Young revolutionaries

[Enrico Gregorio]

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Ho letto da poco Young Revolutionaries, di Happy Cobra books. Si tratta di una minuscola antologia edita nel 2008 in America (USA!) pubblicata in cartaceo e scaricabile gratuitamente in PDF.

Minuscola perché propone brevi prose di tre autrici: Chelsea Martin, Catherine Lacey e Ellen Kennedy.

Things I Know di Chelsea Martin (1986) è una breve raccolta di sentenze spiritose a proposito di argomenti casuali. Come: donatrici di ovulo, uomini, makeup, sex toys. Usa un ritmo a metà strada tra il tweet e la conversazione privata, ma sempre con uno sguardo lunare. Originale e nient’altro.

Spending Too Much Time Around People Who Like Me di Catherine Lacey invece è il racconto che mi è piaciuto di più. Composto da brevi paragrafi dove la protagonista in prima persona riflette sulla relazione con il suo ragazzo. “If a bomb came down in the city right now, would the historians think we were in love?” A tratti sofisticato, ma comunque naturale nel suo fluire e nell’uso dei brevi dialoghi. Ci sono tutte le costanti dei giovani americani che fanno mumble mumble su sé stessi: bere seduti in veranda, il thanksgiving day, conversazioni a spirale su argomenti astratti.

Probably Going To Die Alone di Ellen Kennedy (1989) abbiamo Judy, una studentessa di venti e qualcosa di ritorno nella città natale, dai genitori. Va al supermercato con i suoi, in un appartamento di amici dove si parla di Obama e del riscaldamento globale. Vengono nominati alcuni psicofarmaci (Tylenol). Si annoia, si sente depressa poi si annoia ancora. Fa espressioni facciali neutre.

A differenze del precedente tutto è narrato in terza persona con voce stanca, fredda e monocorde. “Judy feels cold and bored.” Niente dinamismo, nada de nada, lo stile è paratattico all’estremo. Con questo espediente Ellen Kennedy ci trasmette tutta l’apatia della sua protagonista. “Judy laughs.”

Young Revolutionaries cinque anni dopo è anche un buon strumento per vedere come si sono evolute le cose. Chelsea Martin ha pubblicato due libri: Everything was fine until whatever nel 2009 e the Really funny thing about apathy nel 2010. Contenenti suoi disegni, brevi racconti e flash fiction di cui Things I Know è l’esempio. Alcune cose sono divertenti, ma in generale è tutto molto disomogeneo. Ha una rubrica su The Rumpus dove disegna brevi sketch autobiografici a fumetti.

Ellen Kennedy è uno dei primi autori riconducibili a quella definita come online literature, insieme a Noah Cicero, Brandon Scott Gorrel e Tao Lin (con cui condivide lo stesso stile). Gli stessi che si potevano trovare alla Bear Parade. Nel 2009 Ellen ha pubblicato un libro di poesie: Sometimes my heart pusher my ribs.

Quelli dell’online literature sono, volendo generalizzare, un gruppo di autori nati negli anni ottanta, con uno stile che discende dal primo Ellis e una risoluta propensione a fissarsi l’ombelico: sono bianchi, spudoratamente giovani, apatici e usano il sarcasmo in luogo dell’ironia. La loro diretta manifestazione è la muumuu house, una casa editrice fondata da Tao Lin nel 2008; raccoglie attorno a sé autori e poeti, giovani e spettinati, possibilmente di Brooklyn (anche se Dylan Nice che è dell’Iowa, Ellen Kennedy di Boston, Cicero di una promettente località chiamata Youngstown e Gorrel di Seattle). Pubblicano poemi, selezioni di tweet, libri di poesia e nei post che scrivono si citano a vicenda. Spesso usano titoli descrittivi.

E’ come se rifiutassero la mediazione artistica. Desiderando essere antiretorici e volendo esorcizzare distacco-alienazione-depressione azzerano ogni complessità. In modo da esprimere la scissione sia interiore di chi scrive che quella dello scritto da qualsiasi appartenenza artistica. Preziosismo al contrario potremmo dire, o magari punk, ma più surreale e molto molto meno sovversivo. Il tono di voce di chi risponde a una domanda poco importante mentre controlla la posta elettronica pensando a altro.

Hanno l’occhio un po’ derisorio e un po’ compiaciuto da quelli che a scuola si siedono nell’ultima fila. Nella pagina di Muumuu House si trovano contributi di Sheila Heti (nel luglio 2010 erano usciti due sui racconti in Italiano molto belli sul numero 35 di Rivista Inutile), Mira Gonzalez, Dylan Nice, Marie Calloway, Elizabeth Ellen e Rebecca Curtis. Ma anche un estratto della novella Travel in Centre America di Clancy Martin, presente nell’ultimo numero del Milan Review.

 Come già detto lo stile robotico della Kennedy è similare a Tao Lin (un esempio) e in seguito anche al più giovane poeta Jordan Castro (1992) in James Franco (breve racconto in cui ci viene riportato che qualcuno a una festa ha detto che l’autore sembra James Franco) dove riesce se possibile a apparire ancora più spento di due o tre gradazione rispetto a Ellen Kennedy. “Judy says ‘yes’.” Lo stesso discorso vale probabilmente (non l’ho letto e non sono certo che lo farò) per Zachery German In Eat When You Feel Sad del 2010.

 Catherine Lacey invece scrive su HTMLGIANT, nel 2010 ha co-fondato 3B un B&B (a Brooklyn che domande) dove vive e lavora. Ha pubblicato su McSweeney’s Quarterly, The Believer, Harper Perennial’s 40 Stories Anthology, Diagram e nel 2014 pubblicherà Nobody Is Ever Missing. Sul suo blog sono disponibili diversi racconti.

Per tutti questi autori vale ciò che ho letto in un articolo di James Kettle. Ovvero che il più frequente difetto dei giovani autori, dovendo ispirarsi al proprio quotidiano, è il ristretto range di situazioni da cui attingono quando si tratta di scrivere. Vale per le autrici di Young Revolutionaries e anche per quelli di Muumuu House.

Altro aspetto secondo me limitativo è lo sguardo con cui narrano le loro storie, una problematica ben spiegata da Francesco Pacifico nella sua intervista al Paris Review per la traduzione in inglese di Storia Della Mia Purezza:

 What I mean, novelwise, is that one has a weird peer-pressured moral obligation to describe your avatar’s sex life and lifestyle. I know you shouldn’t, but that’s what we do. We try to convince people that our characters know what living is. That they listen to the right records, and they have the right perversions. They can be successful in bed, they can be the opposite, but they have to show they know what they’re talking about. I think this is a very conformist bias we have as writers today. I mean, our generation. We have to show off, in a way.

Atteggiamento riconducibile anche nell’esibizionismo giornalistico di Vice. Tipo le foto delle ragazze con la birra in mano, la spacconeria gangsta e i resoconti un po’ fasulli. Sembra sempre che si sappia già dove andranno a parare. Ma capiamoci: alla fine è bello sapere che esiste un National Geographics freak .

Infine considerando i cambiamenti generazionali di stile di scrittura come un alternarsi di opposti, potremmo vedere l’approccio robotico come l’antagonismo alla voce narrante a là Dave Eggers. Quella estroversa voce sopra le righe sempre desiderosa di farsi amare e di stupire. La ripetitività e il lessico sfoltito (per non dire basilare) un’inversione a U rispetto all’ironia, l’esuberanza e i linguaggi multiformi e acrobatici. O anche come rifiuto alla sempre ansiosa ricerca di completezza informativa negli articoli-saggi-reportage di David Foster Wallace. “Judy feels good.”

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