Intervista a Martina Testa

Sono passati tre anni da quando David Foster Wallace ha avuto la malaugurata, e discutibile, iniziativa di suicidarsi e da allora la sua fama come scrittore/simbolo continua a crescere sia tra i suoi lettori (che continuano a moltiplicarsi) sia all’interno del blob della cultura pop che digerisce tutto e vomita citazioni da lounge bar. A dimostrarlo ci sono molti elementi. Come l’iperbolico aumento dei tacchinatori seriali che si aggirano con “Infinite Jest” sottobraccio per fare colpo sulle compagne di corso o sulle ragazze in treno. Tutte le volte che ne incrociano una si passano una ma sulla fronte, lo aprono a caso e dicono più forte che possono:“Uuhuh dove ero arrivato? Ah già pagina novecentodiciassette!”. O le molte aspettative e la grande attesa per l’uscita di “The Pale King”, il romanzo a cui DFW stava lavorando, pubblicato postumo da Einaudi. Oppure l’interessante proposta uscita a settembre per Minimum Fax “Come Diventare Se Stessi” un lungo reportage scritto da David Lipsky negli anni novanta sull’autore di “Infinite Jest”. Non che ci sia da stupirsi, visto che è un autore che ha raccontato le ansie della contemporaneità (e le proprie) con uno stile che non ha precedenti ( tolti Rabelais e Gadda, e forse Sterne, autori che sembrano essere arrivati a soluzioni stilistiche simili ma per ragioni ben diverse).

Siamo andati a fare alcune domande a Martina Testa che ha tradotto “Come Diventare Se Stessi” oltre a un gran numero di autori americani contemporanei (Jonathan Lethem, Colson Whitehead, A.M. Homes, Charles D’Ambrosio, Kurt Vonnegut, Cormac McCarthy, Thom Jones, JT Leroy) e testi dello stesso Wallace; sempre per Minimum Fax. Di cui oltretutto è Direttrice Editoriale.

Agli occhi di chi conosce DFW dai suoi libri, come pensi che muterà l’immagine che si ha di lui, dopo la lettura di “Come Diventare Se Stessi”?

Non credo che muterà molto. Dal libro viene fuori una persona di enorme intelligenza, molto spiritosa, curiosa nei confronti della realtà e capace di raccontarsi in maniera onesta; ma anche riservata e a volte guardinga, preoccupata di essere fraintesa (o giudicata male) e molto, molto concentrata su certi propri processi mentali, in particolare processi insidiosi che rischiano di sfociare nella depressione. A parte una serie di dettagli particolari, che possono risultare un po’ sorprendenti (il gusto per i film coi botti e le esplosioni, la passione per Alanis Morissette, la stima per Stephen King, le confessioni sull’uso di droghe), non credo che il Wallace che parla in questo libro sembrerà diverso da come il lettore se lo immaginava avendo letto i suoi libri. Anzi, ciò che dice sulla letteratura, sulla politica, sull’America, sulla televisione rispecchia pienamente quello che si legge in certi suoi saggi. Semmai ecco, essendo un ritratto in presa diretta e molto intimo, Wallace ne viene fuori un po’ più “umano” (uno che beve bibitoni in lattina, gioca coi cani, mastica tabacco, teme di essere preso per frocio dai bigotti del Midwest perché viaggia da solo insieme a un altro uomo) e un po’ meno “intellettuale”, un po’ meno “genio”. Il che, in fondo, è solo un bene.

Da quando  sei alla Minimum fax, come hai percepito la scoperta e l’interessamento dei lettori italiani verso DFW nel corso del tempo, dal “principio” (con le prime traduzioni) fino all’interessamento di massa avvenuto dal suo suicidio in poi?

All’inizio c’è stato un lentissimo crescendo di attenzione. Nei primi anni Duemila, per dire, la raccolta di saggi Tennis, tv, trigonometria tornado (uscita nel 1999) si vendeva così poco che a un certo punto rischiammo di doverne macerare qualche centinaio di copie. A partire dalla nostra edizione della Ragazza dai capelli strani (2003), che andò subito molto bene, ci è sembrato che l’interesse del pubblico crescesse, anche nei confronti degli altri titoli, che infatti, nel corso degli anni, non sono mai andati fuori catalogo. Probabilmente è stato in quel periodo che si è verificato il fatidico “passaparola dei lettori”. Poi la morte di Wallace ha segnato l’inizio di un vero e proprio boom: da allora in poi i suoi libri sono sempre fra quelli che nel nostro catalogo si vendono di più. Certo è triste che questa vasta popolarità sia arrivata solo in seguito a una morte violenta, ma in fondo la cosa importante è che tante persone oggi conoscano e apprezzino la sua scrittura; ovviamente spero che non si tratti di una moda destinata a spegnersi, ma che Wallace resti un vero classico della letteratura contemporanea.

Tu hai tradotto molti importanti autori americani e numerosi libri di DFW, dovendo fare un paragone più o meno tecnico, come descriveresti il lessico e i registri del DFW in lingua originale?

