Non è più divertente

[Nicolò Porcelluzzi, con illustrazioni di Marta Baroni]

Prendili a calci quando cadono,

prendili a calci quando cadono

LA CANZONE

C’è un certo momento – in una certa canzone, di cui vorrei parlarti.

La canzone è That joke isn’t funny anymore “degli” Smiths, e il momento si colloca precisamente dopo un minuto e due secondi dall’inizio della traccia. Lì, in quell’istante – e non serve spiegarti che quell’istante diventa uno spazio concreto quanto un ferramenta o questa pagina, accade qualcosa. That joke si stacca da un inizio pensieroso, un po’ sommesso, sbocciando lentamente in qualcosa di cristallino, leggero, il suono della brina.

Però… In questo passaggio la canzone, come dire, si appoggia al mondo e lo blocca per qualche secondo. Già. Intanto Morrissey sussurra, e il cervello si prende i tuoi pensieri, e qualsiasi essi siano, li eleva, li sublima e li distilla.

Ascoltavo il disco, fuori nevicava: il giardino era in coma e guardavo la neve nuova appoggiarsi a quella vecchia. Ero in uno di quei momenti, quando è arrivata la telefonata.

LA TELEFONATA

«… Pronto?»

«Scusa Ale, ti ho svegliata!?»

«Eh? Ah sì, no, figurati, non stavo facendo niente di che.»

«Ascolta, ci sarebbero degli sviluppi.»

«Lo zio?»

«Esatto. Il vecchio sta tirando gli ultimi, sai? La pagliacciata sta finendo. “Vedo la luce (!)” eccetera, capisci?»

«Piantala. C’è stato un peggioramento stamattina? Mila ieri sera mi ha detto che l’aveva visto abbastanza sveglio, gli ha preparato le mele e lui le ha anche mangiate.»

«…»

«Ok, quasi metà. Sono sicura che non voleva buttare il piatto per terra, Sara.»

Si sente un sospiro. Un aereo sale di quota dietro a un ramo.

«Vabè, comunque oggi si è svegliato dopo un’apnea piuttosto fastidiosa, ha capito di essersi cagato addosso nella notte, e ha cominciato con i soliti urli. Solo che primo, quasi non si sentivano, e secondo, non erano insulti alla badante ma una specie di litania piagnucolosa con in mezzo “gesùgiuseppemaria” e “lanimamia”. Imbarazzante.»

Devi sapere che mia sorella Sara, la mezzana, non ha preso la sensibilità di nostra madre.

Però è molto bella. Ha la pelle liscia, più che altro tesa, degli occhi clamorosi e un fisico che per i suoi 36 anni, è semplicemente inspiegabile. Ogni tanto la fotografano per le pubblicità del comune, non so, davanti a una fila di autobus. “Ti pagano e non fai un cazzo!”.

«Sara, sei lì da sola? Con Mila e lo zio?»

«Da due ore. A un certo punto pensavo stesse cambiando stagione. Infinite, dio mio.»

«Sara.»

«Cazzate a parte, respira male, tipo sacchetto del pane al posto dei polmoni, sembra il cattivo di Star Wars.»

«…»

«Vabè, io te l’ho detto, se vuoi dargli l’ultimo bacino sei stata avvisata. Mila sta chiamando il prete.»

«Arrivo.»

LA PERSONA

Certo, si può dire che lo zio negli ultimi anni ha soffocato qualunque idea di affetto e premura sotto una pila di astio immotivato e lenzuola sporche, ma anni fa ha praticamente salvato la nostra infanzia – mia e delle due sorelline. Ti ricordi, l’incidente di mio padre.

Avevo sette anni, Sara cinque, Anna due. Entrò in scena il fratello della mamma: prima l’avevamo visto un paio di volte, e non ne avevo nessun ricordo. Papà non lo sopportava perché era anarchico. Quando la mamma – non c’è più da qualche anno – ci parlava di suo marito, prima o poi arrivava qualcosa di simile a un perdono, a lui che era democristiano. Estremo centro.

Comunque, lo zio era un macchinista, come suo padre. Ci portava in treno ovunque andasse, ci faceva vedere il suo lavoro, amava il suo lavoro: tuttora nutro per i macchinisti un rispetto – quasi – euforico. Quando cominciò a portarci in giro, era stato promosso da pochi mesi. Prima era fuochista. Sai, in realtà il fuochista non è che si occupa solo del “fuoco”.

Il fuochista faceva qualunque cosa: puliva, riforniva, lubrificava, inventariava (?), caricava. Caricava il carbone, il carbone si nascondeva in palline d’aria che rotolavano giù per i polmoni che piano piano diventavano secchi e grigi e poi a un certo punto decidevano che il fuochista deve morire. Comunque. Ci ha insegnato a giocare a carte, dalla briscola al tresette, e a dama e scacchi. Uscire per una passeggiata, prendere un gelato con lo zio, erano esperienze che davano letteralmente – se può significare qualcosa – un senso alle nostre giornate. Posso capire che è il punto di vista della nipote maggiore, una posizione di privilegio e semplicemente di maggiore esperienza: non trovo questa però una chiave di lettura per giustificare i raudi ficcati nei pomodori dell’orto dai figli di Anna, o le foto di Halloween in cui lo zio, mascherato inconsapevolmente da Freddy Krueger, è abbracciato dai nipoti – nel più vero e profondo senso della parola – estasiati.

IL PAESE

Il vecchio” abita in fondo a una stradina sterrata, ghiaiosa e poco illuminata. E’ una laterale di una via semplicemente anonima, uno dei tanti capillari asfittici che collegano in qualche modo il paese in cui è nato, vissuto, morirà. E’ una piccola città insopportabile da molte angolazioni, tutte quelle disponibili a una persona sana di mente tra i 13 e i 49 anni. Per dirti, nella mia mente – ma penso di parlare anche per le altre, il paese è un grande ospizio. Non ci sono smidollati con gli scooter. Liceali deformati dagli zaini. Ventenni schiavi dell’aperitivo.

Forse è uno sguardo guastato dalla nostra esperienza e da tutte le chiacchere fatte a tavola ogni volta che si tocca l’argomento. In ogni caso, ti giuro, a volte potresti stupirti di non vedere flebo integrate ai carrelli della spesa, deambulatori incatenati ai pali fuori dai negozi, frutta e verdura già bollite al mercato.

LA FINE

No comunque, neanche questa volta è morto. E’ di ferro.

Immaginati: entro, la casa piena di gente – per i miei standard. Sara ha già tre figli.

Lo zio rantola, guarda il soffitto: è spettinato, la barba è disordinata.

«Dov’è Anna?»

«In montagna.»

«Cosa?»

«Ale, è in montagna. Chiamala.»

Sul muro, sopra alla testiera, c’è una scritta. Lo zio l’ha incorniciata tanti anni fa.

Il fuochista in servizio sulla macchina deve obbedienza intera al rispettivo macchinista.

Prendo il cordless. Chiedo a mia sorella il numero della più piccola. Sono qui da due minuti e già non ce la faccio più. I bimbi o tormentano il vecchio o spintonano Mila o fanno versi con la bocca, tipo esplosioni o sputacchi e fanno le dita a forma di pistola.

Anna non risponde, metto giù.

« Zia, zia! Ci sono un francese, uno spagnolo e lo zio. Il francese

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