Intervista a Boris Virani

– Oggi è con noi Boris Virani, autore del romanzo Mangia la zuppa, amore. Ciao, Boris. Sempre che questo sia il tuo vero nome. Boris, Boris, Boris… Sento che non è il tuo vero nome, lo capisco dagli occhi. Spiegaci dunque la tua scelta di optare per uno pseudonimo. E spiegaci anche perché questo pseudonimo.

Vero, Boris è uno pseudonimo. Il fatto è che mi piace cambiare nome. Ho un nome per ogni evenienza, e le ragioni sono due: perché non credo nel Nome e Cognome, e perché sono timido.
Per quanto riguarda il Boris, e il Virani, potrei inventarmi chissà quali collegamenti. In realtà sono le prime due parole a cui ho pensato quando ho deciso di firmare il libro. Purtroppo in questo mondo un libro senza firma, senza volto, non è contemplato: esigenze di copertina.


– Nascondi altre cose oltre al nome? E, detto tra noi: secondo te quale utilità può avere uno pseudonimo, oggi? Intendo in campo letterario ed extraletterario. Tipo quando vai in disco e conosci una ragazza, gli urli “Ciao, mi chiamo Boris! Come butta?” o utilizzi il tuo nome anagrafico? Stesso discorso con la polizia: hai dei finti documenti a nome di Boris Virani?

Non so quale utilità possa avere uno pseudonimo. Forse se scrivi un thriller e lo firmi Nat Brown, o Stephen Bing, puoi sperare di vendere qualche copia in più, ma ripeto, non so. Come detto io non ho fatto questa scelta per ragioni di utilità.
In campo extraletterario può essere divertente, perché si viene a creare una notevole confusione. A me piace la confusione. Se si legge la Zuppa, penso si capisca; e se si crede alla posta che mi arriva a casa, nel mio piccolo condominio di due piani dovrebbero abitare una cinquantina di persone diverse, fra cui persino qualche indiano e un paio di americani. Quando cambia il postino c’è da ridere. Vivo nel terrore che la guardia di finanza faccia irruzione un giorno di questi, alle quattro del mattino. Non tanto per la guardia di finanza, a cui offrirei un caffè amichevole, quanto piuttosto per quelle “quattro del mattino”. Scusa un attimo, mi suona il campanello…

– Fatto questo preambolo, non serve essere Noam Chomsky o Claudio Abbado per cogliere una certa assonanza con Boris Vian. Dicci che non è un caso.

Boris Virani è veramente ciò che mi è venuto in mente così, senza starci tanto a pensare. C’è da firmare, ma come firmare? Boris Virani. Non un granché, lo ammetto. Ci sarebbero altri mille pseudonimi più azzeccati o più belli. Ma insomma, bisogna lasciare qualcosa al caso. E io lascio molto al caso. E quando ho scoperto (diversi giorni dopo, perché sono molto lento) la “certa assonanza con Boris Vian”, ci sono rimasto un po’ male. Non volevo certo scopiazzargli il nome, vista anche la stima per lo scrittore che è stato. Che dici, cambio pseudonimo?

– Guarda, se proprio sentissi la necessità di cambiarlo, vai dritto su Stephen Bing, che è bellissimo. Ma anche Italo Caldino o Alessandro Canzoni o Umberto Ceco. Pensaci. Ma veniamo al libro: in molti sapranno che è stato lì lì per entrare nel caldo della competizione del Premio Strega. Spiegaci per bene com’è andata. In altre parole: sei ancora l’amante di Dacia Maraini, o la tresca è finita?

