Kundera, Nabokov e i Dik Dik

Di solito scrivo qualcosa che mi pare abbastanza intelligente e son tutto contento e compiaciuto, poi la sera son lì che mi rilasso mi leggo un libro e la trovo scritta uguale anche lì, mi viene un nervoso, comincio a girare per casa senza una meta precisa, senza una scopo, con un tormento interiore. L’altro giorno ho scritto una considerazione sul vivere da soli che mi son detto Proprio bella, no, no, proprio bella e, Kundera me l’ha fregata: Kundera. È più facile credere a lui che a me. Che poi mi piace anche abbastanza Kundera. Però è un ladro. Va a spiegarlo ai potenziali lettori.

 Praga è tutto spelacchiato e scolorito. Dal divano lo guardo un po’, poi mi faccio passare la reticenza, mi avvicino e gli dico delle frasi vaghe, per esempio Come va. Lui si gira sul suo trespolo, mi dà le spalle.

Anche gli Scapigliati, per esempio Emilio Praga, a me mi fanno un po’ pena. Volevano innovare la tradizione letteraria italiana post manzoniana, invece copiavano in colpevole ritardo Poe, Gautier, Hoffmann, che tra le altre cose era famosissimi già da trent’anni. Per esempio, c’è un racconto di un altro Scapigliato, Igino Ugo Tarchetti, che si intitola Storia di un lampone in cui un personaggio che non dovrebbe sapere niente riguardo la vicenda narrata alla fine salta fuori e sa tutto solo perché Tarchetti non sapeva come far finire la storia. Ecco, a pensarci, a me sembra che gli Scapigliati sono come i Dik dik che traducono California dreaming, cielo grigio su foglie gialle giù.

Poi metto un po’ di musica, i Pink Floyd, che è la cosa più sbagliata che si può fare quando ci si sente soli, sembra di sentire dei morti che cantan le canzoni dei morti. Penso a Barbara che mi manca a tempo perso. Guardo la pallavolo in tv che sono appassionato di pallavolo femminile ed è una delle poche cose che seguo. La pallavolo femminile è una bolgia di depravazione con tutte quelle pacchette e toccatine sul sedere, quegli urletti e quelle perle di sudore sul labbro superiore, quegli abbracci di gruppo, quelle divise ridotte e aderenti, da fascia protetta. No, no, son proprio appassionato di pallavolo femminile. Bravi anche gli uomini, a pallavolo, una potenza. Bravi. Però non è la stessa cosa. Spengo la tv e mi metto davanti al computer, mi accendo una sigaretta, la faccio consumare fino a quando fa male ai polpastrelli, me ne accendo un’altra, mi sgranchisco le dita e scrivo, a volte, anche poesie tipo:

 Non ditemi che il mondo è brutto,

malato, ridotto in merda.

Il mondo ha bisogno di esser bello

anche se ti urla il cuore

anche se ti mozzano le dita.

Non era roba mia, era una poesia di Nino Pedretti, ma era tanto per iniziare.

 Scrivere pare una cosa facile ma non lo è. Un mio amico che fa lo scrittore, anche lui abita a Bologna, dice che piuttosto che mettersi a scrivere ci son volte che piuttosto che farlo si mette a pulire il bagno, a pulire i vetri, Vado a scrivere? si chiede quando si ferma un attimo, poi invece va a lavare i piatti, a lavar per terra, poi si siede per scrivere, Fa troppo caldo, dice, e si alza per abbassare la caldaia, si rimette sulla sedia e gli viene freddo, Mi metto un maglione, dice, e finisce che va a mettere a posto tutto il guardaroba. Dice che una volta piuttosto che scrivere ha imparato a far girare in aria tre birilli, come al circo. Secondo me, il mestiere dello scrittore è una cosa grama, richiede un acume, un tipo di pensiero penetrante molto faticoso, meglio fare i traslochi.

Anche Nabokov, che di traslochi non ne ha fatto mai neanche uno in vita sua, diceva che quando cominciava a lavorare ad un libro non aveva altro scopo se non quello di liberarsi al più presto di quel libro, che non ce la faceva a trovarselo sempre davanti, gli veniva un magone, la nausea, anche un po’ di turbamento a livello intestinale. Fa niente se poi non gli bastavano 400 pagine, lui è Nabokov, mica Nanni che ha una specie di stitichezza verbale, che se ci fossero in giro delle prugne per scrittori le prenderei volentieri, le prugne per scrittori.

Mattia Filippini, Qualcuno era un po’ grasso, Senzapatria editore, 2011.

Lo trovate qua

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