Storia dei miei ultimi trenta euro

[Enrico Gregorio]

Torno a casa e trovo mio nonno che pasticcia attaccato allo jumbo. Lo jumbo, da quando esisto l’ho sentito sempre chiamare così, è un braccio idraulico con pala, da trainare col trattore. Mio nonno lo comprò su consiglio del geometra Tortone dal consorzio irriguo che lo usava per pulire i canali. Nel 2006 l’ho verniciato con giallo stradale, per dargli un aria più professionale, tipo macchina movimento terra dei cantieri.

E insomma mio nonno non sapendo cosa fare lo aveva attaccato e non aveva finito di piantare la prima palata che uno dei tubi di gomma dell’olio era miseramente scoppiato. Che sfiga. La gomma indurendosi era esplosa in una crepa grinzosa da cui usciva olio e la pala era rimasta distesa sul fosso, come il braccio di un tennista che si becca un crampo mentre fa un servizio. L’olio colava fuori con il colore e la consistenza del miele d’acacia. Detto tra noi, sarà l’esperienza, mio nonno per far casini è un master.

Ma il male era appena iniziato. Di solito a casa mia va così: inizi per fare una cosa e ti ritrovi a fare tutta un’altra. Manca questo, s’è perso quello: sai come funziona. Fatto sta che la prima difficoltà era nel semplice svitare il tubo. Il tubo di gomma serve da collegamento mobile tra due condotte metalliche all’altezza della giunzione pieghevole del braccio, mettendo così in collegamento le leve di comando con i relativi pistoni. So di non essere stato chiaro, non è colpa tua. Magari allego un disegno. Comunque sia la ruggine, il tempo, aveva unito i filetti del tubo metallico alle giunzioni di quello di gomma con un combo micidiale di ostilità e cattiveria. Svitarlo era quasi impossibile. Avevo questa ventiquattro in mano e niente, tira e spingi ma il tubo non muoveva. Nonno mi passa lo svitol, consigliando un abbondante spruzzata. Abbondo. Riprovo ma niente. Nonno mi dice pure di non tirare troppo che c’è il rischio che il tubo metallico venga via strappandosi. Continuo a tirare, ma con prudenza.

Alla fine telefoniamo al meccanico e sapientemente scarichiamo addosso a lui.

Il meccanico, Simone, è uno rotondetto e sempre allegro. Già suo padre era così, Sandro, mio nonno comprò da lui tutti i Ford. E anche un Renault arancio, un trattorino a cui devono aver tolto i pedali per dissimulare le sue origini ludiche; Sandro lo chiamava sempre “il gioiellino”. Una volta il Renault s’era fermato, allora avevo telefonato a Simone, gli spiegai la cosa, e lui dopo un po’:” ah sì il gioiellino!”. Vendercelo e farcelo pagare deve essere stato l’affare migliore di sempre, per loro.

Simone scende dal fuoristrada fischiettando e fa: “Meno male che ogni tanto si spacca ancora qualcosa se no come fanno ‘sti poveri meccanici?”. Si arrampica sopra il braccio e inizia a armeggiare intorno al tubo. Tira un po’, esamina il tubo; fa notare che anche un altro è lì lì per partire. Si vedono già le tele. “Allora secondo te che si fa?” io mi gratto il mento e mi prolungo in un “mmmm” riflessivo, mutando la mia inettitudine in perplessità. “Io gli darei due colpi sopra, per smuoverlo un po’ ” mi dice e per dargli supporto morale rispondo: “Sembra una buona idea”. Allora prende un martello e dà due colpi sul dado. Poi con la mia preziosa assistenza, con una chiave tengo fermo il dado, svitiamo uno dei due capi. Per l’altro capo si maialeggia un po’ di più, è in una posizione infelice e difficile da prendere con la chiave. Ma riusciamo anche a vincere la sua orgogliosa resistenza.

