degli sbalzi d’umore assurdi. Quando succederà, sarà perché avrai bisogno di mangiare qualcosa. Non è niente di grave. Beviti un succo d’arancia, mangiati un panino e chiudi il becco.

6) Le droghe ti scateneranno attacchi di paranoia. I funghi allucinogeni, che sono legali mentre scrivo questo testo, saranno divertenti le prime tre volte, ma alla quarta ti giocheranno un brutto tiro. E tutte quelle droghe da party, come il GHB e l’ecstasy, anch’esse legali, ti faranno sentire ottuso e stupido. A quanto pare con le altre persone funzionano benissimo, ma la maggior parte degli effetti che vedi su quelli che si drogano sono simulati. A vent’anni simulano tutti. Fidati di me, perché io sono te, amico bello.

Douglas Coupland, Dio odia il Giappone, ISBN edizioni, 2012.

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Personaggi precari

[Enrico Gregorio]

personaggi

Si fa presto a dire epigrammi. Ho letto una recensione che ha tirato in ballo epigrammi e aforismi. Ma no invece, manco per idea. Perché se sì, è vero che la lunghezza è quella di aforismi o degli epigrammi, la forma è ben diversa. Personaggi precari vede la luce sul web nel 2004, diviene libro nel 2007 (dopo aver vinto il concorso per inediti della RGB edizioni), approdata sul Corriere Fiorentino, viene tradotto dal poeta Linh Dinh e arriva oggi, nella selezione dell’editore Voland (152 pagine, 13 euro). Selezione perché di fatto nella sua forma più estesa conta tra editi e non settemila personaggi.

La precarietà del titolo è squisitamente narrativa e non ha a che vedere con carotaggi sociali o sezioni generazionali a fetta di torta. Perché ogni personaggio è frammentato, un dialogo, una battuta, un elenco. Stop. Questa caratteristica fa sì che non ci si riferisca a una realtà o un’umanità chiusa, ma un insieme aperto di modi di raccontare, rendendo Personaggi precari un po’ un libro per narratori. La narrativa canonica si preoccupa di darci personaggi fitti, dettagli visivi, umani, creando cumuli poco comunicativi e che dimentichiamo appena voltata la pagina. Sappiamo qualcosa di un personaggio quando parla, o quando leggendo colmiamo i suoi vuoti con l’immaginazione.

In Personaggi precari ogni personaggio è un pezzo di un puzzle diverso. Questo fa sì che non tutti gli episodi siano riusciti, ma quando funzionano, funzionano a dovere.

Tipo: 

Lutetia– “Ti ho scritto una lettera… Però la leggiamo insieme!”

Giuseppe– Pensa che sarebbe bello avere ricordi tipo di battute di pesca in Jugoslavia.

 Questi sono solo alcuni dei più sintetici, ci sono pure dialoghi, domande, affermazioni, monologhi; di tutto. Sembra un La Bruyere, senza spirito edificante, all’epoca dello stream of consciousness.

Raoul Bruni, autore della postfazione, cita diversi predecessori illustri, io aggiungerei sempre nella scia della prosa frammentaria, Carlo Dossi e alcune parti di Fratelli d’Italia di Arbasino. Autori che hanno fatto dello sperimentalismo la loro peculiarità, diventando più che classici, eterni irregolari. E infatti più che da leggere (come si fa per i classici) Personaggi precari, con i suoi ritratti fulminei,  è un libro da consultare e in questo sì ha qualcosa in comune con le opere degli aforisti.

Vanni Santoni, Personaggi precari, Voland, 2013.

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Il piacere

[Luigi Filippelli, 13 sardine circa, MalEdizioni 2011]

C’era un ragazzo che di nome faceva Enea. Questo ragazzo si toccava diverse volte al giorno. Talune volte si toccava due volte,  altre volte tre volte si toccava, una volta si toccò cinque volte, tre delle quali una in fila all’altra. Tanto spesso si toccava, e sempre sotto le coperte, che il suo lenzuolo era diventato duro come la roccia. Una notte  entrò in casa sua un furfante dedito al furto, Enea lo vide e, mosso dalla paura, lo colpì col suo lenzuolo tanto forte da aprirgli la testa.

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Possono mai capire qualcosa?

[Venedikt Erofeev, Mosca-Petuski, Feltrinelli]

Venedikt Erofeev, russian writer. Moscow, 1977.

– Ecco, voi avete visto e viaggiato molto. Ditemi un po’ dov’è che si stima di più l’uomo russo, al di qua o al di là dei Pirenei?

– Non so come stiano le cose al di là, ma al di qua non lo si stima affatto. Io, per esempio, sono stato in Italia e là non si presta la benché minima attenzione all’uomo russo. Là non si fa altro che cantare e dipingere. Un tizio, per esempio, se ne sta bello dritto a cantare. Un altro, accanto, sta seduto a dipingere quello che canta. Un terzo, a una certa distanza dai primi due, canta di quello che dipinge… E che tristezza si prova per tutto questo! Loro, invece, la nostra tristezza non la capiscono affatto…

– Ma quelli sono italiani, in fin dei conti! Possono mai capire qualcosa?

– Appunto. Quand’ero a Venezia, il giorno di San Marco, m’è venuto lo sghiribizzo d’andarmene a guardare la regata. E m’ha preso una gran tristezza a vederla, la regata! Il cuore mi lacrimava, ma le labbra restavano mute. Gli italiani, invece, non capivano, ridevano, mi tacciavano col dito: “Guardatelo lì, Erofeev, che se ne va nuovamente a zonzo come uno smaronato…”. Mica ero smaronato! Semplicemente c’avevo le labbra ammutolite…

In fondo, poi, in Italia mica c’avevo nulla da fare… C’erano solo tre cose che volevo vedere: il Vesuvio, Ercolano e Pompei. Ma mi fu detto che il Vesuvio non c’era più da un bel pezzo, e mi mandarono a Ercolano. Lì a Ercolano mi dissero: “Ma che ci fai, scimunito, qui a Ercolano? Vattene piuttosto a Pompei”. Arrivo a Pompei e mi sento dire: “Ma c’hai proprio una fissa per ‘sta Pompei, eh!? Fila dritto a Ercolano!…”.

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Guardare il mare

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Guardare il mare, normalmente, è un metodo abbastanza sicuro per non farsi rompere i coglioni. Se stai guardando il mare in silenzio, la gente tende infatti a pensare che tu stia elaborando chissà quali profonde verità o fondamentali domande sulla vita. O, comunque, roba a tema abbastanza universale; pure se pensi a che salsa abbinare al petto di pollo o quanto sarebbe opportuno – a questo punto della vita – possedere un set ben assortito di brugole.
Con questa speranza, Doc e Nadiacomaneci se ne stavano culo a monte fermi sulla battigia, durante il tardo pomeriggio di una giornata serena, in quel limbo che è un autunno in cui la luce è estiva ma che ancora oppone resistenza di stagione e non ha ceduto al freddo.
Questa cosa di non farsi rompere i coglioni era particolarmente sentita da Doc, riccio e sui quaranta, e meno da Nadiacomaneci, di pelo grigio e sui cinque anni, in un paesetto dove per chiedere Chi sei? si usava una forma dialettale che, tradotta letteralmente, suonava Di chi sei [figlio] tu?.

Emanuele Vannini, Il Tensore di Torperterra, Blonk, Ebook, 4,99€

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