Il treno da nessun dove

Dal blog di Kees Popinga

La rinuncia al verbo in un testo narrativo è una contrainte estrema, anche se tecnicamente non così complicata come il lipogramma, il cui esempio più noto è il romanzo La disparition di Georges Perec, scritto senza usare la lettera E. Ci ha provato il francese Michel Thaler (pseudonimo di Michel Dansel) con Le Train de nulle part, edito nel 2004 per i tipi di Adcan Edition, 233 pagine senza un verbo che non sia un participio. Il francese con il quale è scritto non è quello letterario, al contrario abbonda di modi gergali, neologismi e giochi di parole intraducibili, fatto che ha ostacolato la diffusione al di fuori della Francia. Il testo, stilato con humour acido e scorbutico, riesce, nonostante il vincolo letterario autoimposto, a essere interessante, e non è affatto vero, come si è scritto, che manca d’azione: essa c’è e si svolge nella mente dell’io narrante, in un continuo presente che però s’affolla di ricordi e considerazioni.

L’autore, un laureato in letteratura francese ormai ben oltre la sessantina, si dichiara “nemico del verbo” e non considera affatto il suo sforzo letterario un esercizio ginnico per battere qualche record o invocare una qualche primogenitura. Al contrario, per Thaler il verbo è “un invasore, dittatore e usurpatore della nostra letteratura”. Con l’uscita del libro, egli volle celebrare alla Sorbona il “funerale del verbo”, durante una presentazione-happening con oltre trecento invitati e con figuranti vestiti a lutto in marcia dietro un carro funebre tirato da un cavallo. La polizia interruppe il corteo per “minaccia all’ordine pubblico”.
Ancor più esplicita la prefazione, dedicata “A tutti i feroci nemici del verbo, adepti incondizionati del presente assoluto. A tutti i partigiani della decolonizzazione dello scritto e della messa a morte o, in modo più accettabile, della messa in silenzio e dell’esclusione del verbo. (…) A tutti i seguaci di questa nuova area: gente marginale alla ricerca di un reale rinnovamento della scrittura, acrobati della modernità, trapezisti dell’immagine abbandonata e del sentimento poetico assoluto (…).
L’incipit in lingua originale del primo capitolo è stato pubblicato sul n. 15 (2005) di Tèchne, la bella e curiosa rivista di ”bizzarrie letterarie” curata da Paolo Albani. Ho provato a tradurlo senza essere un esperto, con lo spirito giocoso di chi si dedica alla soluzione di un enigma (oppure, ma parlo per me e pochi altri, alla risoluzione di un quiz matematico). Il risultato è sotto i vostri occhi. Da parte mia, invoco la benevolenza del lettore e chiamo come testimone a difesa Samuel Taylor Coleridge: “Ho tre validi campioni per difendermi dagli attacchi della Critica: la Novità, la Difficoltà e l’Utilità del Lavoro”.
Che pacchia! Un posto libero, o quasi, in questo scompartimento. Una sosta provvisoria, perché no! Allora, il mio nuovo indirizzo su questo treno da nessun dove: vettura 12, 3° scompartimento nel senso di marcia. Ancora una volta, perché no?
– Buongiorno, Signore e Signori! Un pezzo di viaggio con voi! O forse no! Per tutto l’intero percorso, almeno il mio!
A queste parole di circostanza, in piena armonia con la situazione, una malmostosa profumata sul volgare, a cavalcioni sul suo asino da monta di servizio, l’occhio migratore, le labbra tagliate per altri itinerari, le mani grassottelle dalle puzze d’acqua dei piatti, il sorriso scatologico: insomma, tutto un programma!
E con la sua voce da pozzo nero in azione:
– Purtroppo, niente posto là in alto, neanche vicino alla mia valigia, per i vostri bagagli!
– Per i miei bagagli? Ma per quali bagagli?
E lei, il ghigno immediato all’acqua di cazzata, le guance a forma di trippe di tacchino già sgualcite per raddoppio di pieghe, la mano destra sgarbatamente sotto il mento:
– Sì! Eh! Per i vostri bagagli! He!
