Uni-posca

Dal blog di Alessandro Romeo, Maciste.

Uni-posca

Ho sempre invidiato chi sa ruttare a comando, quelli che gli dici «dài, di’ figlio di puttana col rutto» e loro: «UIUO UI UOUANAAA!». Mi è sempre sembrato che poter ruttare quando vuoi, con l’intensità e la durata che preferisci, ti desse una marcia in più, come avere le lentiggini, essere alto due metri o essere ebreo. Ruttare a comando ti colloca a metà tra la consapevolezza («rutto quando voglio») e l’inconsapevolezza («ah, che figata far ridere la gente coi miei rutti!»), tra la maturità e la naturalezza, tra il controllo e lo spreco, che è esattamente il posto dei vincenti, dei fighi e degli eroi.

Ogni tanto mi capita di ruttare, per sbaglio, quando qualcosa mi è andato giù storto o ho mangiato troppo di fretta. Esce fuori un rantolo, secco e veloce, e poi si scatena l’imbarazzo mio e di chi sta attorno. Perché chi sa ruttare a comando genera entusiasmo e divertimento, chi non lo sa fare genera imbarazzo e fastidio.

Ecco, io penso che tutto quello che è successo a dicembre nelle università di tutta Italia, e fuori, corrisponda al rutto che mi esce per sbaglio dopo la carbonara e una doppio malto. Ha tutte le caratteristiche del rutto fatto per la gioia dadaista di produrre del rumore col proprio corpo (la durata, l’intensità, persino la frizzantezza), ma si vede che qualcosa non torna. È solo una pallida imitazione delle reali potenzialità di un rutto fatto con reale consapevolezza.

Ho venticinque anni, sto per finire l’università, sono nato a Venezia ma da qualche anno vivo a Torino. Appartengo a tutti gli effetti a quella generazione che un fantasioso giornalista di Repubblica (non trovo il video), con uno sconvolgente guizzo linguistico, ha chiamato “Generazione P”, dove P sta per “precariato”, nel senso più ampio del termine. Quindi ho voce in capitolo.

A dicembre pur essendo sinceramente interessato (ci mancherebbe!) a quello che mi accadeva intorno, non ho partecipato a nessuna manifestazione. Non ho dato una mano a scrivere gli striscioni, non ho passato tarde serate a preparare cartelli ironici, non sono andato alle cene sociali, non ho sborsato una lira per i costi vivi delle manifestazioni, non ho picchettato, non ho occupato. L’unica cosa che ho fatto è stata andare a qualche assemblea. O meglio: è stato proprio andare alle assemblee che mi ha convinto a non prendere parte a nessuna iniziativa.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata l’assemblea del 30 novembre 2010, improvvisata subito dopo la votazione del ddl alla camera. Erano le nove di sera, e tutta la gente presente nell’atrio di Palazzo Nuovo a Torino (cioè il palazzo universitario che non è il Politecnico) aveva passato la giornata a bloccare caselli autostradali, strade e stazioni dei treni. Di fronte alla effettiva eccezionalità della situazione la quindicina di persone che ha preso parola nell’arco della successiva ora e mezza non ha fatto altro che autocompiacersi per quello che era stato fatto, dicendo cose del tipo «dobbiamo continuare a lottare», con interventi lunghissimi e senza il minimo contenuto. Solo forma. Badilate di forma e di retorica. Il pubblico – sì, il “pubblico” perché mi guardate così? – applaudiva per tutto, a caso, perché era giusto applaudire.

(«Era da anni che non succedeva una cosa del genere»).

Potete trovare un buon esempio di quella retorica nella puntata delle Invasioni Barbariche a cui ha partecipato una certa Elena Monticelli, studentessa della Sapienza. Non escludo che Elena Monticelli abbia pensato che andare in televisione a dire delle cose fosse un’occasione per il movimento (perché in fondo la gente è scema, no? Se sente le cose in tv poi ci crede. Approfittiamone!). Il risultato è stato ricevere un paio di metaforiche pacche sulle spalle da Roberto Vecchioni. Roberto Vecchioni. Roberto Vecchioni. Roberto Vecchioni.

Anche il ragazzo che è stato aggredito verbalmente da La Russa ad Annozero è un buon esempio: non te ne rendi conto subito – anzi nella prima parte si è comportato molto bene – ma dopo un po’, quando anche lui perde il controllo.

C’è una perfetta sovrapposizione tra il linguaggio della rivolta e il linguaggio giornalistico. Il «ci rubano il futuro!» urlato ovunque – a cazzo, come se il futuro fosse una cosa che esiste sul serio e per la quale valga la pena protestare; come se il presente non valesse la pena – viene ripreso dai giornali in maniera naturale e scontata, un normalissimo passaggio di testimone. Su Repubblica si parla di «giovani senza futuro», di riscatto delle nuove generazioni, di “futuri rubati”, di rinnovamento. Poi, venti pagine dopo, un approfondimento su Leopardi e la sua tardiva passione per i gelati.

