Rattazzi

[Enrico Gregorio]

Per aspettare aspettava altroché e la cosa gli riusciva bene. Aveva talento spontaneo per l’attesa. Nel 2007 aveva aspettato dieci mesi che una ragazza si accorgesse di lui, per dire. All’epoca un training tanto lungo era sembrato sperpero puro, ma in situazioni come quella era evidente quanto tornava utile l’esperienza.

Era seduto sul bordo del prato verde, a scaldarsi nel sole mattutino di novembre mentre giocava con Neve, un incrocio di levriero bianco e socievole. Alternava carezze a Neve a scorse rapide allo smartphone che teneva dentro una borsa di plastica per protezione dalla polvere. Di tanto in tanto arrivava Betty, un cocker dalla coda vaporosa, attirata dall’invidia per Neve, per farsi accarezzare. Così da quarantacinque minuti.

Quella mattina era andato da suo Cugino perché gli aveva chiesto una mano per smontare un silos di lamiera. Un grosso silos per il mais che era stato montato nel ’92 sotto il portico di prefabbricati.

Così si era presentato sul presto, con il berretto di lana con scritto sopra “Veronesi”, il giaccone da sci sporco di grasso nero e gli scarponi grossi. Con suo cugino avevano esaminato il modo migliore per smontare il silos e avevano cercato le chiavi adatte per i lunghi bulloni che stringevano le fasce per mantenere in tensione le lamiere. Il silos era composto di sedici strisce verticali di lamiera alte otto metri, fissate alla base con quindici centimetri di cemento e tenute attaccate da fasce rosse e circolari in ferro, unite da grossi bulloni.

Avevano provato per i bulloni la chiave da diciannove ma niente. Presero la ventidue, e non andava, allora la diciotto ma manco quella. Poi, ingenui, la ventiquattro, allora la ventisette, quindi tentarono con una carota, ma il bullone resisteva. Finalmente la trentadue si era rilevata adatta. Poi suo Cugino aveva detto “bene” e era andato col furgone dal suo meccanico a farsi prestare la pistola pneumatica per svitare. “Così facciam prima” aveva aggiunto. “Torno subito” aveva detto sporgendosi dal finestrino. Il meccanico era un intrallazzatore maneggione che viveva in una frazione poco in là, vicino alla Asti-Cuneo, e raggranellava vendendo cassette di patate d’estate e legna l’inverno.

Nel frattempo gli aveva detto di tirare il compressore vicino al silos, il compressore era sotto un altro portico dall’altra parte del cortile, e gli aveva detto di collegare la spina alla presa della tre-ottanta così nel frattempo si sarebbe caricato.

Così Lui aveva spinto il compressore con quelle sue ruote miserabili e reticenti sul cortile dal cemento sgangherato e pieno di gradini e buchi. Aveva collegato la presa e osservato la ventola azionarsi rumorosamente, con un il tonfo della pompa che lavorava a tutto stantuffo. Il barometro indicava approssimativamente quattro virgola otto. Poi di colpo si era fermato, da solo. “Oh fanculo” aveva pensato Lui. Aveva inserito e disinserito l’interruttore, proprio come gli aveva mostrato suo Cugino, ma nada de nada. Allora aveva staccato e riattaccato la spina: nulla, silenzio tombale. Allora aveva controllato il differenziale generale, macché. Non ripartiva. “’Orco cazzo”; tirando a caso aveva prima esaminato l’integrità dei fusibili, fosse mai, e poi aveva alternato un accendi-spegni dell’interruttore a un metti-togli della spina. Ma il compressore non era partito. “Ecco perfetto” aveva pensato. “Adesso l’ho rotto”.

Non era nemmeno la prima volta in cui faceva un po’ di casino; una volta non aveva tolto un tubo di gomma da in mezzo al cortile e quelli c’eran passati sopra, forandolo. Un’altra volta doveva misurare con un asta il livello dentro a una cisterna del gasolio, solo che gli era scivolata di mano cadendogli dentro alla cisterna.

Perché lo chiamasse ancora era un mistero; forse era tutta colpa della mancanza di mano d’opera specializzata, forse.