Simone consiglia di sostituire anche l’altro tubo, quello di cui si vedon le tele. Nonno non è convinto. Alla fine arriviamo a un compromesso: decidiamo di prendere due tubi in sostituzione ma non togliamo l’altro; così da sostituirlo solo quando si romperà. “Ah ci siam riusciti a far scucire il nonno” mi dice facendo l’occhiolino.

Mi dice che lui conosce uno, un suo amico, che fa ‘sto tipo di lavori lì con tubi e oleodinamica. Il tipo abita praticamente dietro casa sua, così lo seguo con la macchina, prendo i due tubi che mi fa sul momento e torno a casa, senza che Simone debba fare due giri. Simone mi spiega tutto strofinandosi le mani in un fazzoletto bisunto.

Lui abita poco prima di San Sebastiano, gli guido dietro, ascoltando i Queens of the stone age a manetta. Lo seguo fissando ipnotizzato dagli stampini che ha attaccato sulla ruota posteriore del suo fuoristrada.

Arriviamo a San Sebastiano, giriamo a destra, vicino alla scuola di mattoni rossi e entriamo in strette vie disegnate dai vicoli tra una villetta e l’altra. Parcheggiamo e entriamo in un cortile. Sul prato verde c’è un pallone della Disney, una casetta di plastica e una pantofola pelosa. La pantofola pelosa inizia a abbaiare e correre avanti e indietro; sorpresa: è un barboncino con fattezze di pantofola. Simone fa adeguate battute.

I due basculanti del garage sono sollevati: il garage è un laboratorio con rotoli di tubi neri di diverso diametro e una pressa. Al muro c’è un estintore, rosso. Da una scala che scende sotto il piano terra arriva un omino con i boccoli che parla piemontese e che inizia a fare l’amicone con Simone.

Simone gli mostra il tubo vecchio e lui fa una smorfia. Dice “Oh, ma questo è vecchio”. Simone gli spiega che sarà originale della macchina, tipo trentacinque anni. A vedere la faccia del tipo il pezzo sembra insostituibile, e inizio a preoccuparmi. Poi però da uno dei rotoli ne taglia un pezzo e accende la pressa. Mentre la pressa lavora lui e Simone parlano di gente che conoscono poi il tipo fa: “Eh ma questi non dureranno come quelli originali”. Simone annuisce come avesse detto una grossa verità, ma è solo una di quelle frasi che probabilmente dice a tutti. La roba di una volta era meglio, i nostri vecchi han fatto i soldi noi li mangiamo; il solito. Poi si passa a storie di ladri.

Nel frattempo il lavoro è finito e io gli dico che pago subito, allora ci fa scendere nell’ufficio; tiro fuori il portafoglio. Lui racconta di un suo amico che sta in campagna aperta, che ogni volta che escono tutti di casa lascia cinquanta o cento euro sul tavolo con un biglietto. Il biglietto dice : “Ciao ho famiglia tatatata per favore non spaccate niente tatatat” e così via. Il tipo conferma dicendo che quando sono andati da lui a rubare cercavano solo i soldi. Simone aggiunge un andante sempre valido e cioè che tanto ormai non hanno più paura. Io riassumo del mio vicino, cui han rubato l’asino e l’han macellato in un campo. O dell’impianto fotovoltaico a terra a cui han rubato tutti i cavi di rame; ottantamila euro di danno.

Poi il tipo fa due conti su un foglio con le orecchie e mi dice che fanno venticinque euro.

Sulla strada di casa guido osservando i due tubi neri, con le loro guarnizioni luccicanti. Venticinque euro, bella roba. Entro in casa e poso il portafoglio anche se a perderlo non ci sarebbero danni, contiene solo più cinque euro. E intanto penso: eccoli lì gli evasori, venticinque euro, niente fattura niente scontrino: un cazzo. Bello così, e io sono senza soldi ora.

