Dopo tanti

[Enrico Gregorio] 

Ci sono case che mi piace osservare. Come questa casetta quadrata che ho alla mia sinistra: una bomboniera del primo novecento che fa tanto vecchio Piemonte. Camminando verso casa di Andrea la noto e come ogni volta mi fermo a guardarla. Non mi piacciono solo le case, ma anche edifici e affini: il deposito dei vagoni arrugginiti visibile dalle finestre dell’ospedale di Savigliano, per esempio. Oppure la palestra comunale di Sant’Albano Stura, un quadrilatero in cemento armato con strisce di vetro per illuminare le partite di chi gioca a pallacanestro. Dopo gli allenamenti, sul retro verso il fiume, c’è sempre un gruppo di ragazzi in tuta che fumano appoggiati al muro.

Mi fermo ancora un attimo e la guardo bene. Decorazioni sobrie, gelosie chiuse e un lanternino nero sulla porta principale. Ampio giardino. Sembra sempre disabitata. Già quando ero piccolo passavo qui davanti e questa casa mi ipnotizzava.

Il cielo è color piombo e il vento fa sbattere un qualcosa di legno della casa, una gelosia o una porta, che da qui non posso vedere ma solo sentire. Penso sia una porta. Mi incammino verso casa di Andrea cercando di immaginare come doveva essere il paesaggio qui, all’epoca che fu costruita. Riprendo la strada e controllo l’orologio, non ho fretta ma ho alcuni orari da rispettare, ora vado da Andrea per cazzeggiare, ma stasera ho un appuntamento. Camminando accelero un poco e assumo un’andatura un po’ rigida e goffa ma tanto non c’è rischio che qualcuno mi veda. E’ estate, è pomeriggio e probabilmente tutta la popolazione si è liquefatta per il caldo.

Per la strada infatti c’è quasi nessuno. Il paese in cui vive Andrea è un incrocio di due vie accanto al quale passa l’autostrada. Le madonne che han tirato giù i contadini quando hanno saputo che l’autostrada sarebbe passata nei loro campi, perché anche se c’era il risarcimento ma non è la stessa cosa. Lo sfregamento dei palmi delle mani di quelli che l’han ideata: “dai che qualcosa ci rimane in tasca”; perché a ben vedere come strada è davvero inutile.

Dall’altro lato della strada vedo il pullman allontanarsi dalla fermata, e fa la sua comparsa Marta. Non mi vede, ha uno zaino e un vestito scuro, con una fantasia che non riesco a indovinare. Ormai voltata verso casa sua, la guardo sparire. Lei frequentava lo stesso giro di Andrea, era un’amica di sua sorella. Marta e la sorella di Andrea andavano da H&M, provavano i vestiti e si facevano le foto da postare su Facebook; non compravano mai nulla.

Andrea mi ha mandato un sms chiedendomi di passare a trovarlo: oggi è il suo giorno libero e non ha nulla da fare. Faremo due parole, poi prenderò la macchina, che apposta ho parcheggiato lontano per farmi questa piacevole passeggiata, e andrò a trovare Luisa. Luisa ha ventitré anni, gioca in una squadra di calcio e fino a oggi l’argomento principale di tutto ciò che ci siamo detti riguardava le partite perse dalla sua squadra (quasi tutte).

Andrea è sul divano e sta guardando un filmaccio degli anni ottanta, abbracciato dall’opulenza del suo salotto con al centro il vassoio in vetro e le caramelle dello stesso materiale: ogni volta devo ricordarmi che non si possono mangiare. Andrea ha i piedi sul divano. Nella tv Jerry Calà si siede sulla tazza del cesso e quella si mette a suonare.

Andrea, nonostante il film impegnativo, ha lo sguardo di un bambino a cui han preso di mano la cioccolata. La cosa non promette bene, generalmente Andrea o balla sui tavoli e racconta i fatti suoi agli sconosciuti, o si scusa oltre il necessario. Come ama ripetere, lui è uno che si colpevolizza. E io lo conosco bene, ho vissuto da vicino la sua evoluzione dalle t-shirt degli Iron Maiden sempre e comunque fino alle attuali polo con il colletto rialzato. Cerco di indovinare che potrebbe avere quando l’occhio mi cade ancora una volta sulle caramelle di vetro.

-Pensavo guardassi solo film francesi in bianco e nero.

-Oh, ma oggi è sabato: pretendo di rilassarmi, ci sta. Sono a pezzi, e te com’è?

-Bene dai, stasera vedo Luisa.

-Ah bravo marpione, sta volta ci dai?

-Cazzo ne so.

-Sei scaramantico?

No, non sono scaramantico, è solo che sto cercando di costruire un rapporto. Solo che se te lo spiego mi dirai come al solito che l’importante è chiavare. Con tanto di gesto evocativo della mano; lasciamo stare.

Io e Luisa la scorsa settimana siamo andati alla Decathlon per comprare alcune robe perché lei andrà tre giorni in montagna con delle sue amiche. E in pratica ci siamo baciati al reparto trekking, solo che come cosa sembrava un po’ forzata. Mi è sembrato che lei lo stesse facendo perché sentiva di doverlo fare; non c’era spontaneità ecco.