Guarda, prometto che ci penserò. Per quanto riguarda il premio Strega, ti dirò, non so nemmeno io com’è andata. Ho pubblicato con un editore, Gordiano Lupi, che nel tempo è riuscito a creare intorno alla sua casa editrice una sorta di famiglia, fra autori e affezionati, un bell’ambiente insomma. Il libro ha iniziato a girare in questo ambiente e nelle librerie, ed è arrivato sotto gli occhi di Predrag Matvejevic e di Paolo Ruffilli, che hanno deciso di candidarlo al concorso. Tutto qui. Ho avuto la notizia un pomeriggio freddo, connesso da un computer in facoltà: ero appena stato bocciato a un esame, e il professore mi aveva detto che se volevo potevo non ritornare; se proprio volevo, insomma, non c’era un altro appello. Così mi son detto: controllo la posta, faccio un solitario e me ne vado a casa, che altro devo fare. Il solitario, poi, non l’ho fatto; e al premio Strega, poi, non hanno digerito la Zuppa, perché l’hanno scartata alla prima selezione, anche se devo dire che la candidatura mi ha fatto piacere, certo; e all’esame, poi, sono stato ribocciato altre volte, l’ultima un paio di giorni fa. Dacia Maraini, se devo dire la verità, io non l’ho mica vista. Dov’era? Dietro al computer?

– Molto diplomatico nel tuo glissare su Dacia Maraini, bravo Boris. Tornando alla letteratura, ammetto d’aver letto il tuo libro. A malincuore, ammetto anche che mi abbia convinto. Mi sono detto: se riesci a rendere interessante il quotidiano, sei già a metà dell’opera. Il tuo linguaggio lo chiamerebbero sperimentale, io lo chiamerei personale. Qualche lettore distratto potrebbe urlare “Paolo Nori!” in alcuni passaggi del libro. Io invece ho trovato qualcosa di diverso. Io ho urlato “Salvador Dalì!”, ché Salvador s’è cimentato anche nella scrittura oltre che nella pittura, con risultati quantomeno affascinanti, un po’ pesanti, ma d’effetto. Ecco, ho trovato una quota surrealista nel tuo (de)scrivere. Alcuni hanno tirato in ballo pure Queneau dopo aver letto Mangia la zuppa, amore: non nego che vi sia qualcosa nella tua opera che riconduca a questo autore, ma come ingrediente è decisamente inferiore in confronto alla cifra surrealista. Potresti anche interrompermi, eh…

Diciamo che ti sei interrotto da solo e mi hai lasciato in mano tre patate bollenti: Nori, Dalì, Queneau. A Queneau devo molto, ma il suo stile mi pare inarrivabile: è il suo stile, lo stile di Queneau, quello di Zazie e di Cidrolin, e quindi è meglio chiudere, prima che mi vengano i complessi. Con Dalì potrei avere in comune i “risultati un po’ pesanti”, come hai detto tu. Ho studiato molto il linguaggio della Zuppa, a qualcuno è piaciuto, ad altri no. Gli ingredienti sono risultati a volte eccezionali, a volte passabili, a volte indigesti, a volte purganti. Sono scelte che un autore fa: non si può piacere a tutti! Finita questa fiera delle banalità, dico che Nori è uno scrittore che stimo, ma non so quanto possa avermi influenzato; sicuramente lui è straordinario in quel “rendere interessante il quotidiano” di cui parlavi (e le sue letture a voce sono spettacolari). Più in generale, ho avuto talmente tanti modelli, “maestri”, talmente tante letture preferite, che elencarle tutte è impossibile. Dei tre citati, sicuramente Queneau fa parte della mia libreria più intima.

– Tante letture preferite, dici. Mi tiri fuori quella piccola amabile rompiballe di Zazie, pure. Bene, vorrei che ti facessi violenza e tirassi fuori un autore su tutti, anzi, un libro su tutti. E ci spiegassi perché e percome ti è così caro, e in che modo si è insinuato in te. Sei in ambasce, eh?

Mi piacerebbe risponderti con un nome secco, senza altre parole, ma mi è impossibile. Ogni libro ha segnato un certo cambiamento. Guarda, mi alzo e pesco a caso un titolo dalla libreria, così siamo a posto. Devo ripetere “a caso”, sennò gli altri libri si offendono.
Ecco, La pietra lunare di Landolfi. Landolfi mi ha aperto un mondo nuovo, una dimensione alternativa che io ignoravo, e per questo è uno degli autori a cui devo di più; lo considero uno dei più grandi scrittori del Novecento italiano. Ma ogni volta che rileggo La pietra lunare provo sconforto, perché è uno di quei libri che ti fanno pensare “non potrò mai fare di meglio”. Se poi penso che è la sua opera prima…

– Sottoscrivo l’opinione su Landolfi. E aggiungo che si tratta di un autore italiano enormemente sottovalutato, ahilui, ahinoi, ahitutti. Per tornare al tuo, di libro, vorrei sapere una cosa [e da qui in avanti piazzo un bel SPOILER ALERT precauzionale] spiegaci il significato della zuppa, elemento che domina il significante e il significato del testo dall’inizio alla fine. La definirei una “droga affettiva”. Mi sbaglio?