Ma se tenevo tanto ai soldi dovevo fare più attenzione già sabato. Tutto ha avuto inizio sabato: in pratica sono andato alla cena di un tipo che si è laureato. Suo fratello ha organizzato ‘sta cena nell’Acli di una frazione vicino a dove abito. Cena, regalo, pulmino e discoteca. Totale: quarantacinque euro. Comunque, mi hanno invitato e sarebbe stato scortese non andare.

Così dopo un copioso aperitivo sono seduto a ‘sta lunga tavolata con accanto a me Roberto e alla mia sinistra le uniche quattro ragazze di tutta la compagnia. Molti già un po’ bevuti iniziano a cantare e urlare, scaldati dal vino e dal fatto che quella stessa sera si gioca nientemeno che juve-inter. E i ragazzi, tutti con camicia e orologione brillante, filiformi e grossolani, sono un poco sfegatati di calcio. L’unico che fa casino tanto per fare è Ale che lui al calcio non ci pensa nemmeno; gli basta qualsiasi motivo per saltare avanti e indietro.

Lo spettacolo è tutto per un gruppo di signore che gioca a scala quaranta, per il marito della padrona e pochi altri. E’ uno di quegli Acli nuovi di pacca e sperduti nella campagna che ogni inverno viene inghiottito nella nebbia.

Il cibo. Il cibo è abbondante, al primo giro passano due cameriere con i vassoi degli affettati: prosciutti e due tipi di salame che mangio come non ci fosse domani; più per esibizionismo che per fame. Anche Ale dimostra di apprezzare: mangia tutto al volo e con appetito nonostante quella stessa mattina sia stato a caccia con suo padre e abbia ucciso diversi esseri viventi. Di cui non ha specificato la specie. Da come mangia, la coscienza non sembra averne risentito. Esco un minuto a fare una telefonata e quando rientro mi hanno riempito nuovamente il piatto; abbondante, come dicevo. Faccio tesoro dell’insegnamento e decido di non alzarmi più fino al dolce.

Gli altri commentano la partita che è in corso mentre io devo lottare con Roberto che insiste perché io venga a ballare. In principio infatti avevo pagato solo quindici euro per la cena. Poi però è andata a finire che Roberto, quando son passati a raccogliere i soldi per il pulmino e disco, abbia anticipato per me. A mo’ di favore. Davanti a me invece un mio amico sta parlando con le ragazze. E’ già un po’ bevuto, ha generosamente intinto il polso della camicia azzurra nelle penne all’arrabbiata, e se l’è un po’ presa. Una di ‘ste ragazze, che gli piace, ha raccontato di alcuni ragazzi che ha conosciuto all’università. Così la discussione è scivolata nell’improbabile: guerra dei sessi. Praticamente l’amico la mena che le ragazze possono sempre rimorchiare come e quando vogliono. Un po’ vorrei dargli ragione, ma mi inimicherei la parte migliore della compagnia. Così preciso che hanno ragione tutti: virtualmente le ragazze hanno più scelta, ma questo non significa che abbiano possibilità assoluta di scelta, anzi. E’ solo una questione che per ogni gallina ci sono sempre cinque o sei polli. Ma si va anche su argomenti più mondani, uno dei presenti, fornito di baffi pseudo-hipster seicenteschi, che sta su a Torino per studiare viene a farci un elenco di posti e feste e cose interessanti a cui ha partecipato. Impossibile controbattere: lui ha già visto tutto, con sei mesi di anticipo.

Le portate intanto corrono: siamo alla carne. Hamburger rettangolari di maiale, qualcuno mangia, qualcuno no. Noi sfruttiamo la forma poligonale per edificare una casetta in miniatura nel piatto; si sentono degli applausi, in lontananza.

Il fratello del festeggiato passa a raccogliere i soldi del pulmino e dell’ingresso in discoteca con annesso tavolino. Io non volevo andare ma come ho già detto Roberto mi ha incastrato pagando per me, trenta euro che gli devo.

Con la pausa cicche il tavolo si svuota. Fuori sul cortile arriva un cane da caccia, vogliono dargli da bere ma quello non è scemo. E’ un cocker maculato bianco e nero con un collare rosso. Si lascia accarezzare. Partono tante storie, metà vere metà no, ma niente scalda davvero i presenti come la notizia dei goal della partita, due si spintonano pure; ma c’è il caso dico io.