Certo, se Luisa fosse un po’ più, un po’ più non so. Ma devo ammettere che ho avuto dubbi fin da quando, la prima volta che ci siamo conosciuti, mi ha chiesto se faccio sport. Io non faccio sport.

Forse mancano solo gli argomenti. Luisa fa fisioterapia, un giorno aveva un esame, passa tutti i giorni precedenti a studiare, va, lo dà, lo passa. Perfetto. Le scrivo “allora com’era sto esame?”, risposta :“difficile”. Come fai a fare una conversazione?

-E te con Alice?

-Todo bien. Ehi vuoi qualcosa da bere? Nel frigo dovrebbe essere rimasto qualcosa, fai pure.

Mi alzo dal divano e vado in cucina. Sparsi per la cucina post it con calligrafia femminile blu pieni di indicazioni più che ovvie. “L’aspirapolvere è nello sgabuzzino”, “Giovedì vai a mangiare da zia” o “Il frigo non serve per i vestiti”. A oggi lui ha ventidue anni e solo sua madre sembra non averlo capito. I suoi devono essere partiti, se la godono sul serio la pensione, beati loro.

Dentro al frigo c’è solo un’insalatiera piena di zucchine sott’aceto e una confezione di prosciutto cotto. Da bere nulla. Prendo con la mano una fetta di prosciutto e me la mangio al volo.

-Non hai preso da bere?

-Na, non mi andava.

-Ok.

-I tuoi sono partiti?

-Yeah, da ieri pomeriggio: Vienna, tornano tra due settimane.

-Ah ero passato qui davanti e avevo visto il camper.

-Sta casa è un mortorio, dovrei fare una festa.

-Ho incrociato Marta sai?

-Ma dai?

-Ma non mi ha visto, mi è sembrata in forma. Porta i capelli più corti. Sta sempre con quello là?

-Mia sorella mi aveva detto di no. E’ una vita che non si vedono. Oh, oh guarda qua che ridere.

-Qual è questo, il primo o il secondo film?

-L’ultimo, l’altro faceva più ridere però.

-Mai quanto Yuppie però.

-Mai quanto Yuppie. Senti usciamo un po’? Sono stufo di stare qua dentro ho bisogno di prender aria.

-C’è un temporale per aria ma ok; che hai?

-Mah niente, Alice che me le fa girare, tutto regolare; dai usciamo va. Se piove andiamo al bar. Allora che fai con Luisa stasera?

Così scendiamo nel garage sotterraneo, Andrea posa le ciabatte in favore delle scarpe di tela e io gli racconto che non so ancora. Seduto su un gradino con le scarpe in mano mi guarda enumerare le possibilità. Magari a mangiare un gelato, una cosa semplice. Ho visto che al cinema c’è un film carino, magari potrebbe essere una buona idea. A dire la verità non so ancora nemmeno io, e in quanto a consigli Andrea è tirchio. Alla fine Andrea mi chiede se è il caso di mettere i calzini, gli rispondo che tanto è estate.

Una volta, io e Marta accanto a un cespuglio di peonie nel giardino di Andrea abbiamo parlato di un libro deprimente che raccontava di adolescenti problematici con genitori assenti, mentre nel garage gli altri ballavano Rihanna. E’ andata a finire che Andrea mi ha detto “sai, c’è questa ragazza così e così”, e siamo usciti assieme. A Marta piace battere le mani ai concerti e descrivere fotogrammi della sua infanzia nelle conversazioni intime.

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Siamo in strada e Andrea continua a punzecchiare il cellulare con l’indice. Non abbiamo granché da dirci però, sarà che io continuo a pensare a Luisa. Stamattina ho pure pulito la macchina, metti che effettivamente le cose si mettono bene per davvero.

-Cazzo ma sai che Alice non mi risponde.

-Non mi sembra niente di allarmante.

Fa tanto il bullo poi è un paranoico allucinante. L’ultima volta che sono andato in discoteca con loro ci ha provato con tutte le ragazze che gli sono capitate a tiro, ma se adesso lei non gli risponde a un sms si fa venire un mezzo infarto: tipico suo.

-No ma, è tipo da ieri sera che non mi risponde.

-Ah.

Oh cazzo. Magari le è successo qualcosa di brutto. Però glielo avrebbero detto per vie traverse; forse. Quando nonno è morto e io ero in vacanza non me l’han detto finché non sono tornato. E’ anche vero che ero piccolo; l’ho sempre trovata ingiusta come cosa. Comunque meglio non allarmarlo ulteriormente.

E a ben vedere Alice è anche il tipo di persona che se litighi con lei poi te ne fa pentire. Ti tiene il muso o cose così, ti fa le ripicche; me l’ha detto Andrea. Quindi magari han litigato, Andrea non me l’ha detto e questo spiega il perché.

-Guarda che non vuol dire niente. Magari, che ne so, per dire: ha perso il cellulare.

