Il mutamento di proporzioni

di Mattia Filippini




Mi telefona la mia amica Marisa mi chiede se fumo.

Così così, le rispondo. Perché? le chiedo.

Perché mi hanno consigliato un libro che tu lo leggi dice delle cose apparentemente banali poi inconsciamente ti tocca alcuni tasti e smetti di fumare, Giuro, funziona, io ho smesso di fumare.

Brava, le dico, adesso ingrassi.

Sarai stronzo, mi dice.

E chi altro ha smesso oltre te? chiedo.

Hanno smesso milioni di persone in tutto il mondo.

Ho capito, le dico, Ho capito benissimo.

Cosa?

Niente, niente, è solo questione di tempo, rispondo.

Allora ti saluto, ci vediamo, mi dice Marisa.

Mangia poco, le dico.

Vaffanculo Nanni, mi dice, poi attacca.

Mi telefona mio papà ha smesso di fumare pure lui. Trent’anni che fumava un pacchetto al giorno, ha smesso leggendo un libro in una settimana. Mi dice Prova, prova, il tentatore. Col cazzo, lo so io cosa c’è dietro. Poi ingrasso.

Io c’ho la paura di ingrassare.

All’inizio con Barbara era bellissimo. Poi, dopo, la cosa si è deteriorata. Come sei bravo, mi diceva, Scrivi anche meglio degli Scapigliati, Degli Scapigliati? le chiedevo, Sicura? Sicura, mi diceva all’inizio. Poi invece dopo basta. Una volta sul divano c’erano i presupposti che si iniziasse il delicato processo guzzatorio, invece Barbara era scattata come se fossi uno qualunque che la molestava sull’autobus.

Com’è che scrivo? le chiedevo.

Cosa? mi rispondeva.

Lo scrivere, ripetevo.

Ah, come gli Scapigliati, mi diceva.

Solo, non mi sembrava più tanto un complimento. Litigavamo ovunque in bagno lavandoci i denti, sulle scale, a far la spesa. Avevamo litigato anche alla festa dell’Unità.

Adesso mi dice che sono immorale. Qualsiasi cosa faccio è immorale. Guardo la tv, è immorale. Mangio fuori dai pasti, è immorale. La mette giù dura solo perché è filosofa, poveretta. Allora facciamo delle litigate sulla moralità, che in realtà sono dei discorsi deliranti ma serissimi, fanno venire anche un po’ da ridere per quanto sono seri, questi discorsi. Per esempio lei sostiene che Clint Eastwood è morale, moralissimo, ha fatto due film sulla guerra ognuno dal punto di vista di uno schieramento. Bisogna assolutamente che si vadano a vedere. Allora per fare il bastiancontrario le dico che invece, secondo me, Clint Eastwood è immorale perché prima di tutto i giapponesi di loro sono immorali, guarda come si ammassano per esempio nei musei, e poi considera un anziano che vuole fare un film indipendente chiede le sovvenzioni non gliele danno mica, servono le credenziali, invece Clint Eastwood che è pur sempre un anziano e decide di fare non un film bensì due, e questo è già immorale, i soldi glieli danno sull’unghia, così, come se niente fosse, si parla di miliardi alla faccia delle pensioni basse, della disoccupazione, dell’ecosistema impazzito. E questa, cara mia, è l’immoralità. Dei discorsi così. Invece interessava anche a me andare al cinema.

Secondo me questi litigi derivano dal fatto che io sto diventando grasso. Ingrasso ad occhio nudo, strabordo dai pantaloni, dei lardelli che scappano fuori dalla diga della cintura. Ho notato che mentre ingrassi la gente ti sopporta sempre meno, è parca di tolleranza.

Secondo me, alle cose che fai, tu non ci pensi, mi dice Barbara.

Mi è chiaro che è entrata nella modalità Critica pesante.

Ci son cose che secondo me tu non ci arrivi, non ci pensi.

Non ci penso, dico aprendo il pancarrè in cucina.

Perché sei ingenuo come un bambino che è rimasto anche un po’ indietro, continua lei.

Va bene, dico io, col pancarrè masticato in bocca.

Non capisco poi perché devi essere così capzioso, le cose che dici, a volte mi vergogno, le cose che dici.

Faccio vergognare i sordi, le cose che dico, le dico.

Così la paura atavica dell’ingrassare mi fa ingrassare. Mi toccherà comprare dei pantaloni ipercalibrati, so neanche se qui a Bologna ci sono, i negozi per i pesanti. Solo, ho già visto, sugli autobus stanno mettendo dei sedili giganti. È cominciato il mutamento di proporzioni. Prima allargano i sedili, poi gli autobus, poi le strade che qui fan otto metri, le metteranno a dodici, poi le porte, le case, gli affitti. Ecco, pensavo, gli affitti.

Esser grasso, pensavo, puoi fare il lottatore di sumo. Solo, ho visto al telegiornale, i lottatori di sumo non voglion più fare il sumo perché implica una vita ritirata, un’esistenza di privazioni, mangiare sempre le stesse cose, non poter perdere un etto. Son controllati scrupolosamente, ci sono i medici del sumo. I medici del sumo son fatti apposta per farti venire i complessi. Hai perso un etto, ti dicono. Mi sembri un po’ denutrito, ti dicono. Guarda lì che magrino, ti dicono. Allora ti prende la fame ansiosa, la nobile disciplina del sumo è salva.

 

Poi vado in bici. La bici, è risaputo, fa bene ai grassi. Vado su fin sopra i colli, salgo tutto scomposto, una fatica la salita. Almeno son solo, non mi vede nessuno. E penso. Penso che la condizione che io sono solo è una condizione normale della mia vita, anche adesso che c’è Barbara. Mangiare, mangio sempre solo. Scrivere, scrivo da solo. Al bagno poi, son da solo. Solo, essere solo mi fa una paura, che esser soli è brutto a dieci anni come a sessanta. Peggio che esser grassi. Così mi riviene la voglia di tornare da Barbara, dirle che non importa che discutiamo sempre di tutto anche delle unghie che lei lascia ovunque per casa. Allora giro la bici, pedalo duro in discesa coi freni tirati. Per far fatica. È meglio che la ciccia non si abitui bene, andare in discesa.

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