Consigli di lettura #7 “Il nuovo conformismo”

Saccenti consigli di lettura che suonano come un –ve l’avevamo detto-

 

C’ è una stagione non scritta sul calendario che prima o poi arriva in ogni film o serie televisiva. E anche nella realtà arriva per ogni persona il momento di farsi scura in volto, di alzarsi dal tavolo al quale era seduta e andare alla finestra a rimuginare.

A me è capitato l’altro giorno. Stavo sfogliando La Lettura (#9 Domenica 15 gennaio 2012), il nuovo inserto del Corriere della Sera che si occupa di cultura. Ero seduto al tavolo, quando inizio a leggere “Cancellare i Ricordi: il Tormento e il Dilemma” di Chiara Lalli.

Una breve colonna in cui la Lalli scrive a proposito del libro Memory di Alison Winters che spiega come vengono immagazzinati ricordi e come eventualmente potrebbero essere rimossi. Tipo da un Ipod. Quindi ipotizza che in un futuro non troppo lontano, un futuro senza cyborg e senza navi volanti per come stanno andando le cose, sarà possibile eliminare i ricordi.

Da questo spunto l’autrice si domanda quali usi se ne potrebbe fare. Perché non rimuovere tutti quegli amori sbagliati, si chiede. O per lo meno farne un uso molto più nobile: come cancellare  ricordi traumatici dei soldati tornati dai conflitti bellici. In questo “magari” avremmo ex  soldati che riescono a tornare a una vita normale dopo una guerra. Come se, anziché a sparare fuori da una torretta in Iraq, fossero stati dal gommista. Scrive:” La Reazione emotiva connessa a un evento traumatico può diventare un eterno e ossessivo presente, con effetti invalidanti.”

E’ stato a questo punto che ho sentito il bisogno di andare alla finestra a fare MUMBLE MUMBLE. Non metto in dubbio la bontà della Lalli che ha sicuramente scelto questo affascinante argomento per stimolare il lettore a farsi delle domande e immaginare scenari possibili. Tipo: in quest’ottica che ne sarebbe stato di Proust? Lo avrebbero fatto sdraiare su un lettino da dentista, gli avrebbero messo un cavetto usb dietro la nuca e anziché ricordarsi di quando aspettava la mamma nel letto per farsi rimboccare le coperte gli avrebbero sparato un po’ di ricordi virili. Ricordi tipo quella volta che si era sbucciato le ginocchia cadendo in bici o di quando nel cortile della scuola aveva vinto la gara di sputi.

Quello che mi ha dato da pensare è stata l’impostazione del ragionamento della Lalli. Lei considera moralmente dubbio cancellare ricordi come un amore andato a male o altre cose simili, ma non trova nulla di strano nell’augurarsi una terapia simile per chi come gli ex soldati si porta dentro ricordi considerati distruttivi e origine di numerosi problemi. Fin dal titolo la questione non è: cancellare i ricordi (positivi o negativi che siano) è corretto? Bensì: non sarebbe male cancellarsi i ricordi eh?

Questo mi ha fatto venire in mente il libro di Frank Furedi, Il Nuovo Conformismo.

Il sociologo ungherese prende in esame quella che considera una nuova tendenza della cultura moderna: analizzare i fatti secondo l’ottica delle emozioni. Detto in soldoni: Furedi  esamina come negli ultimi cinquant’anni uno degli elementi che ha influenzato la nostra società, le nostre scelte e più in generale la nostra cultura (una parte predominante di essa, per essere precisi) sia quella che lui chiama la “cultura terapeutica”, ovvero l’atteggiamento generale che tratta fatti non clinici con una terminologia e un’impostazione che tende a patologizzare determinate emozioni (considerate negative) e indicarle come causa di determinati problemi degli individui. Problemi che possono essere risolti solo con metodi di consulenza psichiatrica o più in generale psicofarmaci.

La cultura terapeutica è una delle tante espressioni (ma quella più trasversale, perché ibridata in molti campi della nostra quotidianità) della società moderna che nasce principalmente dalla radicale individualizzazione e da altri ideali come la ricerca della propria soddisfazione, la realizzazione etc.

Via alla carrellata di esempi. Linguistici: l’ormai esausto vocabolario dei Tg e dei giornali sensazionalistici. Ops volevo dire spazzatura, non sensazionalistici. E’ ormai consuetudine per i giornalisti (anche quelli di alto livello) utilizzare una terminologia clinica: shock , trauma, stress.

Di conseguenza tutte quelle pose televisive che fanno squillare il citofono della stupidità. Lo stesso citofono che hai nella testa e che trilla ogni volta che vedi qualcuno con il proprio nome tatuato in celtico ( o con ideogrammi) su una qualche parte del corpo.