-Eh lo so. Però boh, tipo fino a stamattina suonava e adesso invece dà spento.

-Ok, allora magari lo ha perso o gliel’hanno fottuto.

-Mh sì. Giusto non ci avevo pensato.

-Sono tante le cose a cui non pensi. Ipotesi: le han rubato la borsetta ieri sera e stamattina è andata a far denuncia.

-Giusto, giusto. Hai ragione!

-Direi.

-Proprio vero alle volte basta solo parlare.

Camminiamo sul marciapiede lungo il parco dove alcuni bambini giocano a pallone; le nuvole continuano a spostarsi in cielo, si è alzato il vento che soffia più forte. Alcune arabe stanno sedute su una panchina, parlano e danno di tanto in tanto una spinta al passeggino che hanno parcheggiato di fronte a loro. Sono le mogli dei raccoglitori di frutta che lavorano nei frutteti della zona: perché da quello che ne so gli Italiani, raccogliere frutta sotto il sole di luglio, nada de nada. Sono tutte grandi famiglie arabe che abitano nelle case con i muri bucherellati dall’acne.

L’ombra degli alberi è mobile e fa un po’ meno caldo. Un bambino beve da una lattina con la cannuccia e io ho voglia di coca-cola.

Marta non è male come ragazza. Stavamo assieme, poi come si dice ero stufo della grazia di Dio, tutto troppo facile e dopo un po’ ho deciso che potevo avere di meglio. Probabilmente sono stato arrogante: ho iniziato a pensare che meritavo di meglio, e pensavo seriamente che se una ragazza mi guardava era perché mi desiderava. Ci siamo lasciati, le ho detto che non la❤ lei c’è stata male e poi non ne ho più sentito parlare. Sapevo che ora ha il ragazzo e fa una facoltà che non mi è mai interessato ricordare. Mi viene in mente il suo “stronzo!” dopo che le ho schiaffeggiato il culo.

Dal parco il pallone dei bambini ci rimbalza davanti, disegna una parabola e finisce in mezzo alla strada. Sta proprio passando una macchina che se lo prende sul cofano. Quello che guida inchioda e urla ai bambini. Non va troppo oltre con gli insulti perché la macchina è un catorcio. Inserisce la marcia e riprende la sua strada.

-Ehi ma è vero che han ridato la patente a Claudio?

-Sì ma non ha imparato un cazzo, va come un disperato. Sabato scorso di ritorno da in discoteca…

-Dove siete andati?

-Al Bengodi Club.

-Ah.

-E bè, va come avesse rubato la macchina, finché non ci avrà ribaltato tutti in un fosso non sarà contento.

-Io in macchina con lui infatti non ci vado più.

-Manco io, fanculo che devo farmi ammazzare da sto coglione.

Passiamo davanti alla casetta che guardavo prima. Tecnicamente il giro è finito, abbiamo passato la piazza e il centro con i muri scalcinati e siamo finiti nel nuovo. Qui le case iniziano a diradarsi, i giardini sono sempre più grandi e ogni abitazione ha una recinzione. Le facciate delle case puntano sulla strada, le case più vecchie si alternano a quelle più recenti. Le sere d’estate uomini in canottiera innaffiano pigramente il giardino con la gomme dell’acqua. Oppure legano i pomodori nell’orto. Quando vedono i loro figli o nipoti uscire sulle macchine con l’alettone (o i neon, o le minigonne o i tribali serigrafati o tutte queste cose assieme) ripensano ai tempi in cui erano giovani loro. Le case qui o sono molto vecchie o appartengono a due periodi di benessere: anni ottanta e inizio duemila. Alle spalle delle case costruite parallele alla strada i prati e i campi di mais. Più dietro ancora l’Asti-Cuneo, nascosta dai profili irregolari degli alberi, che mossi dal vento spennellano il cielo.

Sento ancora la porticina sbattere. Ci fermiamo davanti alla bassa rete verde e molle che divide il giardino della casetta dal marciapiede. Ascoltiamo la casa lamentarsi di quella porta da chiudere.

-Ma lì chi ci abita?

-Nessuno. C’era una vecchia, che usciva tipo solo per andare a messa. Adesso è morta, i figli o i nipoti, o i cugini che ne so, stanno lontano, tipo a Alba, e stanno svuotando la casa da tutta la spazzatura che c’è dentro per poterla, non so o affittare o vendere.

-Capito. Quindi nessuno chiuderà sta porta?

-Non credo; ma che domande fai? Non lo so, non penso.

-…

-Magari sono andati via tutti. Vai a sapere.

-Entriamo?

-Come, come?

-Lì. Non sei curioso di vedere? Pensa quanta roba antica c’è dentro.

-No dai, va bene far cazzate, ma questa non è il caso.

-Ma se qualcuno ci sgama diciamo che abbiamo visto dei ladri e siamo andati a controllare.

-No, no davvero, poi non sono dell’umore.