Parte l’ennesimo giro di brindisi al laureato, al politecnico, al volano a doppia massa, a Milito, alle ragazze, alla padrona. Il clima è degenerato. Qualche martire si ostina a stare a tavola a finire quello che ha nel piatto, le ragazze stanno in un angolo a parlare con sguardi sprezzanti su tutti i beoni che si avvicinano a attaccar discorso. Vedo uno a cavallo di una finestra, cerca di uscire. Si fanno diverse foto con i cellulari. Sulla tovaglia di carta si allargano diverse chiazze emorragiche di vino rosso, grandi ma lente nella loro espansione, come se qualcuno avesse sparato alla tavola.

Ale mi chiama al bancone dove ci offriamo a vicenda un giro di mirto e San Simone. Roberto si aggira con un bicchiere di grappa al miele.

Alla mezza arriva il pulmino, la padrona ha ancora offerto due giri di digestivi e sono tutti poco sobri. Ale fa scintille, sul pulmino parla forte e provoca un po’ tutti. Arrivati nei pressi della disco Ale apre il finestrino e urla dei “Ciao bionda” a tutte le ragazze che vede.

La discoteca è stata ricavata da un vecchio supermercato ed è nel centro. Io ci sono stato solo due o tre volte, perché come posto è un po’ leghista, tant’è vero che se sei di colore o che altro mica ti fanno entrare. E in generale il servizio accoglienza non è mai il massimo. Infatti per non smentirsi all’entrata troviamo la padrona che dà i pass e si sente in bisogno di insegnarci a vivere con un bel pippone. Tanto per incominciare ci dice che dobbiamo essere rispettosi e non fare baccano una volta usciti. Che lei lo sa come siamo noi ragazzi, lo sa altroché, lasciamo il cervello a casa e poi facciamo gli idioti in giro. Ma anche di non fare i “superman” dentro. Non so di preciso cosa intenda per fare i “superman” (Salvare fanciulle? Fermare treni in corsa?) ma io non ho mai avuto come modello di divertimento uno come Clark Kent. “Perché voi non siete superman” aggiunge, forse pensando di ferirci; vedo Ale fare spallucce. La padrona, Laura mi pare, ha un volume di voce e un uso dell’imperativo da sottoproletaria decisionista da talk-show pomeridiano. Hai presente quelle che si alzano in piedi tra il pubblico di Maria Defilippi e iniziano a sbraitare menando l’indice accusatore per spiegare come stanno davvero le cose? Ecco uguale. Tanto simpatica.

Conclusa la prima parte dei privilegi inclusi nei dodici euro dell’entrata uno dello staff ci accompagna al tavolino. Attraversiamo la pista che è ancora mezza vuota, e tanti gruppetti di persone, ancora composti, niente sudati e che non puzzano di fumo.

Il tavolino è un angolino scomodo accanto alla consolle, ci sono dei bicchieri per la caraffa. Cazzeggiamo un po’ facendo gli scemi, io gironzolo in giro. Sono ancora tutti belli energici e scrollano per bene il laureato.

Con la musica la pista inizia a riempirsi e noi a ballare. Ale fa il polipo con le ragazze che ridono e io cerco di puntare una che è sul cubo. Roberto invece è andato a prendersi da bere. Saliamo sul cubo ma si sta stretti. Pure in pista ci si prende a gomitate. Con sta scusa torno al tavolino, ma è talmente stretto che non possiamo stare seduti più di quattro per volta, e noi saremo una quindicina.

