Polmonite

[Enrico Gregorio]

Una donna non più giovane, a letto, con diverse coperte addosso a sé, non sta dormendo; è girata su un fianco e la camera è semibuia anche se è mezzogiorno.

Si rigira, mugugna qualcosa e tossisce. Estrae un braccio da sotto la coperta e controlla che ora è dal cellulare sul comodino. La luce del display le illumina il viso.

Sì apre leggermente la porta. Un uomo infila la testa e guarda dentro.

“E’ permesso?”

“Avanti, avanti. Ah ma è lei? E mio figlio dov’è? Prego, entri pure, accenda la luce per piacere. Dovrebbe esserci mio figlio.”

Il medico entra nella stanza e preme l’interruttore alla parete. Ha un cappello blu della marina militare, un giubbotto di pelle marrone, una borsa e dei pantaloni. Sul naso porta degli occhiali dalla montatura sottile, sotto invece ci tiene appesi due baffi spioventi ma determinati a non scivolare giù.

“Buongiorno; abbia pazienza la porta d’entrata era aperta e sono entrato.”

“Oh bella. E mio figlio? Quando serve dov’è?”

“Ah non so, entrando non ho incrociato nessuno” dice dopo aver posato la borsa su una sedia.

“Stefano, Stefano! Scusi eh. Stefano! Stefano!”

Si sentono dei rumori indistinti. Entra Stefano, un ventottenne palesemente sovrappeso, con due maestosi baffi di nutella sulle labbra e un casco coloniale in testa.

“Ah! Scusa non avevo sentito. Buongiorno” dice dandosi da fare a tirar su le tapparelle.

“’Giorno, non c’è problema” dice il medico frugando nella borsa.

“Ma insomma dov’eri? Qua la gente entra e tu non ci sei. E se era un killer? O un ladro?”

“Direi che le è andata bene” dice il medico, sempre con le mani nella borsa, la propria.

“Ero in camera, stavo facendo le flessioni con la musica, per quello non ho sentito.”

“Ho capito. Bravo, così magari ti metti in forma.”

“Le flessioni?” chiede il medico, scettico.

“Sì, centocinquanta, ogni santo giorno” risponde Stefano.

“Occhio a non farne troppe” dice il medico guardandogli i baffi di nutella.

Il medico si avvicina al letto, Stefano rimane a distanza ma osserva attentamente. Il medico nota un acquario di vetro, pieno d’acqua ma senza pesci.

“Comunque, se dovesse interessarvi, mia moglie è cardiologa. Mio figlio invece ha uno studio tecnico per l’installazione di pannelli solari. Mia figlia è psicologa. Ve lo dico solo a titolo informativo, dopo magari vi lascio i loro biglietti da visita.”

“Grazie mille” gli dice la signora.

“E se servisse” dice il medico guardando gli angoli delle pareti un po’ anneriti “io la domenica faccio l’imbianchino. Così per hobby. Potrei farvi dei prezzi convenienti.”

“Magari più avanti; ha fatto bene a dirlo.”

“E poi,” dice sempre il medico dopo aver adocchiato le tende ” mia moglie, oltre che cardiologa, è un ottima sarta; se aveste bisogno. Ha fatto le tende agli Olivero, non so se li conoscete, abitano in questa via, più avanti.”

“Di vista, li conosco giusto di vista” gli risponde la signora.

“Ok. Ah già, prima che mi dimentichi: ho qui delle pastiglie che sembrano mentos, hanno il gusto di mentos ma non sono mentos, e curano sia l’emicrania che l’impotenza. Le devo portare a un paziente più tardi, per questo le ho con me.” Ma la sua proposta incontra il silenzio dei due. “Era tanto per dire, vi avrei fatto un buon prezzo.”

“E’ stato gentile, grazie comunque” dice serena la signora.

“Allora signora che cosa si sente?”

“Che non sono più quella di un tempo. Sono sempre malinconica.”

“Ho capito, ho capito. Non dica altro.”

“Sì mamma però digli anche della tosse e della febbre che hai da cinque giorni.”

“Allora, lasci parlare la signora.”

“Grazie.”

“Ma le pare. Comunque stavo pensando: forse è dermatite.”

“Acqua” dice Stefano da in fondo alla stanza.

“Magari l’influsso di Giove nel segno del leone.”

“Nisba” risponde la donna tenendosi alle coperte, seduta sul letto.