Così ci aveva rinunciato, se non voleva partire amen, tanto suo Cugino sarebbe tornato a minuti. Solo che di minuti ne erano passati assai e non si vedeva, nonostante il meccanico distasse un sette chilometri al massimo.

Gli avrebbe detto con aria innocente che lui aveva messo la spina ma quello niente, non era partito, leggi anche: non è colpa mia, quando sono arrivato era già così. Certo avrebbe potuto chiedere a suo prozio Meo (diminutivo di Bartolomeo), il padre di suo Cugino, ma stava dando da mangiare agli animali. E poi diciamolo, aveva settantadue anni e ne sapeva meno di lui. Chiedergli un aiuto o un opinione sarebbe stato solo innervosirlo inutilmente. Aveva scelto di starsene seduto al sole, tenendo d’occhio il compressore che lo osservava a sua volta con la sua immobile ostilità.

La prozia era impegnata a badare al minuscolo nipote; eccetto il rumore in lontananza del traffico sulla circonvallazione, e le parole indistinte dei polacchi con nomi di santi che potavano nel frutteto vicino, c’era un piacevole silenzio.

Il panorama circostante al cortile, alle stalle e ai portici, era abbastanza schematico: campi aperti, cascine e capannoni industriali, sui quali dominava l’insegna rossa della Bartolini, un campanile e in lontananza le alpi marittime con il Monviso. Tutto questo distribuito con perizia sui diversi punti cardinali, chi più a ovest, chi più a nord.

Finalmente arrivò suo Cugino, scese dal furgone parlando nel cellulare, gli si avvicinò e gli diede nelle mani la pistola. Per dimostrarsi solerte andò subito a provare la misura nei dadi e poi fece un segno OK con pollice e indice a suo Cugino che stava in disparte, sempre al telefono.

“Scusa eh era il geometra “ disse suo Cugino “ma sai che sarà un ora che me la conta, mi ha telefonato appena sono uscito”.

Presero la scala e iniziarono a allentare, ma senza toglierle, le fasce. Intanto Meo li aveva raggiunti. L’idea era questa: avrebbero tolto tutte le fasce tranne una, poi avrebbero rotto da sotto il cemento, mentre dentro alla pala del telescopico uno dei due avrebbe tenuto la striscia di lamiera per non lasciarla cadere. Dopo di che quello rimasto a terra avrebbe tolto i rivetti che tenevano le lamiere da dentro. A quel punto calare giù la lamiera e adagiarla sarebbe stato uno schiocco di dita. Bene.

La prozia stava stendendo sul balcone e chiese al Cugino a che ora sarebbero andati a mangiare, così da preparare. Il Cugino guardò l’ora: era mezzogiorno e disse “ah veniamo subito”.

Tanto dovevano ancora aspettare il Biondo, e poi sarebbe stato un lavoro svelto, precisò il Cugino. Lui capì che sarebbe andata per le lunghe.

Lui allora non tentò nemmeno di dire “vado a mangiare a casa” tanto sapeva che il Cugino e Meo gli avrebbero risposto “manco per sogno”. Così li aveva docilmente seguiti nel garage, come da prassi si era sfilato gli scarponi, aveva calzato delle ciabatte blu gentilmente offerte dalla casa e era salito al piano di sopra, dove era la cucina.

La prozia si aggirava attorno alla tavola, disponendo pane appena scaldato, vino, grissini e fette di salame bollito. Dentro una pentola di terracotta c’era quello che nei bei giorni andati era un ruspante galletto.

Rifiutare era quasi impossibile, tutte le volte Lui cercava di mangiare un po’ di tutto, per non offendere, ma era impensabile riuscire a schivare l’aggiunta. Puntualmente la Prozia gli chiedeva se ne voleva ancora, e dopo averlo sentito dire “ma no, sono pieno, grazie lo stesso” tornava a riempirgli il piatto. Generalmente il mix carne e vino aveva esiti soporiferi.

