Columba livia

[Matteo Palamenghi]

I’d kill myself for you
I’d kill you for myself
[Pantera – This love]

Quella mattina ero tranquillamente seduto sulla panchina del parco, quella di fronte al laghetto, o stagno fetido come lo chiamano i poeti, dove alcuni esemplari di Columba livia, meglio conosciuti come piccione o, fra i più dotti ornitologi, come piccione schifoso, o di merda a seconda del grado di scolarizzazione, cercavano invano di lavarsi di dosso il sudicio cittadino riuscendo invece nel duplice intento di inquinare ulteriormente la povera pozza d’acqua, ormai con livelli di ossigeno pari ai laghi solfurei di Venere e di ricoprire di guano le sue sponde e i malcapitati che si trovavano a sostare sotto alberi o pali della luce.
Ero quindi intento a guardare attraverso il giornale fantasticando sugli incredibili piccioni Venusiani e su alcune immagini di natura squisitamente pornografica che mi era casualmente capitato di vedere su intenet la sera precedente e che mi si riproponevano al momento sotto forma di scosciata teenager al pascolo nel parco, quando all’improvviso l’uomo mi distolse dai miei pensieri.

-Durante l’accoppiamento, il maschio e la femmina si prendono per il becco e piegano il collo a vicenda molte volte,
fino a quando la femmina non si accovaccia ed il maschio le salta sulla schiena per fecondarla.
Cercai di ignorare la voce, fingendo un acceso interesse per il quotidiano che avevo in mano e una totale estraneità al
mondo esterno.
-I piccioni… – continuò – E’ un comportamento molto tenero, sembra di assistere ai preliminari di una coppia umana. Da cosa crede che derivi il termine piccioncini?
Continuai a far finta di niente, lo sforzo mi faceva quasi sudare.
-Lei pensa davvero che sia credibile che una persona si sieda vicino ad un’altra parlandogli del rito di accoppiamento
dei piccioni e che l’altra persona sia troppo presa dalla lettura di un quotidiano locale per sentirla?
-Cosa?! – Mi girai sorpreso verso il mio vicino, troppo tardi mi resi conto di essermi fregato con le mie mani.
L’uomo seduto sulla panchina alla mia sinistra fece un sorriso di trionfo.
Mi guardai intorno in cerca di facce conosciute, o comunque di una via di fuga, invano.
-Beh, e-e-ero immerso in questo articolo… – Balbettai indicando il quotidiano e rendendomi conto troppo tardi di essere sulla pagina delle foto dei lettori.
-Ok, non è credibile. – Ammisi ormai vinto, gettando il giornale sulla panchina fra me e lui quasi con stizza. – Forza,
cosa vuole? Di riproduzione dei volatili non ne so proprio niente…- Risposi guardandolo dritto negli occhi, una lieve
depressione mischiata a irritazione e voglia di distruggere l’universo iniziava a salirmi dallo stomaco.
-Oh, ma ha l’aria di essere uno che di amore ne sa qualcosa! Ho l’impressione che lei sia una delle poche persone che
ancora chiamano questa pozza di liquami laghetto, sbaglio?
-Di grosso – Risposi – Se posso permettermi posso dire senza falsa modestia di essere uno dei più cinici e disillusi misantropi della nostra galassia. Non posso garantire per le altre, ma sono certo che se ci fosse una classifica universale dei misantropi sarei sicuramente fra i primi dieci. Certo, ovviamente non considerando eventuali brogli, bustarelle o scambi di favori…
-Però chiama ancora laghetto questa pozzanghera puzzolente. O sbaglio?
Lo guardai qualche istante fisso negli occhi, poi abbassai lo sguardo.
-Non sbaglia. – Ammisi.
-Non sbaglio quasi mai quando si tratta di persone. – Si vantò lo sconosciuto, poi continuò – Crede nell’amore?
-Nell’amore? Dipende da cosa intende. Credo in quella sensazione di benessere che si prova quando si conosce una
persona che ci attrae, credo nell’amore fisico… Non credo nell’amore per sempre, è una sensazione troppo alta perchè sia anche durevole.
-Nell’amore a prima vista?
-Lei?
-Sì.
-Così, totalmente?
-Con mia moglie è stato così. Incontrai Livia, verso la fine degli anni sessanta – Iniziò – Era un periodo burrascoso, le
agitazioni sociali, le lotte studentesche, le occupazioni, i picchetti, le manifestazioni e tutto il resto… Questa era una
città operaia a quei tempi, e, sebbene non ci sparassimo addosso come facevano a Roma, anche noi nel nostro piccolo ce le davamo di santa ragione. La prima volta che la vidi quasi mi si fermò il cuore. E mi creda, non sto esagerando!
Avevamo diciannove anni io e diciotto lei, fu durante un corteo, lei era dietro di me con delle amiche, io in prima fila
con lo striscione e quando la polizia caricò mi spinse verso i manganelli urlando: “Celerini di merda” e scappò nella
direzione opposta.
-E questo sarebbe amore a prima vista?
-Per me lo fu.
-Continuo a non capire dove vuole arrivare.
-Venne a trovarmi in ospedale, credo che l’avessero obbligata le sue amiche, una era mia cugina, da allora siamo sempre stati insieme.
-Detta così sembra essere una cosa di una noia mortale – Risposi, anche solo per dargli contro – Niente litigi? Nemmeno un cornetto piccolo piccolo?
-Ovvio, esattamente come in ogni coppia, ma abbiamo sempre superato tutto insieme.
-Ma perchè mi sta parlando della sua perfetta vita di coppia?
-Vede, quando si sta per così tanto tempo con una persona si crea una sorta di simbiosi, un sentimento di affetto che va ben oltre l’attrazione fisica, ci si abitua ad avere l’altra persona intorno, e si comincia a dare per scontato che sarà
sempre lì a coccolarti e a proteggerti.
-Vuole dire che l’amore perfetto diventa convivenza abitudinaria col tempo?
-Voglio dire che l’amore smette di farti venire il groppo in gola, di farti sentire invincibile e immortale e diventa un
legame molto più forte.
Abbassai lo sguardo.
-Quindi prima si è lassù – indicai il cielo – Ma alla fine tutto quello a cui si può ambire è laggiù – E abbracciai con lo
sguardo la riva fangosa dello stagno ricoperta di guano.
L’uomo fece vagare per qualche minuto lo sguardo sul laghetto, lasciandosi baciare il viso dai raggi del sole di metà
pomeriggio.
-Anche nel fango e nella merda si può stare bene, con la persona giusta.
-E non crede che si dovrebbe ambire a qualcosa di più alto?
L’uomo riportò il suo sguardo su di me, gli occhi erano velati di tristezza.
-Solo se si è degli inguaribili romantici sognatori – L’uomo si alzò e fece un cenno di saluto – Ah, mi faccia un piacere…
-Quale?
-Continui a chiamarlo laghetto.

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