Dopo un giro tra le strade sterrate dei campi, degli orti, siamo a pochi metri dal retro della casa. Ci mettiamo meno ancora a scavalcare la rete e siamo già nel cortile: le erbe alte ci frusciano contro i jeans. La facciata posteriore è piena di macchie di umidità, sta casa vista da vicino non è così accogliente. Individuiamo la portina che sbatte e entriamo. Mi sento una volpe.

Attraversiamo il garage dove ci sono molte ceste in vimini, due grazielle, e bottiglie verdi a testa in giù. Anche quattro damigiane.

Apriamo una porta e siamo dentro alla cucina. Su un bastone di legno ci sono conficcati tanti chiodi, da tre di questi pendono degli spaghi cui sono impiccate delle cipolle ormai mummificate.

Dopo la cucina ci sono diverse stanze. In una c’è un tavolo con sopra degli scatoloni della Barilla sui quali una mano ha scritto a evidenziatore “vestiti 2012”. In un angolo del tavolo c’è anche la testa di un cervo. Di quelle appese sul camino che fissi mentre fumi la pipa tutto goduto in palandrana. Andrea la solleva per osservarla meglio, è ammirato.

-Se ci stesse sotto la t-shirt me la porterei a casa.

-Cazzo te ne fai. Ehi ma non era Juno che entrava con il mega succo di frutta e c’è una testa di cervo sul tavolo? Sai la scena iniziale.

Ma Andrea mi risponde giusto con un cenno della testa, ormai è rapito: tocca tutto e guarda ovunque. Prende in mano un vecchio ferro da stiro nero, fa cadere un bicchierino da digestivo, strappa un calendario del 1991. Vista da dentro, questa è la tipica casa di una volta con i muri spessi: fredda in inverno , calda d’estate e umida tutto l’anno.

Saliamo una scala ripida con gradini di mattoni. Lungo la parete del corridoio al primo piano sono allineati altri scatoloni sigillati con lo scotch. Ne apro uno, dentro ci sono mutandoni di diversi colori. Ne faccio vedere uno a Andrea, ridiamo. Lo vedo un po’ più sollevato. Mi spiace per lui, ma a me di Alice non me ne è mai fregato nulla. Anzi l’ho sempre trovata una stronza.

Alice non riesce a parlare di qualcosa senza dargli una sfumatura retorica. E’ una cinefila accanita e parla di Eric Rohmer come se fossero andati a scuola assieme. Una volta, si parlava di una partita di volley, sono quasi certo di averla sentita dire: “Rohmer tutto questo non l’avrebbe mai permesso…”

Ciò che le riesce meglio è farsi vedere annoiata in qualsiasi contesto. Luisa invece, Luisa non l’ho ancora capita; ascolta tutto ciò che dico ma non aggiunge mai nulla. Forse deve essere molto più intelligente di me e è imbarazzata.

In fondo al corridoio c’è una finestra, si vedono: la piazza, con la posta, il tabaccaio e la parrucchiera. Entriamo in una stanza. C’è la carta da parati. La stanza è quasi vuota, difficile dire che poteva essere, ci sono solo una decina di sedie ammucchiate; una o due sono sfondate.

-Sai, però un po’ di preoccupazione mi rimane addosso.

-Per cosa?

-Per Alice, sai io…

Andrea parla. Nella stanza non c’è proprio molto di interessante, tanta polvere: faccio attenzione a dove mi appoggio per non sporcarmi. Il pavimento è un parquet sudicio. La carta da parati è fiorata. Mi fa venire in mente i fiorellini che ho sbirciato sul reggiseno color carne di Luisa. Ma poi il reggiseno di Luisa si riempie delle tette di Marta, e la mia testa è piena del suo corpo nudo. Andrea, che pensa solo a sé stesso, continua a parlare e mi smonta qualsiasi fantasia.

-…e insomma tu che faresti?

-Guarda che avere dubbi è naturale eh.

-Eh lo so però…

Mette un piede sul parquet e questo manda un cigolio. Ripete lo stesso movimento precedente con la punta del piede e si risente lo stesso cigolio. Schiaccia con la punta del piede nel punto ormai identificato e mi guarda stupito come se avesse scoperto chissà che. E’ insistente e riesce a ricreare la stessa sensazione di fastidio di Calà quando fa suonare il water juke-box.

-Bè?

-Non senti?

-Come faccio a non sentire, tra un po’ la butti giù sta casa a forza di schiacciare.

-Ok, ma senti sto rumore? L’asse muove, sotto è vuoto, vuol dire che qualcuno l’ha spostato.

-Ah questo sì che è incredibile. Pensavo fosse nato lì e avessero costruito la casa intorno, per comodità.

-Stupido. Non hai ancora capito? La vecchia qui ci deve avere messo dei soldi, era il suo nascondiglio per i soldi, o l’oro. Si sa che i vecchi accumulano e nascondono.

-Ma stai zitto, che ne sai?

Poi era lui che non voleva entrare, guardalo: un esaltato.

-E’ matematico, davvero è matematico. Tutti i vecchi nascondono i soldi in casa in posti assurdi. E io adesso ho trovato il nascondiglio.

-Senti Raskolnikov questa è una vera stronzata.

-Sai dove nascondeva i soldi mio nonno?

