Cosmogonia

I pomeriggi del sabato a tirare freccette contro gli alberi, la domenica a camminare nei boschi, fin sulla cima di Monte Mervino. Queste erano le mie estati in montagna, a casa dello zio Carlo, fratello di mia mamma. Lei partiva per un viaggio di lavoro all’estero, ogni anno, e mi recapitava fuori città, su alla baita dello zio.

Zio Carlo sedeva davanti alla tivù, guardando torvo il telegiornale della sera, notizie poco rassicuranti, rimpasti di governo nella capitale, terremoti in Indocina. Lui non sembrava ascoltare le notizie, era più interessato a squadrare i vestiti dei presentatori. Bestemmiava sempre non appena compariva un uomo in cravatta sullo schermo. Non gli piacevano le persone ben vestite, i gran signori, come li chiamava lui. Lui che aveva sempre lavorato d’accetta, a tagliare la legna nei boschi, con le mani indurite e ingrossate dal lavoro. Siamo nella merda, siamo… così ringhiava all’indirizzo dei gran signori, durante un servizio sull’aumento del prezzo del petrolio presentato da una mora dai capelli lisci in tailleur grigio. Le dita tamburellavano nervose. Io, che di freccette e camminate non ne potevo più, una sera prima dell’ora di cena mi sedetti ai piedi della poltrona per guardare la tivù con lui. Zio non è che hai un libro, così leggo? Lui mi guardò, lo sguardo sereno, passava la pubblicità dei detersivi, nessun gran signore in tivù al momento. Vieni con me.

Aveva una biblioteca molto grande, venti scaffali pieni di libri impolverati. Non pensavo fosse una passione adatta allo zio quella della lettura. Beh vuoi sapere come vanno le cose a questo mondo? Devi leggerti ‘sto libro che parla di come il mondo è nato, così poi capisci tutto dopo che l’hai letto. Sfogliò il volumetto pescato dal ripiano più alto, appoggiato orizzontalmente sugli altri libri, soffiò via la polvere dalla copertina e me lo porse. Io l’ho letto che avevo la tua età, l’ho trovato convincente, da allora la penso sempre allo stesso modo.

Quella sera andai in camera mia prima del tempo, simulando sbadigli a tavola, fingendo di aver sonno. Con la torcia accesa sotto le coperte mi divorai il libro, ottanta pagine lette in poco più di due ore. Se non ricordo male il titolo era Cosmogonia o una cosa del genere, che vorrebbe dire Ecco come sono nati il mondo e l’universo, e a ripensarci bene forse era proprio questo il sottotitolo del volumetto, scritto in rosso con un carattere giocoso. Il libro gli era stato regalato – venni poi a sapere – da un suo amico allevatore che abitava giù a valle. L’autore non era stato indicato né in copertina, né tra i risvolti. Non l’avrei mai detto: in quel libro, che sicuramente era un’edizione bella datata, con le pagine ingiallite, addirittura marroni in alcuni punti, si parlava in lungo e in largo di una mucca. Sì, c’era scritto a chiare lettere che in principio fu una mucca da latte, pezzata, bianca e nera, una bella mucca in salute, di quelle che pesano 700 kg come niente fosse. Altro che Big Bang e teorie scientifiche, una sana mucca aveva creato tutto questo, a sentire quel libro. Pascolando, ruminando, aveva fatto i fili d’erba, l’uomo, gli animali, le piante, le montagne, le stelle e le stalle: masticare e sputare, masticare e sputare, e l’universo mondo prendeva la forma che noi conosciamo. Però c’era un problema che la mucca in quanto intelligente creatrice si era posta: l’esistenza delle cose deriva dal contrasto con la non esistenza di tutto ciò che non c’è. Anche il nulla deve aver avuto un’origine. Insomma, la mucca vide la sua creazione e pensò che fosse tutto molto bello, anche troppo. Quindi la bovina creatrice, pratica di natura, aveva così provveduto a riempire il vuoto di tutto questo mondo col nulla: si apprestava a rendere completo l’universo.

Sforzandosi enormemente, con le zampe tremanti, iniziò ad espellere da dietro una cosa inodore, impalpabile, invisibile. Iniziò a farla, e non smise per centinaia di anni, anzi, millenni. Nel libro c’era scritto che probabilmente sta ancora creando, partorendo questa infinita quantità di nulla.

Ero ragazzino e non capii subito perché lo zio mi avesse fatto leggere questa specie di favola cosmogonica dal sapore agreste. Poi, passati svariati anni, sono tornato ancora presso la sua casa di montagna, quando ormai avevo raggiunto la maggiore età, e lui purtroppo aveva dovuto smettere di tagliare la legna, costretto sempre più spesso davanti alla televisione dai mali dell’età. I gran signori sono vestiti sempre meglio, e zio Carlo è sempre più curvo e astioso: avrà pur rinunciato al taglio degli alberi, ma agli improperi no. Guardando un treno deragliato e il sindaco che esprime tutto il suo cordoglio per le vittime nel notiziario delle 20, borbotta ancora il suo Siamo nella merda, siamo. Perché noi possiamo fare tanti bei discorsi, belle azioni, ammirare tutto il creato, ma alla fin fine sono cresciuto convinto da quella mucca creatrice, da quella notte illuminata da una torcia che il nulla che ci circonda sia un po’ il nostro triste destino, la nostra condanna inodore.

Eppure quando torno giù in città, sforzandomi, oltre la cappa dei gas di scarico, oltre il sudore delle persone negli autobus d’estate, anche solo guardando come vanno le cose, gli sguardi, la scortesia, la diffidenza, di questo nulla mi pare proprio di sentirne la puzza.

[Enrico Mazzardi, da Tèchne (vol.19)]

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