Nicolai Lilin

Nicolai Lilin gira armato con una pistola. Nel caricatore il primo proiettile è di un colore diverso: l’intervistatore gli chiede se si tratta di un proiettile a salve, giusto per spaventare i malintenzionati. Lilin risponde che è un proiettile antiblindatura.

Nicolai Lilin ha 32 anni ed è uno scrittore russo italianizzato; ex cecchino dell’esercito, ha pubblicato tre romanzi con Einaudi: Educazione Siberiana (2009), Caduta libera (2010), Il respiro del buio (2011). Li ho letti tutti, uno dietro l’altro in queste vacanze di Natale, senza nemmeno alzare la testa dalle pagine (sì, non sono stato molto di compagnia).

Il lavoro di Lilin è in tre atti: si parte dalla storia (autobiografica?) di un ragazzo cresciuto nella comunità siberiana dei “criminali onesti” in una sperduta città della Transnistria, seguendo complicate regole di comportamento (l’educazione siberiana, appunto, in cui la storia del criminale viene scritta sulla pelle con tatuaggi simbolici, vedi il film La promessa dell’assassino di Cronenberg); si passa poi a raccontare in presa diretta la guerra in Cecenia, con l’ingresso del protagonista in un reparto speciale dell’esercito russo, con il compito di cecchino, fino a raccontare il difficile reinserimento nella società di uno abituato a vedere saltare in aria la testa dei propri nemici attraverso un mirino.

Caduta libera, il migliore dei tre secondo me, ci mostra la guerra al terrorismo senza ideologie o particolari visioni del mondo, addirittura con punte di umorismo e ironia: il filtro è lo spersonalizzante cannocchiale del fucile di Lilin. Arruolati spesso contro la loro volontà (in Russia il servizio militare obbligatorio dura due anni e non c’è obiezione di coscienza) i soldati lottano per la sopravvivenza sia contro il “nemico” (gli “arabi”, senza distinzioni e in un miscuglio di ceceni, afghani, talebani, terroristi) che contro un sistema corrotto che li manda al massacro.

Con candore e con un linguaggio chiaro Lilin ci racconta cosa si prova a uccidere un uomo: «Ho visto esplodere la testa delle persone a cui sparavo. Dicevo a me stesso: è il nemico, lo farebbe lui con me, e io devo sopravvivere. Mio nonno, anche lui ex cecchino, mi diceva di pensare a loro come unità nemiche da eliminare prima che loro facciano fuori te. E poi basta, chiusa lì. Gli altri ti vedono tranquillo e calmo. Ti piazzi lì, pum!, tutto finito, signori buonasera, potete continuare… Allora tutti parleranno bene di te. È autocontrollo. Purtroppo ho visto tanti sparare contro qualsiasi cosa si muovesse».

Spaccone o folle che sia il fatto di andare in giro con proiettili antiblindatura, Lilin ci butta davanti agli occhi l’amara verità e la crudità dei fatti come un Mario Rigoni Stern o un Erich Maria Remarque, senza alcun tipo di retorica, senza tanti giri di parole, perché “la speranza muore per ultima, ma comunque muore.”

Ultima nota: Gabriele Salvatores sta realizzando un film tratto da Educazione siberiana.

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3 thoughts on “Nicolai Lilin

  1. Carlo scrive:

    Da appassionato di cultura russa ero rimasto affascinato dal personaggio Lilin fino a quando non ho letto questo articolo di Anna Zafesova! Giornalista e grande conoscitrice della galassia Russia. Saluti,

    http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/Libri/grubrica.asp?ID_blog=54&ID_articolo=2113&ID_sezione=80

    • mattiafilippini scrive:

      Grazie Carlo, Lilin è un autore sicuramente controverso. Non bisogna però dimenticare che stiamo parlando di romanzi e in quanto tali finzionali (almeno in parte). E’ importante che le storie raccontate siano vere? Non so; secondo me l’importante è che siano narrate bene.

  2. Carlo scrive:

    È un piacere Mattia. Concordo con te: un romanzo non deve essere realtà. Diciamo che Lilin forse ha romanzato un po’ troppo la propria vita. Peccato veniale ma non del tutto irrilevante se si vuole capire l’autore e le sue opere.

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