-Dove?

-Dentro un tubetto di vitamine Bayer al gusto di arancia nascosto dietro a un mattone del garage. Quando ero piccolo mi nascondevo sotto la macchina e lui tornava dalla banca e io lo spiavo. E questa vecchia non era tanto diversa, ci scommetto. Muore improvvisamente e tutta la roba rimane lì nascosta, pronta per essere rosicchiata dai topi.

Lo guardo perplesso, ma il bello è che è davvero convinto. Mi pento di averlo portato qui dentro, dovevamo andare al bar a giocare a biliardo. Sono un asso a biliardo, avrei vinto tra l’altro.

-Mettiamo che sia. Che te ne fai?

-Ma scusa, perché li dovrei lasciare qui? Perché devono prenderseli i suoi nipoti o figli. Tu li conosci?

-Io no, tu?

-Di vista. Hanno un suv, un suv bianco. Sai cosa se ne fanno? Niente, si comprano un ipod o qualche cazzata della Apple.

-Tu no invece?

-Beh io se li trovo, non so pago da bere a tutti, li do ai poveri. Me li spendo in cazzate.

-Eh allora è lo stesso.

-No. Senti qua, mia madre canta nel coro della chiesa.

-Ok.

-Cinque o sei pie signore di mezza età; una di queste, sposata senza figli; lavora in una fabbrichetta di bici; va ai raduni degli alpini con il marito. Si è comprata una borsa delle Louis Vuitton, tipo duemila euro, o poco meno.

-Cazzo.

-Ecco. Se la porta in chiesa , quando vanno a cantare per i matrimoni e si mettono tutte in tiro. Ma lei mentre canta mica guarda il leggio. No, con un occhio guarda il leggio, con l’altro controlla la borsa che ha posato ai piedi per paura che qualcuno gliela fotta.

-Minchia.

-Ecco. Preferisco sprecarli che lasciarli a gente con il suv che fa così.

-Ehi, ti ricordo che stiamo parlando di soldi che non sappiamo nemmeno se ci sono.

-Aspetta e vedrai.

-Ok dai, voglio proprio vederlo il tuo tesoretto. Togli sto asso e vediamo.

-Ah ma tanto non ti credere che ti darò qualcosa eh?

-Tranquillo barbanera, tanto lì non c’è nulla.

Si china, ma dovendo fare proprio sforzo si sdraia direttamente per terra, riempiendosi i pantaloni di polvere. L’asso si alza leggermente, cigola. Finalmente si sfila, con una certa fatica.

-Visto?

-Visto cosa, che sei un vandalo?

Tenta di infilare una mano ma non ci entra. Il buco è troppo piccolo.

-Fanculo mi serve un attrezzo.

Si alza e schizza fuori dalla stanza, gli sento fare gli scalini a due a due. Lo sento girare e aprire cassetti al piano di sotto. Mi avvicino al buco, guardo dentro, tento di infilarci la mia di mano, fosse mai. Niente. Lo sento tornare e io mi rimetto nella mia posizione iniziale, come se non mi fossi mosso.

Entra con un grosso coltello da cucina in mano. Per un nanosecondo mi preoccupo.

-Cosa vuoi fare?

-Guarda e impara.

Infila il coltello nella fessura tra due assi. Con una leggerissima pressione del polso l’altro asso salta via come niente fosse.

Infila finalmente la mano e inizia a ravanare sotto il pavimento.

-Allora?

-C’è qualcosa.

Mi guarda e ride. Tira fuori una manata di carta strappata sottile. Gialla o grigia. Sono tutti di vecchi giornali: niente soldi né gioielli da cosa vedo. Anche qualche filo di stoffa e un po’ di paglia.

-Complimenti è un nido di topi.

-Eppure, cazzo. Ci avrei giurato.

-Ma dai è perché non ragioni.

-Mah.

Infila la punta del coltello dentro un‘altra fessura e toglie un altro tassello e un altro. Allarga il buco togliendo i tasselli che compongono il parquet.

-Scusa eh, ragiona: sei una vecchia sola, i tuoi nipoti sono dei disgraziati, i loro figli degli stronzi. Non ti vengono mai a trovare. Hai qualche soldo, la pensione e dei gioielli. Non li porti in banca perché non ti fidi. Di sicuro non lì porti in banca, no?

Lui intanto smette di togliere tasselli. Ne ha tolti parecchi e il buco rivela cemento umido, sporcizia. Quel genere di sporco che si crea intorno alle tubature che perdono.

Ha una mano sporca e annerita.

-Ok allora?

-Allora, pensiamo.

-Molto, proviamo a pensare come vecchie sole e avide.

-Molto avide e molto ricche.

-Ok, tu in quanto vecchia avida e ricca dove li metteresti?

-Ovviamente sotto il materasso, meglio ancora nel materasso.

-Però! E’ vero. E’ un classico.

-Esatto è un classico.

-Troviamo sto materasso ok?

-Cerchiamo la camera da letto.