Se mi trovassi un giorno, quando sono incazzato, a parlare la stessa lingua dei giornali, se scoprissi che il linguaggio della mia rabbia e della mia indignazione ha, tecnicamente, le caratteristiche accettabili per finire in prima pagina su Repubblica o sul Corriere, ancora prima di chiedermi se sono i giornali ad imitare me o io ad imitare loro, mi verrebbe istintivo chiamare S. G., un amico di Mestre famoso in tutta la città per i suoi rutti, e gli chiederei di dirmi «precarizzazione» con un rutto.

«UEUAUIUAZIOUE!»

Il fatto è che le azioni non sono la sola cosa importante: c’è anche il linguaggio, il modo. Anzi, la maggior parte della nostra vita è linguaggio: la politica è linguaggio, l’amore è linguaggio, l’arte è linguaggio. E il linguaggio della Generazione P (brrrrrr…) è purtroppo il linguaggio di una generazione che accetta, e con orgoglio, di essere chiamata “Generazione P” da un giornalista cinquantenne di Repubblica. Un linguaggio ereditato dalla generazione precedente, quella che scrive nei giornali più tromboni e nei libri con l’autore in copertina, che tiene la stanghetta degli occhiali tra le labbra: anacronistico, nostalgico, vittimista, citazionista, lento ed elitario. In un parola: noioso.

Io, a tutti gli effetti, il 30 novembre 2010, dalle 21.00 alle 22.30 ho perso un’ora e mezza del mio tempo ad annoiarmi, ascoltando un manipolo di attori della mia età recitare la loro parte di gente che non ha nulla da perdere, arrabbiata, pronta a tutto e disperata, perché così voleva il copione. Gente felice, piena, in stato di grazia, per il fatto che tutta la nazione avesse finalmente saputo quanto cazzo siamo sfigati. Bella roba. È un po’ il meccanismo secondo cui, il sabato sera con gli amici, meno reggi l’alcol più figo sei.

Ecco, sostanzialmente il (mio) problema è che io non appartengo a tutto questo. Mi dispiace? No, perché tutto questo – tutto quello che ho sommariamente tentato di descrivere – è in larga parte merda, anche se composta da ventenni che tentano di reagire allo stato pietoso delle cose.

Naturalmente i fatti di dicembre non si esauriscono solo in questa roba qui. C’è dell’altro, c’è del bello, e forse qualcosa si è veramente mosso (a cominciare, egocentricamente, dal fatto che sono sei anni che penso queste cose e non ho mai avuto realmente voglia di dirle come in questo momento), e non voglio fare quello che la sa lunga, anche se così può sembrare.

Ora il copione prevede che qualcuno chieda: ma perché queste cose non le vai a dire in assemblea? Risposta: perché in assemblea non mi ascolterebbero. Domanda: chi te lo dice? Risposta: il fatto stesso che tu non abbia escluso al 100% la possibilità che non mi ascolterebbero.

In altre parole: sarebbe l’ennesimo «proviamoci», che nasconde il solito meccanismo mentale secondo cui «tentare non costa niente, almeno ci hai provato», nella variante «meglio aver fatto qualcosa piuttosto che non aver fatto niente», che è lo stesso modo di pensare, ad esempio, di chi da decenni organizza cene a base di cibo nordafricano, banane, negroni che suonano le congas, narghilè per parlare amabilmente, spinellino sul retro per farsi due risate, senza spostare di un millimetro la stanghetta che separa il razzismo dall’antirazzismo. Quindi, il buon senso mi fa dire: col cazzo che vado a dire queste cose in assemblea! L’unità di misura di queste cose è il tempo: e il mio tempo, il mio tempo libero, vale molto di più.

Qualcun altro potrebbe dire: questo atteggiamento è dannoso per il movimento. Cosa ti costa partecipare anche se non ti piace la forma? In fondo la causa è una buona causa, no?