La Prozia raccontò che le aveva telefonato una Teresa per dirle che un tale Pinuccio Gastaldi era morto il giorno prima. “Ma lo conoscevo” disse Meo “ma era giovane, che ha visto?”. E la Prozia gli aveva detto che era stato investito da un camion carico di carriole diretto a Boves. Meo scosse la testa: “ah io vorrei capire che ci fanno con le carriole a Boves”. E il pasto era proseguito in un rispettoso silenzio, interrotto solo dai suoni della tivù che guardava il minuscolo nipote.

Per tutta la durata del pranzo il minuscolo nipote era rimasto ipnotizzato davanti alla tivù, dove veniva trasmesso un cartone animato con dei mini pony molto effeminati e dai colori innaturali e ambigui. Tipo viola o blu elettrico.

Tornati nel garage il Cugino prese a incensare le doti di cacciatrice della cagnolina Betty. A sentirlo quella aveva sterminato generazioni e generazioni di roditori, bisognava vederla: li stanava, li inseguiva e con due competenti mozzicate li schiattava. E poi, dopo aver mangiato loro orecchie e zampine, li portava nel prato verde, davanti a casa, a mò di trofeo. Meo iniziò a raccontare di quanti ce ne fossero di topi a casa loro, e prese a elencare episodi che avevano il tono epico degli aneddoti bellici.

Una volta dalla carena anteriore che nascondeva il motore del trattore ne erano saltati fuori due, schizzando per il cortile, ma era il loro giorno sfortunato perché c’era lì Betty che li sistemò come si meritavano. Un’altra volta invece avevano comprato del veleno al gusto di ciliegia per eliminarli. Messo il veleno avevano posato il sacchetto con la rimanenza in garage. Il mattino dopo vedono tutte le pastiglie mangiate, vanno per prenderne delle altre ma scoprono che sti ingordi, bastardi, erano saliti sulla mensola dove lo avevano posato, lo avevano buttato interra e bucatolo si erano spazzolati il contenuto.

Nel mezzo di queste narrazioni epiche arrivò il Biondo con la sua fiat bravo, aprì il bagagliaio e si vestì degli stivali e della tuta da lavoro che conteneva. Il Biondo era una loro conoscenza che spesso andava a dar una mano. In testa sfoggiava un sciccoso cappellino della Pioneer. Il Cugino osservò il cappellino e si chiese tra sé perché a lui il cappellino non lo avevano mai regalato, quelli della Pioneer, anche se comprava gran quantità di sementi. Si fece un appunto mentale di chiederlo direttamente al rappresentate, il cappellino.

Il Biondo aveva quarant’anni, era basso di statura, e un poco allargato dai bagordi consentitogli dalla prolungata vita da scapolo. Viveva in una cascina isolata, con una buona quantità di terreno che faceva andare da solo; i suoi genitori erano morti a pochi mesi di distanza l’uno dall’altra, quando aveva vent’anni e le sue sorelle eran sposate e abitavano a Cuneo dove facevano un lavoro tipo la segretaria. Lo andavano a trovare il giorno di santo Stefano, portandogli il genere di regali che si indossano. Era iscritto a un paio di social network e siti di appuntamenti, partecipava alle riunioni della protezione civile dove prestava servizio come volontario, settimanalmente cantava nel coro della parrocchia e quando il lavoro glielo consentiva andava a Nizza, dove in un appartamentino che possedeva passava un fine settimana a spupazzare due prostitute. Aveva gli occhi sporgenti.

Meo stava raccontando di quando i topi, sti bastardi, gli avevano rosicato i cavi dei fanali del trattore, e il Biondo gli fa sardonico:” gli avessi lasciato cinquanta euro, poveri, almeno avevano qualcosa da mangiare”.

Così tric-trac iniziano: Lui rompeva il cemento alla base con una mazzuola, faceva saltare i rivetti, mentre suo Cugino e il Biondo nella pala sollevata del Merlo sfilavano le lamiere dalla fascia. A quel punto la calavano legata a una corda, Lui lo adagiava a terra, e con l’aiuto del Biondo, lo portavano in mezzo al cortile. Meo stava dentro il Merlo, a manovrare la pala.