– Che idea, Signora! I miei bagagli? Tutto nella mia testa e nel mio cuore, e il resto al diavolo!
Allora, l’idiota come una sotto-sciampista imbellettata in pieno nitrito:
– Al diavolo, he! Al diavolo! I vostri bagagli al diavolo, eh! Impossibile dei bagagli al diavolo, eh! Ancora una cosa da pazzi, eh!
Che spettacolo deprimente, questa creatura nitrente!
All’improvviso, nella mia testa, come un gusto di rigurgito gastrico! Ma troppo tardi per un altruista ideale come me!
D’altra parte, da parte mia, come un cretino, un irresistibile bisogno di giustificazione davanti a questa baldracca volgare fino all’esaurimento! Perché, tra di noi, una foca di questo genere in un letto, che scenetta triste! Quanto al mio bisogno di giustificazione: normale! Come sempre con gli imbecilli!
– Illusorio, Signora, il culto del bagaglio per un viaggiatore terrestre!
E lei, ancor più gelatinosamente beffarda, ma stavolta non in modo cavallino! Piuttosto, d’altronde, come una cinghiala in calore, all’indirizzo del suo torello in piena poppata! Lui, in effetti, una tetta bluastra a forma di mezz’anguria ammaccata sul naso.
– Ancora uno fuori di testa, eh! Buono per il manicomio, eh! Eh! Mio coniglione! Eh!
Quanto al suo somaro, il membro virile aggressivo, un grugno da bastardo neanche sgrossato dalla pialla! E ancor meno dalla sgorbia! Con dei foruncoli verdastri alla radice del collo bovino, con le ciglia cispose, con gli occhi d’un marrone merdoso, con i modi da falso pappone di sordidi quartieri portuali, con le basette inondate di forfora, con la canappia generosamente moccolosa, proprio un bel campione d’un paese in marcia!
Anche lui, in pieno nitrito, ma in modo rauco. Che corale! Sfigato! Allora, sollevata la capoccia, con della ricotta ancora tra i denti, in un grugnito quasi provocatorio a mo’ di risposta alla sua fessa:
– D’accordo, mia gattona golosa! Mica a posto questo tipo! O un prete o uno strampalato!
Di fianco a questa coppia, una paffutella in ogni dove, grinzosa fino alla screpolatura come un vecchio comodino dalla lacca esasperata.
Sulle sue ginocchia un marmocchio di rara bruttura. In effetti, un sacco d’eczema. Forse il frutto di un’inculata collettiva con un cane rognoso di passaggio! Che destino, comunque!
E proprio di lato a questa bustina-sorpresa, genitrice-marmocchio, un ciccione pieno di zuppa violacea, imbottito di salumi misti con, a mo’ di testimonianza probante, le sue flatulenze profumate al salsicciotto di gran volume. Proprio il morfotipo del sindacalista d’assalto, mangia-padroni, testa d’asino, nostalgico a tempo pieno con una postilla per le azioni sanguinarie! Certamente un nemico della pinza per zollette e, a fortiori, dell’ostia consacrata! A colpo sicuro un cece nella capoccia, e della miglior qualità!
Come tutti gli apparatchik del politicame, da parte sua un sordido bisogno di marcatura del proprio territorio ideologico! Allora, agli altri viaggiatori dello scompartimento, questa faccia non proprio sangue di bue, ma peggio:
– Mica molto democratiche le vostre considerazioni! Normale! Dopo il licenziamento della ghigliottina! Non abbastanza teste cadute nei panieri del popolo! Compagni, ai vostri arnesi! Ancora molto lavoro di fronte a noi!
Questo adepto del Terrore, un idiota sanguinario e odioso!
Di fronte a questo elettore coagulato nel suo buon diritto, un esemplare deforme. Una testa da incubo questo spiralato dappertutto, questo bitorzoluto mal assemblato dalla vita. Una descrizione lapidaria per un migliore approccio al personaggio: sulla cinquantina bavosa, il busto impalato, le mani grossolane disarticolate alle giunture, e tutto il resto dello stessa pasta. In breve, una specie di mammifero peloso in forma umana! Un discendente della famiglia degli spaventosi primati dei tempi antichi! Un omologo a stento superiore della fauna delle selve moleste, tormentate e più che incerte.