Dove ballano gli altri si avvicinano delle ragazze che però scappano subito perché hanno tutti degli occhi famelici, da cane che punta il cibo. Ale mi chiede di fare un giro e allora iniziamo a spintonare nella ressa che ha reso indistinguibile pista e corridoi. Arriviamo nell’altra saletta dove mettono roba tipo gli 883 che però non sembrano fare schifo a nessuno. Sopra il dj c’è uno schermo con il video, Max Pezzali con una camicia hawaiana e i sottotitoli della canzone, tipo karaoke. Sono ipnotizzato. Finché Ale non mi trascina via; a certo punto con una scusa ci dividiamo. Incontro una mia amica e dopo alcuni blablablabla (non si sente nulla per la musica) siamo al bancone che aspettiamo due cocktail, dico al tipo di farli belli tosti, ma inutilmente, come realizzo dopo, esaminando il fondo del bicchiere ormai vuoto e l’amica è sparita. Cinque euro per vodka annacquata e tanto, troppo, ghiaccio.

Con molta fatica e tante gomitate riesco a tornare al tavolino dove hanno portato la caraffa e mi passano un bicchiere. Le ragazze sono sparite. Più carichi torniamo a ballare e ci tiriamo dietro il laureato con il serio intento di farlo divertire. Si decide di trovargli minimo una ragazza per dare inizio ai baccanali. Mi avvicino a due ragazze e chiedo a una se vuole conoscere un ingegnere. “Un ingegnere vero”, preciso. Mi risponde di no, così aggiungo che comunque gli ingegneri guadagnano bene e che sono intelligenti. Scazzata mi fa “Ma che me ne frega!”. Un po’ ci rimango male e mi volto; uno degli altri mi chiede com’è andata. Allora dico forte, lei è appena alle mie spalle, che sì le interesserebbe ma ha già degli impegni.

Verso le quattro siamo tutti stanchi di fare i superman, molti sono stravaccati sui divanetti, io mi allontano per andare a prendere da bere, e li lascio lunghi distesi e in catalessi. Nell’altra sala trovo un divano libero da limonatori. Mi svacco sopra, accanto c’è solo una ragazza un po’ in coma con dei tipi intorno e un’amica che le tiene una mano sulla spalla. Stanno discutendo se e come portarla a casa. Io origlio e intanto sento una vaga umidità dove sono seduto, e penso che devono averci rovesciato un cocktail. Ma tanto sono troppo pigro sia per alzarmi sia per far finta che me ne importi qualcosa. A un certo punto vedo che gli amici della tipa mi guardano parlando tra loro. Uno si avvicina e mi dice che lì, e indica con crudele precisione dove sto seduto, ci hanno sboccato. Io mi alzo dicendo BEEEEP e BEEEEP, poi lo ringrazio, come se gli fossi riconoscente o mi avesse detto una cosa piacevole.

Torno indietro strofinandomi i jeans che non sembrano aver risentito apparentemente. La discoteca intanto va svuotandosi degli elementi migliori. In pista rimangono solo gli irriducibili.

Alle quattro e mezza andiamo al rendez-vous in piazza con il pulmino, c’è una bella foschia che rende tutto umido. Saliamo, prendiamo posto e prima di tornare a casa facciamo tappa per un kebab in un’altra piazza. Scendo per accompagnare gli altri. Entro nel negozio pieno di gente che mangia convintissimo di non prendere nulla, ma quando esco anche io sto mangiando. Mi sono fatto fare una di quelle focacce piatte e secche da due euro con olio e rosmarino e mi sono preso un bicchiere di thè alla menta. Così mi riempio lo stomaco che dopo tutta quella brodaglia ghiacciata e il ritorno in pulmino non voglio sboccare.

Mentre torniamo verso casa sulla strada deserta conto i soldi nel portafoglio dopo aver dato i trenta a Roberto, che sta dormendo a bocca aperta. Mi rimangono altri trenta euro e mi prometto solennemente di custodirli a lungo. Non sapevo ancora che due giorni dopo lo jumbo, tubi rotti, e le solite spese improvvise.

Ale è ancora over the top. Per ritorsione nei confronti di qualcuno che gli ha risposto male si tira giù i pantaloni e gli fa vedere il culo, per vendetta.

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