La scomparsa di Perec

Ricordare autori scomparsi è un’operazione che sfocia spesso nelle più truci, retoriche banalità.

Per questo, per ricordare la sparizione di uno scrittore come Georges Perec (3 marzo 1982), servirà un post senza fronzoli, corredato da questa immagine che descrive il processo logico di scrittura del suo libro La vita: istruzioni per l’uso.

Su questa scacchiera sono rappresentate le stanze dello stabile parigino descritto nel libro, e i movimenti che vedete indicati (caratteristici della scacchistica “mossa del cavallo”) sono nient’altro che il procedere della narrazione determinato da questa regola autoimposta (contrainte).

Ma l’elemento perechiano che più sembra pertinente parlando di “scomparse”, risiede nella scelta descrittiva dell’oblio, nella sparizione ora di una lettera (vedere la lettera e nel libro La Scomparsa), ora di un personaggio (vedere il bambino disperso al centro di W o il ricordo d’infanzia), ora di una casella narrativa (quella nera dell’immagine soprastante, in basso a sinistra). Una serie di scomparse queste che rivelano il destino di una famiglia intera, quella dell’autore, con madre e padre ingoiati inesorabilmente dalla Seconda Guerra Mondiale.

Perec, in preda al suo caratteristico horror vacui linguistico, descrive qualsiasi cosa cercando di esaurire i luoghi con le parole, in maniera tanto metodica ed esaustiva da riuscire a far risaltare i propri silenzi. Dagli scritti di Perec arriviamo alla Storia attraverso la storia: il suo è un mondo fatto di oggetti dettagliati, permeati della poetica dell’infraordinario, ed è attraverso di essi, attraverso la loro superficiale insignificanza che riusciamo a leggere implicitamente la storia personale dell’autore, intrecciata con la Storia dell’epoca che ebbe avuto la (s)ventura di vivere.

Dunque in quella casella silenziosa, così accuratamente evitata, si legge tutto quello che Perec ha scelto di non scrivere esplicitamente sulle pagine più tragiche della sua vita, sulle sparizioni che lo hanno segnato. Perec è maestro nel creare costellazioni di indizi e tracce, storie pseudo-autobiografiche, abili camuffamenti semantici; sarà poi il lettore ad accorgersi di quello che l’autore ha voluto obliare: una parte di sè, che se n’è andata e permea la sua opera, rendendosi visibile sotto forma di mancanza, ora contenutistica, ora linguistica.

Ecco, questo è il mio modo per ricordare la grandezza di Perec, non limitandomi a parlare del grande gioco oulipiano di cui fu il maggior artefice, bensì notando quanto ci abbia lasciato di sè come persona nei suoi libri: un uomo nel segno della scomparsa.

[Enrico Mazzardi]

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