Al piano di sotto non c’è, abbiamo già visto. Ci rimane il primo piano. C’è il salotto, nel quale ci troviamo. Le scale, uno stretto corridoio e tre porte chiuse. Apriamo la prima e troviamo il bagno, stretto, con una finestrella che dà sul giardino. Oltre la seconda porta c’è una stanza vuota, ci sono giusto alcuni quadri.

Rimane l’ultima, Andrea spinge la maniglia ma la porta è chiusa a chiave.

-Dai che l’abbiamo trovata.

-Sì però è chiusa.

-Una spallata e viene giù.

-Se lo dici te.

Faccio un passo indietro, Andrea invece per quando possibile prende la rincorsa. Tira una secca spallata ma la porta non si muove. Vibra, si sente che è in legno sottile, ma non cede. Gliene tira un’altra e questa volta l’anima centrale si rompe, sembra un wafer rotto. Ormai Andrea è esperto: spacca la porta e apre dal dentro.

Ma c’è ben poco. È solo uno sgabuzzino con vecchi montgomery e giacconi di tweed, che si svuotano di una nuvola di falene. Nell’angolo ramazze e spazzoloni.

-Ma dove cazzo dormiva sta vecchia?

-Aspetta ricapitoliamo, piano inferiore: garage, cucina, due stanze vuote e dispensa.

-Ok.

-Piano superiore: bagno, salotto, sgabuzzino e camera vuota. Dormiva a testa in giù appesa al lampadario?

-Non me la vedo.

Ci guardiamo intorno per capire e intuire. Andrea riflette fissandosi le scarpe. Sempre meno luce filtra dalle finestre, il cielo è coperto. Sarebbe quasi ora di andare, se grandina mi benedice la macchina e per sto mese è meglio se non faccio altre spese. E poi basta con sta caccia al tesoro, Andrea deve distrarsi, io no. Io ho Luisa che mi aspetta. Guardo l’orologio: sono le cinque.

-Probabilmente lo hanno già portato via; dopotutto ne hanno avuto il tempo.

-Già.

Però sono un po’ deluso, stavo iniziando a crederci alla storia del gruzzolo. Abbiamo sfasciato una porta e il parquet per niente. Andrea si è inzozzato come un porcello, ma almeno si è divertito. Controllo ancora l’orologio, è meglio andare. Il semplice guardare l’orologio è anche un buon modo per far capire che ho fretta. Non sono mai stato di quelli che ti guardano e poi sbottano “ehi andiamo? Dai che è tardi”. Non mi piace: è da invadenti.

-Io farei che andare…

-Giusto, giusto. Non voglio farti perdere il tuo appuntamento.

-Bè dai è stato divertente.

Mi incammino verso la scala. Faccio scivolare la mano nella tasca dei jeans per tirare fuori il cellulare. Andrea mi è segue.

-Aspetta però, piove a secchiate. Guarda è iniziato il temporale. Aspettiamo un attimo che non mi va di marciarmi.

Effettivamente vedo dalla finestra che viene giù decisa. Gli alberi sono agitati dal vento e l’acqua corre per le strade. Fanculo, speriamo che non ci metta tanto. Eh no che il signorino va bene smontare le case delle vecchie defunte ma guai a prendere due gocce. Mai sporcarsi le scarpine di tela della Fred Perry. Va bè che vien giù.

-Ehi.

-Cosa?

Sta per dire qualcosa di serio, me lo sento. Fottuto temporale, meteoropatia, amicizie impossibili, amici facilmente impressionabili, amici che sfruttano le situazioni per esternare i propri sentimenti. Ragazze cinefile. Amici sottomessi a sentenziose ragazze cinefile; “come non hai mai visto il Raggio Verde?!”.

-No è sempre per la storia di Alice. Non vorrei sembrarti patetico, ma io la amo davvero.

-Bè che male c’è? E’ naturale.

-No lo so, ma sai tengo davvero a lei. Però sta storia che non mi risponde, davvero, vuoi che te lo dica? Non so, mi preoccupa.

-Andrea, Andrea stai esagerando. Te l’ho già detto tu ingigantisci le cose.

-Eh lo so, però…

-No, no, ascoltami adesso. Come puoi goderti la vita se ogni briciola ti sembra una montagna? Carpe Diem!

-No ma questa non è una briciola. Ho visto su facebook che il suo ex è tornato a Mondovì.

-Bè allora? Poi perché vai a vedere il profilo del suo ex, questo è anche peggio che guardare i film di Calà. Ascolta: nella vita succedono molte cose, ma sono solo coincidenze senza senso.

-Sì, sì ok. Bella spiegazione. Ma questo qui praticamente conviveva a Villanova con una, e niente l’ha mollata e è tornato a Mondovì. Vuoi che lei non lo sappia? Lui torna giovedì e lei è da venerdì sera non la sento più. Chiamami iettatore ma qui è successo qualcosa, qualcosa che mi riguarda. Ho scritto a Samantha, la sua migliore amica, sai quella che fa la cameriera.

-E?

-E nemmeno lei mi risponde.

