Isaak Babel

[Enrico Gregorio]

Se prima di nascere mi avessero lasciato scegliere chi diventare, avrei desiderato essere un cosacco. Il terrore di ogni dove nella steppa, uno che incendia interi villaggi, ruba, sciabola e fugge a cavallo nella notte. Niente ipod, barrette di cioccolato o vacanze in spiaggia, niente banalità o considerazioni sul meteo in centoquaranta caratteri.

Un cosacco come quelli dei racconti di Isaak Babel, quelli de L’Armata a Cavallo pubblicati nel 1924 in Unione Sovietica. Questi racconti parlano con vivo lirismo della crudeltà della guerra e di chi è costretto a combatterla. Promettente scrittore Babel, sotto consiglio di Gorkij (che aveva creduto da subito nel talento dell’Ucraino), partì come ufficiale al seguito di una compagnia di cavallerizzi cosacchi per ampliare il suo ventaglio di esperienze. La guerra di cui stiamo parlando è quella scoppiata tra bolscevichi e polacchi, che nel 1920 cercarono di espandere i propri confini nazionali invadendo Kiev.

Il quadro che ne uscirà è nei racconti-miniatura con stile conciso ma poetico, che non fa alcuna apologia della violenza, e denuncia l’insensatezza di qualsiasi conflitto, senza preoccuparsi di essere “politico”. Forse se si fosse preoccupato di più di essere politico non sarebbe finito male, uomo sequestrato dalla polizia segreta con accuse inesistenti e scrittore il cui volto è stato pixelato dalla censura di regime.

Uno dei miei preferiti di questa raccolta è Priscepa, dal nome del protagonista, dove la concisione dello scrittore (ammirata da Hemingway) trova uno dei suoi vertici. Inutile farla tanto lunga (Babel ci avrebbe sicuramente messo di meno) parla di un cosacco, un giovane fuggito dal suo villaggio che i viene descritto con breve efficacia, pochi dettagli visivi che rimangono in testa. Meglio ancora quando si tratta del suo carattere, Priscepa è: “Furfante instancabile, comunista espulso, futuro ricettatore, sifilitico spensierato e bugiardo paziente”. Babel è tanto generico quanto affascinante del disegnare un tratto che emana una luce tremante, dai contorni approssimativi, ma intensa. Trasforma Priscepa in un personaggio epico e immortale.

Chi è Priscepa? Priscepa è un cosacco del Kuban che ha disertato i bianchi, diserzione pagata a prezzo della vita dai suoi genitori. Ma al momento del rovesciamento della situazione politica tocca a Priscepa vendicarsi, e proprio questo ci racconta Babel, in due paginette due. Miscelando tutto con quell’aura favolosa che è solo sua, che si lega ai racconti yiddish e alle iperboli di un altro suo conterraneo: Gogol.

Nella scia di Maupassant, più che di Cechov come potrebbe venire da pensare, Babel costruisce precise miniature ricche di dettagli visivi e di fioriti slanci poetici: “L’incendio raggiò come una domenica”.

Ma mi piacciono anche i suoi primi racconti, quelli pubblicati tra il 1915 e 1918 ambientati nella sua città natale, Odessa, dove racconta episodi curiosi, momenti quotidiani di questa città multietnica e dei personaggi che la animano. Legati in parte a una concezione più arcaica del racconto, narra riprendendo le storie corali, lo straordinario, il fantastico. Ma anche a frammenti della sua vita personale (da leggere assolutamente Infanzia dalla nonna) cronaca in prima persona di uno scolaro che passa il pomeriggio dalla nonna tra lezioni di violino e studio.

A questo periodo appartiene Mamma, Rimma e Alla, anche questo davvero bello, qui si racconta di una donna che affitta camere della propria casa e delle sue due giovani figlie, di cui una decide di andarsene dal tetto famigliare. Mancano i soldi, gli affittuari si lamentano del servizio in un crescendo lento ma costante come le barre di caricamento che compaiono sugli schermi dei pc.

Isaak Babel nella sua scrittura fonde la tradizione con formato più occidentale, senza snaturare la sua identità di ebreo di Odessa, e filtra il mondo attraverso la sua soggettività. Tra i nostri contemporanei è ammirato anche da George Saunders, scrittore edito in Italia da Minimum Fax (vedi Nel Paese Della Persuasione), che nei suoi racconti satireggia la cultura dell’immagine americana (tra l’altro occhi aperti perché nel 2013 uscirà una sua nuova raccolta).

Babel, classe 1894, verrà arrestato nel maggio del 1939, durante le grandi purghe Staliniane, gli verrà estorta una confessione falsa e sarà fucilato nel gennaio del 1940. Fino alla morte di Stalin, e al riconoscimento dell’innocenza di molti prigionieri politici uccisi ingiustamente, la versione ufficiale lo voleva morto di stenti in un gulag nel 1941. La sua vedova (classe 1909) Antonina Pirozhkova lascia questa terra crudele nel 2010.

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