Henry Green: Passioni

[Enrico Gregorio]

E’ successo come con le persone. Terminata l’ultima frase che conclude il libro ho capito che era davvero speciale e non l’avrei dimenticato facilmente. A differenza di come succede quando continui a frequentare una persona con la speranza che la spia dell’emotività possa accendersi, prima o poi.

Il libro in questione è Passioni di Henry Green, scrittore inglese nato nel 1905 e mancato nel 1973, con una bibliografia di sei romanzi e un libro di memorie.

Passioni (Doting) è stato scritto nel 1952 e è anche l’ultimo libro scritto da Green il quale da lì in poi si darà, come vuole la più ortodossa tradizione letteraria, all’alcool e alla solitudine impegnato unicamente nei suoi studi sull’impero ottomano.

Passioni si diceva, quelle dei protagonisti, uomini, donne e ragazze della media borghesia inglese impegnati a rispettare le apparenze, parlare di matrimonio, rimpiangere la giovinezza, immaginare un futuro e guardare malinconicamente al passato; che poi detto così, tutti i romanzi potrebbero essere riassunti in questo modo.

Restringiamo lo zoom: Mr. Middelton si invaghisce della diciottenne Miss Peynton, amica di suo figlio (no niente Lo-li-ta), il suo matrimonio scricchiola e l’ amico dei tempi della scuola, Charles, corteggia sua moglie. Adesso, attenzione, non è una commedia degli equivoci o qualcosa di simile.

Potrebbe esserlo, vista la facilità con cui Green incastra le coppie, mette loro in bocca menzogne e fornisce possibilità perché si consumi.

Ma non è nulla di tutto questo perché Green non vuole far ridere e soprattutto non concede assolutamente nulla al lettore. Green porta alle estreme conseguenze la lezione modernista del “show, don’t tell” (mantra di ogni aspirante narratore con la fissa della letteratura americana) riuscendo a costruire l’atmosfera sul non detto, nonostante ai suoi personaggi sia consentito di dialogare a più non posso. All’opposto di come gestirebbe la materia romanzesca uno come Henry James, che ci “spiega” completamente la situazione, Green, nello stile di un Cechov, non entra mai in scena dicendoci qualcosa sui suoi personaggi. La sua personalità si manifesta unicamente nella scelta di cosa raccontare. E a ruota inseguiamo i suoi personaggi, i loro sottintesi e le loro manovre verbali.

In questo libro più che i suoi personaggi Green mette in dubbio l’istituzione del matrimonio, inteso come rapporto tra due persone, che non può durare per sempre. Fa traballare il sacramento vittoriano mentre i suoi personaggi cedono a debolezze assolutamente comprensibili, e umane, macchinano continuamente per mantenere integre la facciata pubblica e cercando di appagare il proprio privato. In questo scostare le tende sulle vite domestiche Green riesce meglio, e con molta meno acredine, di Richard Yates.

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