Adesso mi ha convinto. E adesso? Che gli dico. Luisa, devo vedere Luisa, non posso e non devo passare una serata a deprimermi cercando di convincerlo a pensare positivo. Devo distoglierlo da st’idea e defilarmi. Andrea mi descrive per filo e per segno l’ex di Alice. Deve essersi consumato la bile sul suo profilo a fare i paragoni, povero.

-Ma fai male a preoccuparti, davvero. Vedrai che è solo una coincidenza.

-Non lo so, davvero…

Fuori il temporale è finito, adesso farà un caldo allucinante per colpa dell’umidità, possiamo uscire.

-Senti, io vorrei andare fino a Mondovì, giusto per dare un’occhiata vedere se lei c’è. Anche solo al Moro, dove lavora Samantha e chiederle se l’ha vista. Solo che non mi va di andare da solo, non è che mi accompagneresti? Giuro che ci mettiamo niente.

Fanculo. Fanculo, fanculo, fanculo. Adesso non posso più dirgli di no. Cazzo Luisa. Dov’è Claudio quando serve? Lui che la mena sempre che per gli amici lui c’è. Lui parla, le grane me le becco io. Sì andare al Moro, magari vediamo ancora Alice che limona duro con sto buzzurro, oh Andrea vuoi proprio farti del male. Che situazione. Ci sto mettendo troppo a rispondere, mi toccherà andare. Se non ci vado io chi ci va? Se non ci vado assieme questo è buono di buttarsi giù da un ponte. E poi siamo amici da una vita.

-Massì dai.

-Davvero?

-Certo, vai tranquillo.

-Cazzo sei un vero amico. Ma con Luisa?

-Oh chissene, posso vederla quando voglio.

Sì però mandarle un sms mezz’ora prima dell’appuntamento faccio la figura del coglione. Tirarle pacco così non va. Va bè che potrei sempre girarle la cosa per mettermi in buona luce. Tipo :”Eh scusa ma sono dovuto star vicino a un mio amico che aveva bisogno di una spalla su cui piangere. Io sono uno che tiene agli amici, uno altruista, uno affidabile. Un bravone.” Sì dai, generalmente funziona. In più pensa il contrasto: io e lei coppia che sta per nascere e loro che sono a fine corsa, noi contro loro, passione contro abitudine, vita contro morte. Uao.

Le scrivo un sms, ci metto un po’ di mistero :”Ciao scusa, ma c’è un imprevisto piuttosto serio, ti va se rimandiamo a domani? Poi ti spiego, un bacio” Dovrebbe andare. Meglio “un bacio” o “un kiss” che fa più sbarazzino? Penso all’ex di Alice, così come me l’ha descritto Andrea, un magazziniere con tatuaggi e skinny jeans che porta solo magliette attillate dei gruppi. Lui, un audace, non si farebbe seghe mentali sulla scelta tra “un kiss” e “un bacio”. Sento che qualcosa nella mia crescita umana è andato storto. Forse il periodo delle elementari. Ecco che l’influenza nefasta dell’umore di Andrea inizia a farsi sentire.

-Allora usciamo di qui, passiamo a casa tua, ti dai una ripulita e poi andiamo su ok? La macchina la prendo io.

-Ok grazie davvero, andiamo. Anzi aspetta.

Prende un foglio su una mensola e un evidenziatore da una pila di scatoloni. Scrive poche righe che poi mi fa leggere.

-Togli il “ciao” che sa di strafottente.

Corregge il foglio e lo lascia sul tavolo, in bella vista. Sopra c’è scritto “Ciao siamo i ladri, cercavamo soldi e preziosi ma abbiamo trovato solo muffa e topi. Consigliamo buona disinfestazione.”

Usciamo assicurandoci per quanto possibile che nessuno ci veda. Ripercorriamo al contrario la strada fatta prima, ora piene di pozzanghere. L’asfalto bagnato ha raggiunto una nuova tonalità di nero.

Andrea parla poco, cerca di darsi una ripulita a colpi di manate. Anche Luisa che parla poco, Luisa e i suoi braccialetti che le hanno regalato i genitori, i gatti insofferenti che abbraccia nelle sue foto su Flickr. In fondo, a ben vedere, anche se è diversa dalle persone che ho conosciuto non significa che non possa andar bene. Controllo il cellulare, non ha ancora risposto, spero proprio non si sia offesa.

Andrea cerca di apparire rilassato, mi racconta di cose successe al lavoro. Sotto la tettoia della bocciofila alcuni vecchi in camicia parlano guardando in alto e indicando con i loro bastoni da passeggio. Tutti i vecchi indicano con il bastone da passeggio l’argomento di cui parlano.

Vedo Marta, attraversa di nuovo la piazza. Si è cambiata: ha i pantaloni della tuta e una t-shirt, ha una borsa a tracolla e assieme a lei c’è un’anziana signora, sua nonna sicuramente. Entrano dalla parrucchiera. Non vedi una da mò e poi la incroci due volte nello stesso giorno.

L’anziana è di certo sua nonna: mi aveva detto che sua nonna ha un po’ di demenza senile. Un po’. Una volta ha dimenticato il gas acceso, per poco non ci scappa la strage, così adesso la seguono molto di più, e l’accompagnano ovunque.

