Il reading di Emidio Clementi

[Enrico Gregorio]

emidioc

È sabato sera e sono al Reading di Emidio Clementi, come dice il titolo, che non funge solo da titolo ma anche da introduzione, così non perdo tempo, e non devo infarcire l’inizio di cose e cose, e poi l’inizio sarebbe questo. Emidio Clementi, accompagnato da Corrado Nuccini, voce e chitarra dei Giardini di Mirò, leggerà (leggerà-reciterà per esser precisi) alcuni racconti, tratti da La ragione delle mani (Playground).

Il posto è a Saluzzo, in un circolo, accanto agli uffici Inail e alcuni edifici in mattoni della Telecom, su cui domina un imperscrutabile ripetitore.

Quando entro non c’è ancora molta gente e delle sedie disposte davanti al palco – poche – sono occupate, ma io non mi siedo, decisione di cui mi pentirò più tardi.

L’inizio è per le nove e mezza, ma si posticipa un poco nell’attesa di veder aumentare il pubblico.

Stufo di ciondolare ordino al bancone una coca-cola. Il tipo mi guarda (come se mi stesse giudicando moralmente) e mi dice che non hanno coca, però hanno una bevanda locale che è praticamente la stessa cosa e in più non è prodotta da una multinazionale. La prendo. Intanto il circolo inizia a riempirsi.

Mi metto in modo avere una vista frontale del palco, subito dietro ai posti a sedere; le luci iniziano a abbassarsi.

Del tutto indifferenti alle norme di buona creanza diverse persone si mettono proprio davanti a me. Sul palco sale Corrado Nuccini che accende un portatile con una mela luminosa sul retro dello schermo, e setta diversi effetti e altre robe da musicista avant-garde. Sempre più persone arrivano e si mettono ovviamente davanti a me. Nuccini sparisce dietro le quinte.

Aspetto e formulo maledizioni (ma durante tutta la serata, nonostante le mie invocazioni mentali, i due idioti davanti a me non conosceranno gli effetti micidiali dell’autocombustione) finché finalmente Clementi e Nuccini salgono sul palco. Nel mio campo visivo i lati sono occupati dai due tipi di spalle che per tutta la serata dimostreranno di avere un qualche disturbo che gli impedisce di star fermi e un po’ composti.

Clementi indossa un completo e una camicia arancione che gli copre le braccia tatuate. Nuccini invece un completo scuro, pantaloni a sigaretta, una camicia bianca (con il colletto alla coreana) e un paio di occhiali da vista con la montatura nera.

Sul palco, quando non viene coperto dal golf nero di uno dei due tarantolati,  vedo Clementi che introduce il libro mentre sorseggio una bibita che decisamente non ha niente a che vedere con la coca cola.

DSCF1914 Clementi spiega che il primo racconto che leggerà, l’Impresario, parla del nonno di sua moglie, Achille Santini, conosciuto tra un pranzo di famiglia e l’altro. Un personaggio, Santini, che amava il jazz e guardava dall’alto in basso chi fa rock, “quella roba lì plin plin” lo imita Clementi. Pioneristico promotore di jazz in Italia che conobbe Chet Becker.

Parte la musica, una linea di contrabbasso da club fumoso, e Clementi si cala nella parte. Alle sue spalle vengono proiettate foto di gruppo di Santini con amici o jazzisti famosi.

Il racconto è in prima persona e Clementi interpreta con enfasi, quella giusta visto il soggetto: un uomo che ha vissuto a fianco di artisti saturnini e un po’ si vanta di averne conosciuto gli atteggiamenti umorali.

La storia parla di alcuni aneddoti legati al mondo del jazz e dei suoi sacerdoti (Miles Davies, per dirne uno) che generalmente servono per inquadrare la particolarità di questi artisti e la furberia dell’impresario. Santini dimostra di avere faccia tosta e istrionismo ma anche di sentire intimamente la poesia dell’arte.

Il secondo racconto letto si intitola invece The Lost Weekend. Narra dell’ultimo week-end da viva di Marilyn Monroe, passato a Cal-Neva, il resort di Frank Sinatra.

In quel delicato momento della sua vita la Marilyn aveva chiuso i suoi rapporti con i fratelli Kennedy e non se la passava bene. Sembrava intenzionata a svelare dei segreti che stavano allo stato americano come una puntina su una sedia sta all’inconsapevole sedere che sta per sedersi sopra. Sembra che fosse intenzionata a parlare e che in quel fine settimana sia stata convinta a tacere. Non si sa bene come, se con le buone o con le cattive, il fatto fa parte della mitologia della cultura pop, ed è in questo vuoto biografico dell’attrice che il racconto si muove.

Come si assicura di spiegare Clementi lui non si permette di dare una risposta al mistero; semplicemente ci gioca su, aggiungo io. Usa personaggi noti dello spettacolo (Sinatra non ne esce bene) e racconta come potrebbe essere andata; niente di più. Romanza una pagina nebulosa di storia popolare, come fa capire. L’accompagnamento musicale sono alcuni drone di chitarra che mi hanno ricordato la linea melodica di Bang Bang.

Pur essendo su un terreno tanto scivoloso Clementi riesce a non toppare rovinosamente (non siamo ancora dalle parti di Francesco Bianconi il cui protagonista del suo romanzo del 2011 incontra Francesco Bianconi: per il 2012 il primato di ridicolaggine rimane inalterato). Anche se in alcuni passaggi ho trovato il racconto un po’ troppo enfatico e di maniera.

Nell’insieme è stato uno spettacolo interessante, anche se l’impressione di vedere i Massimo Volume con una base glitch anziché post-hardcore è forte. L’idea che mi sono fatto del Clementi narratore, basandomi solo su quello che ho sentito (Clementi ha scritto ben otto libri tra romanzi e raccolte di racconti), è di un autore che sicuramente è più disinvolto dovendo raccontare fatti vissuti direttamente.

L’unica pecca l’ho trovata nello stile, un po’ troppo minimal, che cerca sempre di creare una sorta di crescendo emotivo che ha un picco poco prima del finale. I personaggi mi sono sembrati statici perché rimangono uguali dall’inizio alla fine. L’uso di similitudini a effetto un po’ troppo ricorrente e in un caso, c’è una pagina di giornale ormai illeggibile alla deriva in una piscina americana, ho trovato che certe immagini usate fossero troppo. Una questione di stile, perché introducendo l’Impresario, con un tono rilassato e colloquiale, imitando la voce di Santini, sembrava molto più coinvolgente. Forse sono solo gusti, ma l’ho trovato più interessante quando era più colorito e meno alla ricerca del climax Carveriano.

Comunque, l’ho già detto, meglio di tanti altri musicisti votati alla letteratura.

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