Il suo grugno: tutto un programma da solo! Prima di tutto, il colore della pelle color pane tostato, barile di quercia, armagnac invecchiato.
Dunque, l’abbronzatura naturale degli agricoltori, dei coltivatori di prima dell’esodo rurale, dal collo striato, rugoso, erpicato. Dei vecchi delle nostre campagne, uomini e donne in pieno tiro ai gioghi dell’ignoranza, gente di mietiture, gente di vendemmie, nei campi o nella vigna con, come solo punto di riferimento, l’eco delle ore battute in volata sulla tastiera di un campanile di un villaggio lontano.
Sì, l’abbronzatura della gente di campagna ancora numerosa fin verso gli anni ’50: quella con le fittavole, alla fine del pomeriggio, con il secchio tra le gambe; quella con il fucile da caccia appeso all’attaccapanni di fianco a un graticcio chiazzato dal fango e striato dalla sterpaglia; quella del camino con gli stessi e impregnanti odori di fuliggine, e questo di padre in figlio; quella dei vini dissetanti e del prosciutto appeso a una trave calcinata, quella con i vestiti a righe per la messa e le grandi occasioni della vita; quella con gli abiti di cotone robusto, smorti e grossolanamente floreali, quella dalle bevute memorabili in occasione delle feste di paese; quella, tra due solchi, dietro il culo dell’erpice, dell’aratro o del rullo, con il pacchetto di trinciato comune nella tasca ruvida e spessa di una tuta comperata alla cooperativa; quella della cotenna di lardo, talvolta insaporita da una rondella di cipolla, tra due fette di pane di segale, con la pinta di vinaccio genuino, e non stavolta di vino dissetante diventato oggi, in certe regioni, assai apprezzato.
Niente in comune con i coltivatori agricoli dei tempi nuovi, il culo sul loro trattore, il tubetto di antidepressivo nella saccoccia, tutti più o meno candidati all’infarto.
Non abbastanza lacrime nei nostri cuori per questi contadini morti e sepolti con la complicità e la benedizione dei governi e dei loro lacchè, più uomini politici che uomini di Stato e condannabili, per questo, all’inumazione gratuita, ma da vivi, nei solchi della Repubblica!
Ma lui, il deforme, ancora un’altra cosa! Un patto tra i vecchi della vecchia guardia dei contadini, i taglialegna di sempre e le creature più irsute d’un Medioevo profondo.
I suoi capelli, piuttosto la sua zazzera, del crine, della coda di bovide! In breve, una piantagione cespugliosa in fuga dal fronte, in rotta disordinata fino a dietro alla nuca. E là, la ramazza integrale senza il minimo accenno di scalatura. Quanto al colore, l’indescrivibile! Delle ciocche di cenere, come immerse nella ricotta giallastra e rancida! Questo perfetto bruxomane dalle spine di riccio sulle guance, un autentico fossile vivente dei tempi passati: Ecco un campione di prima scelta per ecologisti mondani!
I suoi occhi: quelli di uno sconvolto, di un allucinato, di un posseduto, di uno stupito per lo spettacolo del mondo, di una bestia feroce isteroide, destinata, in altri tempi, al macellaio, ma anche di un rabbioso, di uno capace di tutto, tranne che del meglio, o in tal caso d’un meglio pesantemente masochistizzato! In breve: delle biglie alate da corvo, globulose come delle palle da biliardo in pieno rotolamento dall’alto in basso, di lungo in largo. Un paragone possibile, ugualmente, con delle biglie d’acciaio in giravolte sataniche.
Persona di spavento, questo perfetto elemento, forse originario, in tempi assai remoti, delle contrade più isolate di una Bulgaria incistata nelle antiche province romane della Tracia e della Mesia.
Michel Thaler, Le train de nulle part, Adcan edition, 2004.
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