Titanic Fever

Cose di cui davvero non abbiamo bisogno

 [Giulio D’Antona, Rivista Cadillac]

  

“Ogni volta che sento quella canzone,

mi viene da vomitare”

-Kate Winslet, parlando di My heart will go on-

Niente. Non ci posso fare niente. Vorrei voltarmi dall’altra parte, ma non posso fare a meno di guardare. È ovunque.

L’orchestra che suona fino alla fine, il capitano che affonda con la nave, lo scafo spezzato a metà, i morti di terza classe, gli eroi di prima. Immagini esclusive del relitto. TV, radio, riviste. E lei, che bacia lui per l’ultima volta e lo guarda affondare nelle acque gelate al largo del Labrador.

Domande irrisolte, misteri da svelare, arditi paragoni con tragedie marittime recenti. Basta, dico in faccia all’ennesimo documentario di History Channel che riporta a galla i segreti del Titanic. Basta.

Vogliono sapere tutto quello che c’è da sapere, approfondire tutto quello che si può approfondire. Sproloquiare, azzardare, sviscerare in una sorta di accanimento terapeutico sulla carcassa di una storia sepolta da cent’anni di alghe, coralli e mitili. Non ci sono nemmeno più superstiti in vita da interrogare, e se ci fossero dubito che ricorderebbero qualcosa di lontanamente vivido della loro personalissima tragedia.

Basta.

Poi, un giorno, proprio qualche ora dopo aver superato il rifiuto iniziale, dopo essermi abituato alla febbre da centenario, con in tasca persino un paio di conversazioni moderate e composte riguardo l’argomento, alzo lo sguardo e vedo la locandina.

Mi ci vuole qualche secondo, forse un intero minuto, per mettere a fuoco quello che sto guardando. Non è un documentario, non è un approfondimento, nemmeno lo speciale su National Geographic. È proprio il film.

1997, James Cameron sbanca i botteghini di tutto il mondo con la pellicola che realizzerà incassi inarrivabili. Record assoluto per dodici anni, superato nel 2010 da Avatar, sempre di Cameron, 14 nomination all’Oscar, 11 statuette vinte incluse Miglior Film e Miglior Regista. Ragazzine che si strappano i capelli nel vedere uno sbarbato Di Caprio lasciarsi andare in entusiastiche grida sulla prua dell’Inaffondabile, una florida e bravissima Kate Winslet che si gioca la prima di una serie di nove nomination fallimentari, Celine Dion che sale su tutti i podi possibili a cantare My heart will go on, mettendo a dura prova la sopportazione dei più tenaci.

E adesso, in occasione del cosiddetto Titanic Day (sic), ecco di nuovo la locandina, uguale all’originale, capeggiare alle fermate degli autobus e nelle stazioni della metropolitana.

Mi avvicino, la studio in ogni dettaglio, esploro il glabro e tondeggiante volto di Leo, in cerca di un cambiamento, di un evoluzione. Mi allontano, guardo la nave. Eccoli lì loro, a braccia spalancate verso il sogno americano come quindici anni fa. Congelati, non dal ghiaccio ma dall’immortalità della celluloide. Niente. Rileggo il cast tecnico cercando di ricordare macchinisti e montatori. Mi giro e mi rigiro preoccupato verso i passanti, come per giustificarmi, come per scusarmi a nome della produzione per la mancanza di inventiva. Comincio a sudare freddo, sono sul fondo della Titanic Fever e non me ne sono reso conto, vorrei poter fare qualcosa per ricordare a tutti che altro succede al mondo, ma non riesco a trovare una giustificazione a questo ennesimo atto di sfrontatezza che mi ha messo con le spalle al muro. Sto per gettare la spugna, quando finalmente scopro, proprio sotto la pachidermica nave – sopravvalutata, era circa la metà della Concordia – la scrittarella “3D”.

Santo cielo. Di colpo mi sento leggerissimo, felice. Non è una novità a cui non ero preparato, è l’ennesimo tentativo di lucrare su false promesse, e facili innovazioni.

Non voglio nemmeno domandarmi a che serve, e a che risultati può portare, il fatto di volgere in 3D un film del ’97, se non a lanciarsi nella disfatta artistica di quello che era un gran bel drammone. Non mi importa, perché so che farà un sacco di soldi sull’onda della credulità popolare, mista alla nostalgia serpeggiante dei tempi migliori, e alla curiosità delle masse silenti che rasenta il gusto per il gore.

Viva le scarpette recuperate dal fondo degli abissi, viva le foto dei coralli che incrostano gli oblò, viva il Titanic Day, se serve a dare alla gente qualcosa in cui sperare.

In ogni caso, il film lo andrò a vedere, con occhialini e popcorn, che magari Cameron ha ascoltato le suppliche dei fans e ha deciso di cambiarlo veramente, il finale.

E già che ci siamo, Jimmy, vedi se puoi fare qualcosa per la colonna sonora.

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