“Senta signora, io faccio il mio lavoro, ma lei mi venga incontro, avanti. E anche lei” dice a Stefano, che non si è mosso dalla sua posizione.

“Certamente” risponde Stefano impassibile.

“Bene. Signora, pensi un numero da zero a dieci.”

“Diciassette va bene?” Chiede Stefano da in fondo alla stanza.

“Perché no” risponde il medico, condiscendente. “E lei signora l’ha pensato?” La donna risponde con un cenno positivo del capo. “Bene non me lo dica eh”.

“D’accordo.”

Il medico chiude gli occhi, concentrato.

“Dunque, è il quattro vero? Lei ha pensato il quattro vero?”

La donna, con gli occhi spalancati si guarda intorno, esterrefatta. “Sì, sì è giusto. Era proprio il quattro! Hai sentito Stefano, ha indovinato. Gesù ma come ha fatto?”

“Segreto professionale signora” dice lui strofinandosi le unghie.

“Bravo, bravo. Ma non ha ancora indovinato il mio” dice Stefano ostile.

“Ci stavo giusto arrivando, giovanotto. Vediamo” chiude di nuovo gli occhi “ se non mi inganno è l’otto, sbaglio forse?”

“Tsk tsk, mi spiace ma qui ha toppato. Avanti le dò un’altra possibilità.”

“Questa volta non sbaglierò” e chiude nuovamente gli occhi. “Ah! Ci sono è il diciassette vero?”

Stefano evidentemente stupito si congratula e conferma il diciassette.

“Grazie. Ma posso farle una domanda, se non sono indiscreto.”

“Prego.”

“Perché porta quel casco?”

“Questo?” Chiede Stefano toccandosi il casco coloniale beige che porta in testa “studio al corso di Archeologia e storia del mondo antico e orientale: vorrei diventare egittologo.”

“Però” gli risponde il medico.

“Secondo anno” aggiunge la madre, con il viso pieno di commosso orgoglio.

“Secondo anno? Ma dai.”

“Sì” chiosa Stefano.

“Sono stupito.”

“Ma lei lo sapeva che nell’anno del 29⁰ compleanno di Ramesse si verificarono delle catene di scioperi tra gli operai della necropoli regale tebana? E che nelle dinastie seguenti la società egiziana si trasformò in una società di tipo feudale: amministrativamente ogni città divenne autonoma e le classi dei cittadini divennero più rigide. Questa crisi ebbe inizio alla fine della XX dinastia: il potere centrale si indebolì, l’amministrazione era formata da troppi funzionari disonesti, e i templi, già molto ricchi, ottennero l’immunità fiscale. Arrivarono al punto che lo stato non era più in grado di pagare il salario ai suoi operai. ”

“Il potere centrale si indebolì…” ripeté commossa sua madre.

“Bravo, bravo te la sai cavare” ammette il medico e gli si avvicina “…ma te lo sai fare questo?” E gli estrae una moneta da dietro l’orecchio.

La signora batte le mani entusiasta, Stefano è ammutolito ma anche ammirato.

Incassata la vittoria il medico ristabilisce l’equilibrio:” adesso veniamo a lei.”

La signora lo osserva per dimostrare che ha la sua attenzione.

“Mi dica, sente dolori alle caviglie?”

La signora è titubante:” solo ogni tanto.”

“Mamma dai, cerca di esser sincera, se no è inutile che l’abbiamo chiamato.”

“Suo figlio ha ragione, lei ha o non ha male alle caviglie?”

“Sì in effetti sì. Ho male alle caviglie.”

“Vede che se collabora il lavoro viene meglio. E quanto male, tanto o poco?”

“Beh…” la signora guarda in direzione del figlio che le fa dei cenni “abbastanza.” Guarda il medico che con la mano le fa segno di aumentare e le chiede:” abbastanza?”

La signora è confusa “abbastanza?” Il medico continua a farle segno di aumentare.

“Molto, direi molto.”

“Ah ecco, e che aspettava a dirmelo? Tutti uguali voi pazienti.”

“Ma sa com’è, l’imbarazzo.”

“Sì, l’imbarazzo” le fa eco lui, scrivendo su un taccuino. “E nausea, ne ha di nausea vero?”

“Sì ne ho: tanta e spesso.”

“Bene, vedo che adesso inizia a ragionare.”

