Tre

[Matteo Palamenghi]

Da quando ho memoria, ho dato per scontato che, in punto di morte, avrei rivisto tutta la mia vita passarmi davanti agli occhi. Poi la morte è riuscita a sorprendermi.

C’è un ronzio che mi riempie le orecchie, un rumore bianco, o meglio, come una litania o una canzone ben conosciuta ascoltata attraverso un muro. Poi tutto si schiarisce.

– Se n’è andato senza soffrire, morto sul colpo, non una brutta morte, tutto sommato.

Non riconosco la voce, è quella atona di qualcuno che ha ripetuto la stessa frase per tutta la vita, per tutte le evenienze.

Morto sul colpo.

Questo mi dà due elementi su cui ragionare. Primo: sono morto; secondo: è stato qualcosa di improvviso.

E’ una bella seccatura. Non avevo messo in conto di morire. Come diavolo si può morire? Ho troppe cose in sospeso da sistemare, niente nirvana a questo giro, ci riproverò da rondine, magari, o forse da cane. O da gamberetto.

– Beh, ora è in un posto migliore, è in pace, con gli angeli.

Hey, voce da prete, questo è un colpo basso! Vorrei urlargli in faccia che, se i loro stupidi comandamenti sono veri, un cantuccio all’inferno me lo sono prenotato anche solo grazie a tutto lo sperma che ho sparso in giro.

Ricordo mio padre al funerale di mio nonno, suo suocero. Alla fine, dopo che la bara era stata calata sotto terra, mi si era avvicinato e mi aveva appoggiato una mano sulla spalla.

– Quando sarò morto dovrai farmi un piacere: tieni lontani preti, croci e tutto quello che ci va dietro. Non voglio che un parroco che nemmeno sa chi sono spari cazzate sul mio conto. Avevo riso, la pensavo come lui, ma meno educatamente.

Torno a focalizzarmi su quello che mi accade intorno. Non ho avuto bisogno di voi, maledetti corvacci ottusi, quando ero vivo, non figurarsi ora che sono morto. SPARITE!

Gelo.

– L’impianto di condizionamento. Fa molto freddo, mi scusi signora, esco a prendere una boccata d’aria.

Voce da prete se ne va, sento il suono dei passi che si allontanano, mi calmo.

Mamma perdio, ti prego non ascoltarlo. Non sono ancora un esperto, sebbene sia decisamente più competente di lui, essendo, per lo meno, morto, ma qui non ci sono né angeli con le trombe, né diavoli coi tromboni, qui è tutto…

Qui è tutto?

Cerco di orientarmi e di localizzare qualcosa di conosciuto. Ogni sensazione è nuova. No, non nuova, diversa. Sento che la stanza è fredda, dev’essere l’obitorio, ma non sento freddo. Ogni sensazione arriva ovattata, come se non fossi qui nella stanza, come se qualcosa mi annebbiasse i sensi. Cerco di dare un nome a questa nuova sensazione, ma non ho mai provato nulla di simile, poi capisco.

Immagino che sia come se fossi morto.

-Uff! – Espiro con forza, mentalmente, qualsiasi cosa questo voglia dire e mi rilasso: prendere coscienza del proprio stato è il primo passo.

Inizio ad essere preoccupato per il mio futuro. Fra qualche ora mi caleranno in una fossa chiuso in una cassa, dove il mio corpo si decomporrà lentamente e inutilmente, chiuso nella bara zincata ed ermetica.

Non tornerò polvere, almeno per un bel po’ di tempo.

Ma non è questo il problema. Non il più pressante.

E’ che sono cosciente. Per quanto lo rimarrò? Per ore? Anni? Per l’eternità?

Potrei annoiarmi a morte o impazzire, o entrambe le cose. Cazzo, la morte non può essere peggio della vita!

Io mi aspettavo due possibilità: buio e nulla, la fine dei giochi e della mia esistenza o luce in fondo al tunnel e un branco di angeli asessuati che ronzano come mosche fra nuvolette bianche assaggiando questa o quella marca di caffè e guardando dall’alto al basso chi fa lo stesso con ali da pipistrello nel lago di fuoco sottostante.

E fra le due probabilità ero abbastanza certo di quale fosse la più verosimile.

Mi ritrovo ad urlare, mentalmente per lo meno, qualsiasi cosa questo voglia dire.

– C’è qualcuno che può sentirmi? Un vecchio con la barba bianca, un nero vestito di bianco… Perdio, questa morte è terribile! Non doveva andare così, no davvero!

– E come sarebbe dovuta andare?

Sussulto, o almeno lo avrei fatto se non fossi morto e se il mio corpo si muovesse ancora.

Diciamo che sussulto mentalmente, qualsiasi cosa questo voglia dire.

-Chi diavolo?

-Nessun diavolo – Mi risponde il bambino in tutto e per tutto somigliante a un diavoletto seduto di fianco a me – Sono Girolamo.

Mi guardo intorno a bocca aperta, sono seduto su una panchina bianca, vicino a un palo della luce bianco, il terreno sembra in tutto e per tutto simile a una nuvola e il bambino diavoletto che, a guardarlo bene, ha dei lineamenti molto simili a quelli di Charles Darwin, mi guarda sorridendo mentre mi porge una tazzina di caffè.

-Dove diavolo sono?! – Gli dico prendendo la tazzina che mi porge – Scusa – aggiungo poi – Volevo dire dove cavolo sono…

-Nessuna offesa, visto che non sono un diavolo. Sei in uno stato di stasi fra una vita e l’altra, ognuno la vede a modo suo. Io sono, come ti ho già detto, Girolamo, e sono il tuo assistente personale post mortem.