La Zuppa è un elemento chiave per capire in che contesto il protagonista si muove. La definizione che le hai dato è molto precisa: droga affettiva. Perché è una droga a tutti gli effetti, un allucinogeno vero, e perché in qualche modo è collegata a immagini materne, ricordi di un passato un po’ nebbioso; è anche lo strumento principale che il personaggio usa per tenere a bada le crisi distruttive di panico e per tenersi lontano dal baratro del vuoto, quel vuoto che si trova al limite del pensiero razionale e che può essere digerito solo con un avvicinamento all’assurdo, all’insensato.

– Mi rassicurano le tue parole: qualcosa avevo capito, di questa densa Zuppa. Ma ora basta parlare di droga. Parliamo di teatro. Metà della trama si svolge su uno scenario parallelo. Si tratta, a mio parere, della parte meno “logica” e “leggibile”, nonostante sia la più “dialogata”. E’ un palcoscenico complicato. Mi verrebbe da chiederti qualche chiarimento in merito. E già che ci siamo: qual è il tuo rapporto col teatro?

Un palcoscenico complicato, è vero. Molti hanno visto una totale mancanza di senso nei dialoghi, definendoli talmente vuoti da risultare pesanti, noiosi. Posso capirlo; però io dico che questa parte “teatrale” non è vuota, piuttosto è lasciata al caso, un caso comunque indirizzato nella direzione giusta (non mi chiedere spiegazioni riguardo questa affermazione, si entrerebbe nel territorio del Piffero).
Seguendo delle idee ben precise, ho scritto la parte “teatrale” in pochi giorni e non l’ho più cambiata, se non per mettere a posto alcuni refusi; e ho sempre lavorato in determinate ore della giornata, negli unici momenti che mi potevano dare quel qualcosa che cercavo. Ciò che è venuto fuori è un qualcosa di libero, di assurdo e di semplice (nella sua costruzione chiara, diretta, schematica).
Ho protetto questa parte “teatrale” dalle numerose revisioni (come recita nel libro un’infelice nota iniziale, adesso cancellata per sempre), comprese soprattutto le mie, quando rileggendola mi veniva la tentazione di cambiare qualche parola, di sistemare un dialogo. Alla fine è stata pubblicata nella forma in cui è nata. Questo è il mio ringraziamento al teatro, teatro inteso come letteratura drammatica, giacché quello vero, quello dei palcoscenici e delle platee, l’ho vissuto e lo vivo con scarsa costanza.

– Ok. Un’ultima curiosità sul libro: cosa rappresentano per te le aspirapolveri?

Intanto ti dico che a casa mia l’aspirapolvere è maschio; se da te son femmine abbiamo appena risolto un problema esistenziale molto diffuso fra gli aspiratori.
L’aspirapolvere è uno strumento meraviglioso per entrare in quel paese del Piffero che citavo prima, dove il fuoco bagna i piedi e le mele ascendono agli alberi. Alzati alle cinque di mattina e senza svegliarti troppo (niente colazione, niente bagno) accenditi un aspirapolvere (dev’essere rumoroso e ingombrante); stai lì a passare l’aspirapolvere per una decina di minuti, sempre nello stesso punto, avanti e indietro. Nel suono assordante, grazie al movimento meccanico e ai ricordi (le tracce) dei sogni appena trascorsi approderai a un nuova dimensione, a un mondo governato da logiche diverse. Funziona però solo se abiti con qualcuno che alle cinque dorme.