Passiamo in piazza, davanti alla parrucchiera. Vedo attraverso la vetrina appena velata da una sottile tenda blu che Marta è dentro. E’ seduta e tiene sulle ginocchia un manualone. Vorrei salutarla, solo guardarla negli occhi. Sapere la sua opinione su qualcosa, qualsiasi cosa, anche solo il meteo.

-Aspetta un minuto qui. Solo un minuto.

-Che fai?

-Niente!

Mi avvicino al negozio di parrucchiera, apro la porta in vetro sul quale lettere rosse formano la scritta “Da Marisa Bergesio”. Mi sporgo dentro. La parrucchiera tiene sospesa una spazzola che stava per tuffare tra i capelli di una nonna, mi guarda aspettando che dica qualcosa. Marta è custodita in una cornice di nonne sotto i caschi per la messa in piega. Tutte alzano gli occhi, si sente solo la radio e il soffiare dei caschi accesi. Sono sulla traiettoria di tutti gli sguardi e fa un caldo bestiale.

-Scusate né, ma ci sarebbe una golf nera parcheggiata di traverso proprio davanti alla mia, qui in piazza. Per caso è vostra?

-Ciao!

-Ehi, Ciao Marta, è un po’ che non ci si vede.

-Golf nera? Io ho una focus.

-Io sono venuta a piedi.

-Io In bici.

-Io e mia nonna a piedi invece. Come stai?

-Oh io, bene, bene dai. Tu?

-Esami, sempre esami.

Dice sollevando il manuale.

-Ma tu non sei il nipote di Gioacchino?

-Eh sì! Studi sempre eh?

-Lasciamo perdere…

-Ma come sta tuo nonno?

-Ah bene! Non ti vedo mai in…

-Chi è suo nonno?

-Gioacchino Barge.

-Ah Gioacchino Barge! Ma come gli somigli!

-Eh un po’ in effetti…

-Vero è tutto un Barge fatto e finito.

-Persino nella voce.

-Ma di che anno è già tuo nonno?

-Del venticinque.

-Oh addirittura, e lavora sempre?

-Lavora, lavora.

-Salutamelo tanto eh.

-Certo.

Le sorrido, lei ricambia. O accarezza con l’indice la pagina, o cerca di tenere il segno mentre mi guarda parlare. Per un attimo mi sembra che stia scrivendo qualcosa con la punta del dito.

-Bè se la golf non è vostra, niente allora. Che pioggia però ragazzi…

-Magari è del figlio di Dotto, prova a chiedere a loro.

-Va bene; ciao a tutti. Ciao Marta, magari ci si sente su facebook.

-Dai, ciao.

E riporta la testa sul manuale. Mi sono già dissolto tra le lettere di quel fottuto manuale. Il mio riferimento al tempo non l’ha sfiorata. O non le interesso io o non le interessa la meteorologia. Che vergogna.

-Salutami tuo nonno!

-Va bene signora.

Mi chiudo la porta alle spalle e sento nel negozio il suono argentino del campanello. Era un sorriso di circostanza. Meglio se non le rompo le palle su facebook: i treni passano una volta sola.

Mentre Andrea si dà una lavata cerco di pensare a che persona era Marta quando uscivamo assieme. Mi arriva un sms. Desidero vedere il nome “Marta D.” sullo schermo del cellulare. Invece c’è scritto “Lù”.

Luisa mi ha risposto :“Ok”. Alla faccia del mistero; si vede che l’ho proprio incuriosita.

Andrea e io usciamo; muoio di sete. Cerco di parlare di cose leggere.

Metto in moto, do’ un colpo di tergicristallo alle gocce sul parabrezza. Metto su un cd, spero che la situazione a Mondovì non si faccia sgradevole. Perché non vedo altre possibilità se non che Andrea è un cornuto. Un cervo con una polo rossa addosso. Guido con calma, molte macchine mi sorpassano. Ogni volta mi convinco che sono io a permetterglielo, perché se volessi. Mi torna in mente una cosa che prima non ero riuscito a ricordare.

-Aspetta aspetta.

-Cosa?

-Mi sta tornando in mente com’era già.

-Sì ma cosa?

-Il cervo, la tipa morta, il caffè. Era Twin Peaks, la testa di cervo sul tavolo negli uffici della polizia era in Twin Peaks non in Juno.

-Che cervo?

-Sai prima, nella casa, il cervo sul tavolo.

-Ah già; è vero. Mi era passato di mente, la serie di Lynch.

-No è di Cronenberg.

-Ah vero, cazzo.

Andrea ha la testa altrove. Andrea non canticchia nessuno dei successi dei Pearl Jam che metto sull’autoradio e guarda fuori dal finestrino, cerca di indovinare il suo destino oracolando i corvi sul cavo del telefono. Se si alzeranno al passaggio della macchina le cose andranno bene, altrimenti tutto a male: apocalisse, inferno, schiaffi sul collo e senso di solitudine. Tipico suo.

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