Nicolò Porcelluzzi di inutile parla del libro Soggetti smarriti

Un’introduzione sacrificabile

All’inizio erano gli ultimi minuti di Verissimo con la Parodi (quella maggiore che sta con quello che dirigeva Mediaset e adesso si sente Che Guevara, non sua sorella che poveretta è sempre in cucina e sta con quello che una volta ha urlato CAMPIONI DEL MONDO ad libitum). Partiva il valzer dei gossip e, giocando a calcio con i lego – lunga storia, guardavo incantato storie di persone che non conoscevo. Cercando di farla breve, dopo chili di interviste di Rolling Stone negli anni centrali delle superiori e qualche goffo tentativo di social networking, da un po’ di anni nel sottoscritto si è avviato un processo di disintossicazione dall’interesse per le vite degli altri. Forse Soggetti smarriti è un libro per chi come me, ha indirizzato quell’interesse in altre direzioni, ma non può fare a meno di sapere se Renzo e Lucia… cioè, fuori dal romanzo, facevano all’amore? Il libro – da qui in poi S.s. – parla più o meno di questo.


Il libro

S.s. è diviso in due parti. La prima è praticamente uno spin-off dei Promessi Sposi: la vita dei protagonisti, una volta spenti i riflettori. Quindi aspettatevi la discesa di Renzo nella spirale dell’oppio, preda di un’apatia che neanche Rodrigo e il Griso – suoi cari amici – riescono a debellare. C’è il cugino Bortolo, ubriacone omicida, c’è la casta Lucia dedita a un pericoloso adulterio. Mazzardi riesce a intrecciare le vite “vere” dei personaggi, ottenendo una trama molto più condensata di quella dei Promessi Sposi. Anche se, detto tra noi, battere Manzoni sul ritmo è come sfidare Di Pietro a Taboo. La seconda parte, frammentata in otto e brevi capitoli, raccoglie citazioni citazioni letterarie a iosa. Si passa dal sig. Mattia Pascalis affetto dalla sindrome di Hyde («malattia che tendeva a colpire con maggiore frequenza personaggi di racconti e romanzi incentrati sul tema del doppio», p. 69), alla Bovary stritolata dalla macchina editoriale, passando per Gregor Samsa, omino timido e brutto, ridotto a rubacchiare per le vie di Praga.Particolarmente riuscite sono le pagine che affrontano la Sindrome del flusso di Coscienza di Bloom (sedata da apposite pastiglie), e la conferenza stampa di Van Helsing, forse il capitolo più divertente. L’uomo dei bassifondi mescola almeno tre romanzi di Dostoevskij, roba rischiosa, nello spazio di dieci pagine. Mazzardi ne esce vivo, con frasi come:

«[…] oppure lei avrebbe reagito con insospettata violenza e avrebbe avuto la meglio su di me. O forse ancora lei si sarebbe messa a piangere intravedendo il coltello, e io non sarei riuscito a sfogare la mia rabbia, sopraffatto dalla pietà. O magari, altra ipotesi non considerata, non ci sarebbe stato proprio nessuno in casa.»


Considerazioni generali / Conclusioni

Mazzardi sa scrivere: chiaro, una condizione auspicabile per chi di lavoro pubblica libri. Il fatto è che sa orientarsi in qualunque registro, ambito. Il qualunque non è una pataccona adulatoria: se a leggere S.s. è un qualcuno appestato dal morbo della scrittura, questo qualcuno capirà quanto lavoro ci sia dietro certi passaggi. A volte la prima parte riflette le sfumature del giallo, con degli inserti di cronaca nera. Nella seconda viene scandagliato il vocabolario medico, quello paranoico, quello editoriale. Nel capitolo dedicato a Bartleby lo scrivano scopre quanto bella è la vita, l’autore riporta varie lettere giunte al comune di Bologna, utilizzando un registro che gioca tra l’amministrativo-burocratico e la lingua della massaia per bene.
Secondo me, detto questo, emerge una questione: bene o male, esiste sempre un pubblico – per non dire target. È lo stesso motivo per cui, quasi senza volerlo attivamente, una recensione su di un libro che non è un Adelphi o un ET ecc., spesso mi ritrovo a scriverla portando avanti un tono, ehm, postmoderno, o in poche parole, allegro in un modo quasi sfiancante. Forse per tenere viva l’attenzione. È una questione di pubblico. Un libro come S.s., scritto molto bene, intelligente, pieno di citazioni e di umorismo – davvero – delicato, non riesco a collocarlo precisamente. Non saprei consigliarlo a un amico x con gusti y: trovo comunque importante che si sappia che in giro c’è un tizio che scrive molto bene. Concludo così. D’Annunzio, nel 1886 pubblicò Isaotta e Guttadaùro: un’opera tanto velleitaria e ambiziosa quanto insincera e deludente, che sul Corriere di Roma fu parodiata in Risaotto al pomodauro. Se questo episodio di riscrittura me l’hanno spiegato alle superiori – sul serio, non vedo perché il libro di Mazzardi non debba essere preso in considerazione, passando in libreria: certo – schiarimento di voce interiore, la copertina e il sottotitolo potrebbero aiutare di più.

[Nicolò Porcelluzzi, dal sito dell’Inutile. Che merita un ringraziamento complimentoso per la recensione.]

Qui potete acquistare il libro in questione: Bol, Ibs, LaFeltrinelli, Amazon, e anche altrove. Forse.

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