– Non avevo mai dubitato della femminilità delle aspirapolveri. D’ora in avanti ci farò caso. Ma approfondiamo brevemente il discorso: secondo te c’è qualche particolare che ne distingue il sesso? L’interruttore è più pronunciato negli aspirapolveri, a mo’ di pomo d’Adamo? Le aspirapolveri hanno un doppio sacchetto per la polvere? Gli aspirapolveri smettono di funzionare quando in tv c’è una partita di calcio? Aiutami, il Lavoisier che è in me si dibatte tra mille quesiti.

Guarda, io sinceramente non ho mai visto un’aspirapolvere femmina, quindi non saprei dirti; e non so nemmeno che caratteristiche particolari possa avere un aspirapolvere maschio, se non quelle di un aspirapolvere classico. Neppure io sospettavo un’eterosessualità degli aspiratori. Bisognerebbe domandare a quelli del Folletto: la prossima volta che m’invadono la casa con l’inganno chiedo spiegazioni.

– Quelli del Folletto, che sagome. Sono un po’ i testimoni di Geova degli utensili per la casa. Vorrei concludere questa intervista (non mi piace tirarla per le lunghe) con qualche domanda diretta: che ne pensi, tu che sei (più o meno come me, del resto) uno della generazione Venti, di quella iniziativa chiamata TQ (trenta-quaranta)? Mai sentita? Ti sei fatto un’idea? Ti attirano in generale i “movimenti letterari”?

Non l’ho mai sentita nominare. In effetti non frequento un granché l’ambiente letterario-editoriale-ggiovane-intellettuale. Ma già la parola “generazione” mi fa venire il prurito. Simpatizzo per le riviste che non si danno tante arie, di scazzo, come Tupolev! per esempio; mi annoiano invece tutti quei movimenti che vogliono rimandare alla Tale Generazione, per l’appunto, con i loro Statuti, i Manifesti, i Programmi, con le loro Utopie e le loro Idee; insomma, con le loro Maiuscole. Non so se sia il caso anche di questo TQ, non voglio pronunciarmi, non lo conosco. Però ecco, già la forma del “movimento” secondo me non fa ben sperare.

– Ringraziandoti per averci accordato in un certo qual modo la tua preferenza rispetto a riviste più illustri, ti pongo la penultima domanda: c’è mai stato un libro che ti abbia fatto piangere come fosse foderato di cipolle?

Guarda, tendo a preferire altre sensazioni nella scelta di un libro; non sfoglio molte cipolle, insomma. Ricordo commozione nel leggere Il deserto dei tartari di Buzzati, o Uomini e topi di Steinbeck, Di là dal fiume e tra gli alberi di Hemingway, Il rosso e il nero di Stendhal, La schiuma dei giorni di Vian; ricordo questi perché sono libri che ho riletto di recente, ma ce ne sono molti altri. Ma non sono scelte, sono classici, titoli che anche volendo non posso evitare, che mi sono entrati dentro per obblighi scolastici o per curiosità e che ho ripreso in mano anni dopo, per poi rivedermeli tuttora a cadenza continua. Adesso per esempio mi vengono in mente anche le pagine di Primo Levi e di Mario Rigoni Stern, anche se qui si parla di una commozione diversa.

– Bene Boris, dalla regia mi dicono che il tempo a nostra disposizione è terminato. Quindi ti congedo con la domanda ultima: stai scrivendo qualcosa di nuovo? Se sì, stai scrivendo ancora con questo stile particolare? Son curioso di conoscere le tue evoluzioni. Poi, una volta data la risposta, beh, sai dov’è la porta.

Le domande sono due, ma la risposta è la stessa, quindi ti salvi: non dirò niente alla regia. No, non sto scrivendo roba nuova, e ancora no, non scriverò (se scriverò) roba nuova con lo stile usato nel primo libro. Perché è lo stile di Mangia la zuppa, amore, ha un significato, è modellato sui contenuti. Se questi cambiano, cambia anche la forma, la costruzione che li regge. Dopo questa ennesima banalità no, non prendo la porta. Prima mi potresti offrire un caffè della macchinetta, cavolo.

– Ok, m’hai fatto passare per il cafone di turno. Vada per il caffè della macchinetta. Non è che hai degli spicci? Io ho solo cinquanta attaccati.

[domande: Enrico Mazzardi; risposte: Boris Virani]

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