Oppure l’atteggiamento che i personaggi famosi assumono quando vengono sorpresi in attività considerate socialmente sconvenienti. Il personaggio allora ammette pubblicamente di avere un problema, si scusa e afferma che inizierà a seguire una cura adeguata. Pensiamo a Tiger Woods, tanto per dirne uno; ma la lista è infinita. Quella che ci appariva come semplice ipocrisia è invece una vera caratteristica dell’uomo moderno, dove viene celebrata la manifestazione delle emozioni intesa come presa di coscienza. Così fraintesa la manifestazione pubblica è considerata un atto di maturità e consapevolezza. Quando in realtà bisogna riconoscere che non basta dire una cosa per coglierne esattamente il significato. Ma per la cultura terapeutica l’esternazione è direttamente legata alla consapevolezza.

Lo stesso discorso si estende alla politica che ha sostituito l’ideologia con le emotività: impossibilitata a far leva sui grandi ideali politici la politica ha iniziato a attrarre a sé le masse popolari (gli elettori) facendo leva sui sentimenti più basilari della sfera privata. Di conseguenza viene richiesto ai leader di mostrarsi umani, partecipare a iniziative popolari, usare un linguaggio terra terra, mettere a nudo le proprie debolezze con candore (sinonimo di spontaneità) e, perché no, versare qualche lacrima per aggiudicarsi l’approvazione generale. Sì, la Fornero ultimamente, ma anche Bush dopo l’undici Settembre. Comportamenti un tempo considerati impensabili per dei leader.

Oppure, aggiungo io, tutti quei cliché letterari che intossicano tanta narrativa italiana e non. Semplicismi concettuali che fanno sembrare le barzellette stampate sul cucciolone (il gelato con il biscotto) “Guerra e Pace”. Figli depressi, bambini geniali per colpa della solitudine, gente che il papà non li guardava abbastanza quindi ora molestano bambini, personaggi sessodipendenti,  gente che non mangia perché la mamma non gli voleva bene, nazisti incestuosi, ragazzi ossessionati dal denaro a causa del clima politico, personaggi che uccidono per noia, personaggi che uccidono per depravazione MA a fin di bene, gente che si taglia perché è fissata con gli algoritmi, xanax come fossero tic tac, ragazze che si tagliano perché sono dark e depresse e ascoltano gli Jesus and Mary Chain, laureati totalmente apatici che lavorano nelle pompe funebri, maniaci di varia specie. E potremmo continuare. Contrasti psicologici sempre più contorti e malati calati nella vita quotidiana per interessare il lettore e nascondere la mancanza di originalità degli autori. No, la cultura terapeutica non ha inventato i narratori mediocri o le forzature letterarie, quelle sono sempre esistite. Ma ha fornito loro buone argomentazioni per perpetuarsi.

O ancora ritenere amputata l’esistenza di chi è stato coinvolto in qualche evento extra-ordinario: la perdita di un genitore, la guerra, un furto. Mentre in passato una persona era ritenuta in grado di superare da sola eventi come questi, ora invece sembra disumano viverli da soli.

Per cui il ragionamento: ok le delusioni amorose magari no, ma i ricordi dei soldati sì. Per eliminare quei ricordi che in passato non erano necessariamente considerati un ostacolo alla maturazione delle persone.

Attenzione che non si tratta di luddismo o di “eh, ma una volta era meglio”. Furedi documenta e riassume un clima che considera l’individuo in perenne deficit emotivo. Registra quell’impostazione culturale che ha condizionato (nel bene o nel male) la cultura occidentale. “Il linguaggio del deficit emotivo patologizza le emozioni negative e moltiplica le esperienze che vengono considerate insidiose per la sopravvivenza emotiva. E’ una prospettiva che agisce nel senso di indurre le persone a considerarsi malate”.

Questo a grandi linee è ciò di cui parla Il Nuovo Conformismo di Frank Furedi edito da Feltrinelli. Più tardi mi è anche venuto in mente il racconto “Scaricando dati per la signora Schwartz” di George Saunders, gran scrittore sul quale non mi dilungo. Posso solo consigliarvi di andarvi a leggere la raccolta “Il Declino delle guerre civili Americane”(Einaudi). E se siete presi bene anche “Il Paese della persuasione”(Minimum Fax) che è meglio ancora.

Furedi nel suo libro produce in chi legge quel genere di riflessioni spontanee e concentriche che ti fanno sollevare un sopracciglio dalla tensione, mentre te ne stai a fare MUMBLE MUMBLE alla finestra. Poi quando un pensiero decisivo o catartico si materializza nel tuo cervello, a quel punto (proprio come nei film) ecco arrivare il fermo immagine sulla tua faccia e partire i titoli di coda.

Frank Furedi, Il nuovo conformismo, Feltrinelli.

[Enrico Gregorio]

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