Cold pastoral – Marina Keegan

[Enrico Gregorio]

Ci sono Claire e Brian; c’è Lauren, pure. La loro storia è una variazione su un triangolo tra tre studenti sui venti-e-qualcosa. Brian muore improvvisamente, e Claire entra in contatti molto più stretti con Lauren, la ex di Brian, con cui il ragazzo ha avuto una storia intensa. Questa è quanto raccontato in Cold Pastoral, e è la storia scritta da Marina Keegan.

Questo racconto è stato pubblicato sul New Yorker il cinque ottobre 2012, introdotto da un corsivo per parlare della scomparsa di Marina Keegan, avvenuta a maggio, in un incidente stradale. Marina aveva ventidue anni, si era da poco laureata a Yale e presto sarebbe entrata nello staff editoriale del New Yorker.

 La colonna portante del racconto è Claire e i suoi cambiamenti di prospettive, quando viene a sapere che il ragazzo con cui si sentiva sempre più coinvolta è morto per un aneurisma. Si presenta la sensazione di essere l’ultima arrivata e la difficoltà di dover tenere un discorso alla veglia funebre. Vede i genitori di Brian, i suoi amici, Lauren e si sente sempre un estranea verso chi ha avuto la fortuna e il tempo di conoscere di più e meglio Brian. Si trova a esaminare quel poco che lei e Brian hanno vissuto assieme, divisa tra la tristezza è il senso di possesso frustrato.

La voce narrante (che corrisponde a quella di Claire) non tesse l’elegia di un ragazzo splendido sparito troppo presto, non si riempie la bocca di parole inopportune o vuote per spiegarci “la morte”. Ma riesce a essere sobria senza dover compensare con cinismo o sentimenti faciloni. Per esempio quando Claire incontra i di lui genitori e imbarazzata e triste riesce solo a dire “He was an amazing guy”. E subito dopo aggiunge “It sounded so stupid”.

Quanto veniamo a sapere su Brian è sempre in relazione alla protagonista, mini elenchi o paragrafi che parlano di cose fatte assieme. E che la costringono a guardare da un’altra prospettiva il loro rapporto, Claire passa dal sentirsi protagonista a spettatrice.

Tutti possiamo scrivere un testo intorno a una sola persona, ma molto più difficilmente possiamo parlare di qualcuno raccontando come ci fa sentire, e costruirci su una storia. Questa è la differenza tra la buona e la cattiva narrativa (non che esistano davvero due serbatoi con su scritto “Buono” e “Cattivo”, anzi tutto è mischiato, chi descrive bene, chi dialoghi incredibili, chi è prolisso. Semmai dovremmo dire narrativa profonda e narrativa superficiale). La cattiva narrativa si nutre di immagini statiche e scontate, quella buona usa una materia apparentemente consueta, agendo in modo complesso ma in apparenza semplice.

In un interessante articolo (Il generone della narrativa Italiana) Francesco Pacifico ha registrato alcuni cliché della narrativa italiana commerciale identificando con precisione alcuni difetti intuibili (percepiti dal lettore) ma difficili da spiegare, che aleggiano nella cattiva narrativa come i fantasmi in una casa infestata. Uno di questi difettastri riguarda la rappresentazione dei sentimenti: ”Gli stati d’animo vengono solo nominati invece che smontati idiosincraticamente”. Ecco, questa cosa lei la sa fare, non si limita a nominare le cose, ma le ricostruisce attraverso le immagini e i fatti che racconta. Che è un po’ come farti capire quanto forte era un pugno parlando dell’alone violaceo fiorito fuori stagione intorno a un occhio.

Cold Pastoral riesce nella difficile impresa di essere giovane senza essere generazionale. La fregatura dei testi generazionali è che sono ancorati all’epoca in cui sono stati scritti. Ci dicono molto sui dati sociali e estetici dell’epoca in cui sono stati concepiti, ma poco su di noi. Il testo x viene scritto; è generazionale, piace ai giovani, se lo passano e se lo consigliano, dandosi gomitate e dicendo “ehi parla proprio di noi” o “guarda vengono citati i Black Lips o i Beatles” (i nomi dei gruppi sono intercambiabili a seconda delle mode). I testi generazionali (e anche quelli della narrativa commerciale) sono come certi spot televisivi. Hanno una trama che parla genericamente di sentimenti o emozioni, un linguaggio immediato e comprensibile , e una quantità di marchi e simboli ammiccanti. –Quello che volevo dire prima è che sei super famoso a Brooklyn. Non ho mai ricevuto così tanti commenti alla, “Bel libro” da ragazze carine in metropolitana come quando leggevo Richard Yates sulla linea L.-* E i ragazzini, o chi come loro, si danno le gomitate tra loro compiacendosi di riconoscere e sentire come propri quei simboli. Solo che la narrativa generazionale con il tempo decade. E così il libro x riletto dai posteri cinquant’anni dopo è pieno di slang invecchiato male, riferimenti culturali incomprensibili e così via: ecco perché agli scrittori viene la pelle d’oca se dici che il loro è un libro generazionale.

La buona narrativa invece ci parla delle persone, dei loro atteggiamenti, dei loro difetti; finché esisterà una persona per leggerla la buona narrativa avrà senso di esistere. Chiudo qua la lectio magistralis su cosa sì e cosa no. Ma ricorda, la cattiva narrativa la riconosci dal suono che ti attraversa la testa ogni volta che ne leggi una frase: il suono dei sacchetti di patatine mentre li accartocciati per buttarli nel cestino.

Ancora un paragrafo giusto per dire che il racconto scritto da Marina Keegan non è scritto per fare l’occhiolino a qualcuno o al proprio ego. E riesce a svelare la vulnerabile referenzialità della voce narrante. Esibendo l’impreparazione delle persone a affrontare il distacco da qualcuno o a riconoscere distintamente i propri sentimenti. “I imagined for a moment what he would have been like if Lauren died—if he would have romanticized their relationship and lamented the loss of their potential reunion.”

Ho detto queste due cose su Cold Pastoral non tanto per parlare di un racconto scritto da una ventiduenne americana di belle speranze morta prematuramente. Ma perché Cold Pastoral, pur con i suoi punti deboli, ha le caratteristiche dei racconti che ti augureresti di scrivere e quella dose di stile (anche se acerbo) che sarebbe bello incontrare più spesso.

 *Tim Small che intervista Tao Lin. Anche se a dirla tutta ammettiamolo: non si scrive per il Nobel, si scrive per conquistare le ragazze, quindi quando le ragazze in metro leggono il tuo libro, allora quello è il giusto grado desiderabile di successo.

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