Tolte le prime lamiere si vedeva il fondo del silos: negli angoli da anni erano rimasti mucchietti di mais muffito prima e marcito poi. C’era poi un telo di nylon, servito per isolare il cemento nudo dal mais, ormai tutto sforacchiato da operosi topolini. Tutto il fondo era un miscuglio di granelli anneriti e marci, polvere, muffa dalla puzza acida e coriandoli di nylon ritagliati dai versatili denti dei topi. Generazioni di topi avevano campato di quei cibi.

Il Cugino decise allora di chiamare Betty per farla razzolare in mezzo al telo, data la certezza di vederne sbucare moltitudini di topi che aspettavano solo il momento buono di battersela.

Chiamò Betty che arrivò trottando. La fece entrare dentro ma quella dopo una rapida ispezione di naso decise che la cosa non le interessava e uscì di nuovo. “Forse non ce ne sono” disse il Cugino.

Allora il Cugino, il Biondo e Lui, non potendo contare sull’assistenza di Betty tolsero il telo, che mandava lo stesso odore acido della muffa. Appena sollevarono il telo partirono in direzione diverse orde di topi. Il Cugino iniziò a urlare il nome della cagnolina per farla intervenire, ma fraintesi gli urli lei invece di avvicinarsi si allontanò, voltandosi di tanto in tanto. “Niente oggi è sciopero” disse il Biondo guardandola andare via.

Solo dieci minuti dopo la rividero avvicinarsi e Lui disse, con crudeltà ingenua, “tì ma ne ha preso uno! Guarda, guarda, sembra pure grosso”. Betty si aggirava con un boccone. “E’ vero, ah, almeno uno” disse il Cugino. Ma appena si avvicinò il Biondo fu l’unico a precisare:” ma no è un pezzo di telo”, Betty stava giocherellando con un angolo mordicchiato di telo. Il Cugino non aggiunse nulla.

Ammassarono tutte le lamiere su un lato del cortile; il Biondo si pizzicò un dito.

Finito il lavoro il Cugino andò a prendere un rimorchio che aveva prestato a un vicino, e che sarebbe servito per portare via le lamiere. Il Biondo e Lui rimasero vicino al portico a aspettare, quattro parole, giusto per cazzeggiare.

Certo punto Lui fa al Biondo: “tì ma guarda un po’ là” e indica in alto verso un angolo del portico. Lì c’era una pila di blocchetti alta quanto la parete. Questa arriva fino alla feritoia alta trenta centimetri che separa la parete dai tavelloni del tetto. E in poche parole è proprio in cima a questa pila, pochi centimetri più in basso della feritoia, che Lui aveva visto quattro curiosi topi che sporgendosi sul bordo li guardavano con i loro occhietti. Li guardavano. Lui e il Biondo. Erano i soggetti del loro interesse; ma proprio curiosi eh.

E il Biondo, sfoderando una locuzione che usava spesso per circoscriveva tutta la complessa gamma dei suoi sentimenti e delle sue idee più trasversali, disse:” oh cazzo!”.

Per più di un minuto i due rimasero incantati a guardare i roditori magnetizzati dalla stessa curiosità che tratteneva i topi stessi a sporgersi in avanti su quel obelisco di blocchetti; non facevano nessun commento, per paura di spaventarli.

“Non potergli sparare, guarda come sono a tiro” bisbigliò Lui. “Pensa, una volta ho preso un colombo al volo” soffiò il Biondo. “Il mio vicino ha messo i pannelli solari sul tetto e mi aveva chiesto di dargli una mano a tenerli lontani. Un colpo bam e ne ho tirato giù uno che si alzava in volo.” Lui faceva la faccia come a dire “però” e allora il Biondo precisò:” fortuna eh”.

In quel mentre passava Meo lì accanto a loro, e i topi là in cima non si erano ancora mossi. Lui, che era un provocatore, disse a Meo:” dì non hai un flober, qualcosa per sparare a sti topi là?” e gli spiega la storia dei topi curiosi. Meo non se l’era fatto dire due volte e era corso in casa.

Meo ce l’aveva sì qualcosa che sparava in casa. Nel Piemonte meridionale è pratica diffusa di sparare agli animali, generalmente mentre sono voltati o quando proprio non se l’aspettano; viene chiamata caccia. Meo il fucile oltre che per cacciare lo usava come strumento dissuasivo contro il furto: quando, la notte, sentiva rumori molesti o i cani abbaiare, saltava giù dal letto, usciva sul balcone e sparava verso il cielo.