-Sei il mio angelo custode? Occazzo, il mio angelo custode è un Darwin nano, rosso e con le ali da pipistrello!

-Hey, andiamoci piano bello, non sono né un angelo né un diavolo. Ti ho costruito questo nonposto sulla base di quello che pensavi poco fa, ho visto che c’era anche un lago di fuoco, ma con le cose calde me la cavo ancora maluccio, poi ho visto quei cosi con le ali da papera e senza bitorzolo, ma se vuoi un assistente privo di sesso fatti assegnare qualcun’altro! Se non ti va bene – così dicendo si gira e tira fuori un faldone alto una spanna – puoi riempire questi moduli e mandarli al capo, così la prossima volta che muori ti trovi il tuo bel lago di fuoco, Paperino, Pippo e nonna papera e la fai finita di frignare, Cristo!

-Cristo… Si può dire?

Girolamo mi guarda alzando un sopracciglio.

-E il capo chi è? – chiedo.

-Ma che ne so, questa è un’azienda multiuniversale a struttura piramidale, a me arriva lo stipendio ogni mese puntuale e ho il mio caporeparto. Se vuoi avere altre risposte ti porto dal mio superiore, ma ha un caratteraccio che te lo raccomando!

Mi appoggio di peso alla spalliera della panchina, mi passo una mano fra i capelli e restituisco, con un gesto meccanico, la tazzina al demone o quel che diavolo è.

-Cristo. Posso avere una birra? Poi mi spieghi che cosa diamine ci facciamo qui.

-Sicuro! – Mi porge un boccale di birra chiara tirato fuori da chissà dove – Per la cronaca diamine, termine che hai gentilmente utilizzato al posto di diavolo per evitare di offendermi nonostante ti abbia ripetuto più di una volta che non lo sono, è una parola composta da diavolo più domine. In pratica avresti offeso un intero panteon con un singolo termine. Te lo dico nel caso tu debba mai incontrare una divinità.

-Oh… Ok. – rispondo stranito.

-Per il resto, cioè per rispondere alla tua domanda a proposito di cosa facciamo qui, avrei molte risposte filosofiche e meravigliose da proporti, ma abbiamo già perso fin troppo tempo, non credi?

Così dicendo appoggia il mento nell’incavo fra pollice e indice della mano destra e mi guarda di traverso, come ad aspettarsi una risposta.

Lo guardo di rimando, con la bocca spalancata, per qualche istante, poi mi scuoto.

-S-sì? – balbetto non troppo convinto.

-Sì – esclama Girolamo – quindi passerei al motivo per cui siamo qui. Vedi, come ti ho detto sono il tuo assistente personale post mortem – Il satiro, o quel diavolo che è, dopo un attimo di esitazione, con aria complice aggiunge – O così vorrebbero farti credere loro, visto che, a causa della crisi, mi tocca seguire alcuni altri clienti. Uno di questi proprio ora non se la sta passando davvero molto bene e a breve avrà bisogno di me, quindi dobbiamo fare in fretta.

Così dicendo estrae un faldone blu da cui tira fuori alcuni fogli. Che mi porge insieme a una biro BIC rossa.

-Firma.

-Ma… Cos’è?

-Liberatoria. Dice che la tua vita è finita, che dai il consenso al trattamento dei dati della tua vita precedente, e che ti impegni a non farci causa nel caso la prossima non sia di tuo completo gradimento più altre piccole clausolette.

-Eh?

-Forza, è una formalità, in ogni caso non potrai mai reclamare, visto che non ricorderai niente di tutto ciò. Se non firmi però non ti posso rimandare giù ed è un casino, quindi…

-Ma…

-Che c’è ancora? – Mi guarda scocciato.

-In rosso?

-Ufff… Tieni!

Così dicendo mi passa una biro nera, con la quale firmo, quasi in trance, i documenti che mi porge.

-Bene, ora c’è un’altra piccola cosa prima di rimandarti… Vita 2.0. E’ un programma iniziato per migliorare le condizioni del pianeta terra, è una sperimentazione che facciamo solo con alcuni volontari e tu hai appena firmato per entrare a far parte dell’esperimento.

-Oh… – dico stranito – Bene, credo

-Sìsì, certo che è bene! Allora, la questione è che puoi scegliere tre aspetti della tua vita precedente e cambiarli prima di tornare indietro.

-Vuoi dire che rivivrò tutta la vita che ho appena vissuto di nuovo? Non mi annoierò?

-Non ti ricorderai nulla! Allora, cosa vorresti cambiare?

-Così su due piedi…

-Forza, che ho poco tempo!

-Beh, vorrei… Boh, forse vorrei non avere bisogno degli occhiali.

-Bene – Il mio assistente post mortem quasi personale inforca dei piccoli occhiali dalla montatura di metallo blu e mette una crocetta su un foglio – Cos’altro?

-Mah, è possibile uno scheletro di adamantio, artigli retrattili e fattore rigenerante?

Il fauno si abbassa gli occhiali e mi guarda con aria di sufficienza per qualche secondo.

-NO – risponde poi secco reinforcandosi gli occhiali.

-Uff… Allora vorrei essere un pochino più alto.

-Bene, da ultimo?

-Beh, come ultima cosa vorrei vivere decisamente molto più a lungo!

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