“Che vuole farci sa…”

“Silenzio! Mi lasci lavorare” dietro alle spalle del medico la signora vede Stefano portarsi l’indice sulle labbra, per farle segno di tacere.

“Mi dica, ha anche dolori articolari?”

“Hai voglia.”

“Ma tanto o poco?”

“Tanto, tanto.”

“Bene.”

“E febbre?”

“Ce l’ho.”

“Brava. Tosse? Catarro?”

“Sì entrambi.”

“Strano non l’ho ancora sentita tossire” le risponde lui sospettoso.

“Faccio quel che posso.”

“Signora non basta. Lei si deve impegnare, im-pe-gna-re! “

“Eh lo so, lo so. Ma ho anche un età cosa crede? Io ho sessantatré anni lo sa?”

“La facevo più vecchia.”

La signora tace, Stefano pure.

“Quindi signora lei vorrebbe dirmi che lei ha una polmonite?”

“Sì esatto, è per questo che l’ho chiamata.”

“Certo, certo. Sa cos’è questa? Un caso di autosuggestione. Ne vedono a quintali. Ecco qual è il nostro problema: l’autosuggestione, tutti pazienti che si credono questo e si credono quello.”

“Davvero?”

“Certo! E poi vogliono quel medicinale, quel prodotto, vanno su Yahoo Answers e si cercano i sintomi. Si fan le diagnosi da soli. E costano un botto allo stato in medicine che alla fine non servono a un fico secco. Bella roba. Adesso mi dica” e si allontana dal letto a grandi passi” quante sono queste” le chiede mostrandole tre dita sulla mano destra.

“Tre.”

“Ecco signora, lei ci vede benissimo. Non ha nessuna polmonite: è solo autosuggestione.”

“Autosuggestione. Deve aver ragione. Allora possiamo aprire la finestra?”

“Certo.”

“Stefano sentito, apri la finestra e mettici di nuovo vicino l’acquario. Fosse mai che tornano.”

Stefano esegue l’ordine, apre tutta la finestra e poi ci mette vicino l’acquario pieno di acqua.

“Avevo due pescetti rossi, bellissimi. Giovedì pomeriggio esco per due commissioni e quando torno non c’erano più; Stefano aveva aperto per far arieggiare la stanza dopo aver lavato i pavimenti, la padrona non c’era, il guardiano è lento di riflessi e quelli ne han approfittato per scappare. Ecco che succede quando il potere centrale si indebolisce. Abbiam tenuto le finestre aperte tre giorni con la speranza che tornassero.” Spiega la signora. Il medico sentita la storia dei pesci guarda Stefano che abbassa umilmente lo sguardo sulle sue scarpe da ginnastica.

“E lei dice che torneranno?”

“Chissà, metti che gli prende la nostalgia almeno che trovino aperto. Rimane la speranza”

“Su ItaliaUno han fatto vedere di un gatto che ha percorso cinquecento chilometri per tornare dal suo padrone” dice Stefano e aggiunge “cinquecento chilometri a piedi. Bestiale.”

“Ma i gatti son diversi; i pesci amano la libertà, son abituati all’oceano”.

“Già” fa il medico.

“Sì mamma, sì”.

“Ma tanto non serve. Dovevi chiudere un po’ di più la finestra, zuccone; col piffero che tornano. E se tenevi un po’ più chiuso magari non mi beccavo…” la signora viene intercettata dagli occhi del medico “l’autosuggestione, l’autosuggestione.”

“Una bella giornata davvero” dice Stefano, per cambiare argomento.

“Davvero, e pensare che davano pioggia” e si siede sul bordo del letto.

“Ma d’altronde presto avremo le ciliegie.”

“Adoro le ciliegie. Comunque auscultandole il cuore mi sembra di aver colto delle anomalie. Le prescrivo una visita da un buon cardiologo” dice scrivendo su un blocchetto. “E qui c’è il numero di mia moglie, così potrete prenotare.”

“D’accordo” gli risponde la signora prendendo il foglietto.

Il medico mette a posto la borsa, scambia ancora due parole con Stefano e dopo poco se ne va, la signora e Stefano lo ringraziano.

“Visto mamma te lo dicevo io che esageravi; ma tu niente, non mi ascolti mai” le disse risentito quando rimasero soli.

Meno di una settimana dopo, in chiesa, al funerale di sua madre, Stefano portava una dignitosa fascia nera sul casco beige.

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