Di solito i suoi racconti di caccia iniziavano con “dovevate vedere era bellissimo” quindi descriveva dettagliatamente l’animale (fagiano o lepre) e terminava con “e gli ho sparato”. Nei piatti delle loro cene o pranzi c’era spesso carne dalla quale si doveva sputar piombini. Meo, insomma, comunicava alla bellezza della natura sparandole addosso.

Quando Meo tornò chiese al Biondo se i topi c’erano ancora, l’altezza era molta e lui arrivato a na certa non ci vedeva più benissimo, e un topo, che non aveva realizzato con chi aveva a che fare, c’era ancora, come disse il Biondo a Meo. Il topo, leggermente alzato sulle zampe posteriori li guardava. Dietro di lui si vedevano, nella luce che passava dalla feritoia, le sagome di alcuni topolini che correvano come sul nastro di un baracchino del tiro assegno. Impaziente Meo armò il cane di una delle canne, mise il calcio sotto la spalla e sparò verso la macchia indistinta, pixelta dalla sua cataratta, che supponeva essere uno strafottente topolino. Manco a dirlo lo mancò. Lo scoppio del colpo fu fortissimo, e pieno di rimbombo, i pallini si dispersero andando a cadere chissà dove. Fortunatamente Betty, l’ammazza-sorci, era lontana e non aveva visto la mortificante imprecisione del suo padrone.

“Non l’hai preso, però stai tranquillo che per un po’ non li rivedi” disse ridendo il Biondo. Poi Meo si rigirò il fucile tra le mani, aveva il calcio tutto rigato, il Biondo raccontò del suo fucile, che aveva ereditato da suo padre. Lui lo soppesò, né sentì il peso trasmettere una sicurezza elettrica. Sotto il cane c’era scritto Krupp.

Poi Meo lo riportò in casa, e sia il Biondo che Lui immaginarono dove poteva nasconderlo: sull’armadio tarlato, o in cantina tra le damigiane vuote, o sotto il letto.

Tornò il Cugino, col trattore che si trascinava dietro un rimorchio mezzo scassato. Diedero prima una gonfiata alle gomme col compressore poi iniziarono a caricare le lamiere del silos.

Lo portarono nella vecchia cascina della madre del Cugino, poco lontano. Era una casetta con annesso portico e stalla, di quelle di una volta. Camminando nel cortile, le erbacce erano alte all’ombelico e frusciavano contri i loro bacini, si muovevano a grandi falcate per non inciampare e scaricavano nella stalla vuota le lamiere, posandole lungo la parete. Lui notò delle scritte a spray verde sui muri della stalla e il Cugino gli disse che ci aveva fatto la festa del capodanno 2000. “Quando aveva diciotto anni” pensò Lui che sentì la lontananza del tempo in un eco impercettibile. Un eco di campana, a esser pignoli.

Era la casa dove la madre del cugino aveva vissuto da nubile, con i genitori, prima di sposarsi. Il nonno del Cugino ci aveva vissuto fino al 1991.

Il Biondo si fermò un attimo a strofinarsi una spalla, “occhio a non beccarti un crampo eh” gli disse il Cugino con un sorriso. Il Biondo si mise a ridere, e il Cugino gli disse:” raccontagli un po’ a lui che hai combinato”.

Allora il Biondo raccontò un aneddoto che metteva in correlazione una sua amica divorziata, un pranzo leggero, del sesso orale, una mattinata a raccogliere funghi e un crampo inopportuno che lo aveva colpito sul più bello, nell’interno coscia. “Mi son fatto due volte le scale su e giù di corsa tutto nudo per farmelo passare” aggiunse. Lui si stupì del fatto che contro i crampi fosse utile correre nudi.

L’aria si caricava di umidità e dietro le Alpi marittime il tramonto si scioglieva in un rossastro incerto e liquido, come il sole fosse una bustina Twinings immersa in infusione nell’acqua calda.

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