È sicuramente l’autore dal lessico più complesso su cui abbia mai lavorato, e quello che impiega i registri più vari. Nel tradurre i suoi libri ho dovuto cimentarmi con il lessico tecnico di tantissime discipline (dall’elettrotecnica al tennis alla filosofia), e anche con espressioni della lingua colloquiale del tutto idiosincratiche e a volte difficili da interpretare anche per i madrelingua. Sicuramente è l’autore che mi ha costretto al maggior numero di ricerche per arrivare alla comprensione del testo di partenza.

Esistono saggi e biografie su DFW in lingua italiana e inglese che segnaleresti?

Conosco tre saggi monografici su Infinite Jest (ma sicuramente ne esisteranno altri): Filippo Pennacchio, What fun life was. Saggio su «Infinite Jest» di David Foster Wallace, Arcipelago Edizioni, 2009; Greg Carlisle, Elegant Complexity: A Study of David Foster Wallace’s Infinite Jest, SSMG Press, 2007; Stephen J. Burn, David Foster Wallace’s Infinite Jest: A Reader’s Guide, Continuum, 2003. Ma di questi non ne ho letto nessuno quindi non posso consigliarne nessuno.

Invece raccomando a tutti i fan di Wallace il capitolo dedicato a Brevi interviste con uomini schifosi in Cambiare idea di Zadie Smith (minimum fax 2010); ed è anche molto bello quello su David Foster Wallace in Hotel a zero stelle di Tommaso Pincio.

Come vedi l’eventualità della pubblicazione di una biografia di DFW? Alla minimum fax c’è qualcosa in cantiere?

Un giornalista americano è al lavoro da anni su una corposa biografia di Wallace. Sono in attesa che il manoscritto definitivo venga sottoposto agli editori stranieri per la valutazione e l’eventuale acquisto dei diritti. Non so nulla di autori italiani che stiano scrivendo qualcosa di analogo.

Un Commento su The Pale King

Non l’ho letto.

“Brave Persone” e “The Pale King”  potrebbero esistere altri inediti? E se sì qual è il loro livello di compiutezza? E’ tutto pubblicabile o si rischia l’effetto gratta-fondo-barile?

Dell’esistenza di altri inediti non so nulla. (“Brave persone” e “The Pale King” comunque sono la stessa cosa: “Brave persone” a quanto ne so è un pezzo di “The Pale King”).

Esiste la possibilità che vengano tradotte, magari proprio dalla Minimum, le biografie di Bailey Blake sulle vite di Richard Yates e John Cheever?

Non posso certo parlare per gli altri editori; ma da noi no, sono libri molto lunghi e quindi estremamente costosi da tradurre e stampare, e penso che non abbiano un pubblico abbastanza ampio da permetterci di rientrare dell’investimento.

Ai tuoi occhi, come giudicheresti l’influenza di DFW sul modo (e sull’approccio alla materia) di fare narrativa e saggistica sugli autori italiani in generale e tra quelli proposti alla Minimum?

Non leggo molti autori italiani perché in casa editrice mi occupo prevalentemente di fare ricerca sulla narrativa straniera. Però mi è capitato di pensare che un’influenza ci sia stata, specie nella saggistica: mi sono passati fra le mani vari manoscritti di reportage narrativi in cui lo stile sembrava influenzato da quello di Una cosa divertente che non farò mai più o di altri saggi di Wallace; una prima persona autoironica e curiosa con uno sguardo iperattento al dettaglio, con effetti quasi surreali. A volte sembrano scimmiottamenti e non mi convincono granché. Ma non sempre: Cristiano De Majo e Fabio Viola con Italia 2 (reportage su una serie di luoghi italiani dal forte valore simbolico-mediatico, pubblicato da minimum fax qualche anno fa) mi sembra che abbiano raccolto nel migliore dei modi la lezione del Wallace saggista.

Per quanto riguarda la narrativa, ricordo che quando ho letto Figli delle stelle e poi anche L’età dell’oro di Edoardo Nesi (due fra i romanzi italiani che più ho amato negli ultimi dieci anni) ho pensato “Si sente che ha tradotto Infinite Jest”, perché mi sembrava che il ritmo di certe frasi, lunghissime e avvolgenti, rispecchiasse quello di Wallace (un effetto che non avevo riscontrato nei suoi romanzi precedenti).

Ma l’opera di narrativa italiana più “wallaciana” che mi è capitato di aver letto è il primo romanzo di (di nuovo) Cristiano De Majo: Vita e morte di un giovane impostore scritta da me, il suo migliore amico, un’opera di carattere metanarrativo che è da una parte un pastiche postmoderno, dall’altra una riflessione sull’identità, il successo, la letteratura, la morte.

Ecco, mi vengono questi esempi specifici di influenza di Wallace, non so fare un discorso più ampio: non saprei dire, insomma, se e quanto la scena letteraria italiana contemporanea nel suo complesso sia stata influenzata da Wallace.

http://www.minimumfax.com/libri/scheda_autore/246

[Enrico Gregorio]

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