MalEdizioni intervista Enrico Mazzardi, a suo rischio e pericolo

Mi hanno intervistato quelli di MalEdizioni, gli editori di Schitarrate!.
Non avrebbero dovuto.

Presentati ai nostri lettori e parlaci delle tue esperienze nel mondo della musica e della scrittura.
Ciao a tutti. Ho appena deciso che d’ora in avanti quando scrivo voglio essere chiamato Enrico Azzardi.  Quindi buonasera a tutti, sono Enrico Azzardi, sono un po’ bresciano e un po’ non si sa, e sventuratamente ho compiuto vent’anni circa otto anni fa.
Della scrittura mi chiedete. Ho iniziato pochi anni fa a scrivere, non sono un predestinato e non la sento come una vocazione, lo faccio principalmente per divertirmi e bullarmi con le ragazze. Da bambino ero iperattivo, ambidestro e scrivevo a specchio. Ora sono iperattivo, scrivo male solo con la destra e sto perdendo l’opponibilità del pollice. Ho iniziato scrivendo per la nota rivista Il Traghetto Mangiamerda, per poi fondare insieme a Mattia Filippini la rivista online Tupolev. Inoltre da due anni a questa parte miei racconti compaiono su Tèchne, rivista di bizzarrie letterarie diretta da Paolo Albani, scrittore che ammiro tanto assai. Infine, l’anno scorso è stato pubblicato il mio primo libro, Soggetti smarriti (Questi non sono i Promessi sposi). Una raccolta di racconti più o meno tragicomici che parlano di personaggi letterari celebri.
Della musica mi chiedete. Da bambino mi mandavano a suonare il pianoforte, a solfeggiare e a cantare con la voce in falsetto, poi ho iniziato a strimpellare la chitarra da autodidatta. Ma ben presto la pubertà e la voglia di giocare alla playstation hanno sgominato il timido musicista che era in me.

Come è nato il racconto Air Guitar?
Me la ricordo come fosse oggi, quella giornata molto produttiva: ero seduto sul cesso, avevo con me il portatile, e mi è venuto da scrivere questo racconto. E questo è quanto.
Quando leggerete il racconto, ricordate bene: state leggendo una cosa che ho scritto stando seduto sul cesso.
Come dite? Ho per caso rovinato tutta la poesia della scrittura?

Quali sono gli scrittori a cui ti senti più affine?
In estrema sintesi, senza andare troppo indietro nei secoli, sono da sempre un patito di Georges Perec, Jorge Luis Borges, Kurt Vonnegut, e mi sento particolarmente vicino a Julio Cortazar, Philip K. Dick e Roald Dahl. Tra gli italiani di riferimento mi viene da citare Luigi Malerba. Ah, e poi ovviamente Umberto Eco.

E i musicisti che ti hanno ispirato?
Come ho già detto, ero seduto sul cesso, quindi sarebbe ambiguo e di cattivo gusto parlare della musica che mi avrebbe “ispirato”. Posso dire che da sempre ascolto di tutto (dalla classica ai Beatles, dal rock all’elettronica). Negli ultimi tempi mi appassionano The Strokes e MGMT. E, come sempre, Daft Punk e Justice. Che poi non l’ho ancora capito il motivo per cui tutti mi danno contro dicendo che i Justice fanno cacare. Vogliamo parlarne? Vogliamo fare una bella polemica? O passiamo alla prossima domanda?

Quali sono i tuoi prossimi progetti in campo letterario?
Beh, in compagnia di Mattia Filippini e Luca Pareschi ho recentemente concluso la stesura di un romanzo epistolare collettivo. Una cosa abbastanza sperimentale. No, non sperimentale nel senso che non si capisce una fava di quello che c’è scritto e il poco che si riesce a intendere è di una noia letale. Sperimentale nel senso che è un romanzo collettivo scritto seguendo una metodologia compositiva particolare. Ed è leggero (si spera), ironico (si spera), qualche risata te la regala insomma (si spera). Sono estremamente curioso di vedere come il mondo dell’editoria recepirà (vedi: rifiuterà) questo oggetto misterioso in cui si continua a parlare di dietrologie improbabili, defenestratori di Praga e malcostumi universitari.

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