Uno: non mi sembra si possa parlare di movimento. Due: non motiverò questa affermazione. Tre: la forma e il contenuto, anche se a volte torna comodo separarle (l’ho fatto poche righe più su, quando ho parlato di azione e linguaggio) sono la stessa cosa, e non l’ho scoperto io (se l’avessi scoperto in questo momento stareste studiando sui miei libri): se mi chiami “compagno”, se mi dici che questo “è il paese delle banane”, se chiami Berlusconi “psiconano” cercando la mia accondiscendenza, se parli dello stato delle cose in modo vittimistico, se scrivi e dici “lorsignori” o “padroni” mi stai dicendo un mucchio di cose sul tuo conto, sul tuo modo di pensare radicalmente logoro pigro e codardo, che non condivido, a cui seguiranno atteggiamenti e azioni che non condividerò perché imbevuti della stessa retorica noiosa, passatista e vittimistica. Dire che ci rubano il futuro e che siamo una generazione destinata al precariato in tutte le sue forme per “colpa loro”, è controproducente, perché si limita a identificare alla bell’e meglio dei nemici incolpandoli in maniera imprecisa e sciatta, perché non vuol dire nulla, perché è banale, perché allontana quelli che la pensano diversamente da te o che non ne sanno niente, perché non tiene conto delle sfumature, perché è una formula che parla il linguaggio di una minoranza cresciuta tra le pagine del Nuovo Politecnico dei genitori, perché si limita ad accusare senza proporre, perché non è accattivante: personalmente non mi va di far parte di un gruppo che si lamenta in coro, consolandosi sulle note dei Modena City Ramblers o della Bandabardò: mi deprime ancora di più, mi toglie le forze, mi rende inerme e inoffensivo. Quattro: la causa. Quale causa? Bloccare la Gelmini? Spazzare via il precariato? Risolvere il disagio? Mandare a casa Berlusconi? Emancipare i giovani? Fare un nuovo ‘68 per poterlo raccontare ai figli? Prendere consapevolezza delle cose? Diventare i protagonisti del disegno di un futuro migliore? Tutto assieme, tanto è roba buona?

Non penso che il “movimento” sia in cattiva fede. Se lo fosse, sarebbe tutto più chiaro: avrei un nemico da combattere (il “movimento” stesso), al posto di un fratellone idiota da prendere a sberle. C’è invece tanta pigrizia mentale, tantissima, solo che si maschera bene dietro all’esuberanza organizzativa o addirittura fisica.

Il punto non è giudicare me, ma capire quanta gente c’è che la pensa come me, all’interno di quel folto gruppo di persone che non partecipa alle iniziative e alle manifestazioni. La mia impressione è che il “movimento” non tenga minimamente in considerazione il “non-movimento”, liquidandolo come masnada di egoisti terrorizzati dall’idea di finire fuori corso, di fascisti o di ricchi sfondati, facendo finta che non esista. Per quanto mi riguarda sono già fuori corso, non sono fascista, non sono ricco sfondato.

Questa valanga di roba che ho detto è sostanzialmente la solita solfa sul rinnovamento che non c’è, nemmeno nei luoghi da cui il rinnovamento dovrebbe promanare. E sinceramente non credo ci sia tanto da discutere («il dibattito nooo!» – è un film vecchio, perché non lo tiene in considerazione nessuno? Ehi, generazione P, dico a te!). Ognuno la pensa come vuole e fa quello che vuole. Amen. Se non funziona ne pagheremo tutti le conseguenze.

Per quanto mi riguarda se c’è da discutere di rinnovamento vuol dire che c’è roba vecchia da buttar via per fare spazio a quella nuova. O, per essere più precisi, vuol dire rispettare il modo in cui il nuovo interpreta o decide di lasciar perdere il vecchio, a prescindere.

Per questo ho deciso di fare una cosa, qui, su Maciste.

Maciste resta quello di sempre, cioè un ricettacolo di puttanate e ironia radical chic da stronzi al limite della legalità, intervallato ogni tanto da qualcosa di completamente diverso. Nei prossimi giorni, in un post breve, spiegherò di cosa si tratta.

HASTA UA UITTOUIA SIEEMPRUUUEE!

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9 thoughts on “Uni-posca

  1. Jot ha detto:

    Mi incogli in una giornata di medio malumore, ti uso come moccio esistenziale, non volermene.
    Comincio.
    Il punto non è giudicare me, eh eh, simpatico questo sdrucciolo nicchiare. Ok, tranquillo, giudichiamo quindi l’articolello.
    Pardon, davvero, pardon. Perché questo articolo? Non ne capisco sinceramente la ragione.
    Lo dico con pacatezza, e perdendo a mia volta tempo aggiungo: ognuno la pensa come vuole, amen, e ci si fa domande e risposte da soli. Ma in pubblico, qua. Cos’è quindi questo articolo, un nemmeno troppo difficile esperimento, tocco un tasto sensibile e vedo cosa ne viene? Un sassolino vecchio di sei anni rimasto dimenticato nella scarpa? (Sei anni! Ah, il feticistico attaccamento alle vecchie scarpe…)
    Piacendomi abitare nell’inutilità e nella perdita di tempo, butto lì una risposta (che l’articolo non pare richiedere, ma tant’è). Soprattutto perché io -personalmente, mobile nel movimento- ritengo che oltre ogni più immediato traguardo (l’opposizione alla riforma, la costruzione di una diversa idea di università…), l’obiettivo più nobile e sommo sia la graduale e paziente creazione di una moltitudine di individui informati e critici, partecipativi e consapevoli: anche per questo, eccomi qua a replicare. Suona retorico, nella sua allegra binaria formulazione? Libero di pensarlo: io ci credo veramente invece, e nella mia ingenuità so di fare tutto ciò che all’interno del “movimento” faccio con un occhio a quel fine, chissà se con successo o meno.
    Ovviamente -tagliamo fettine sottili, ché mi pare ce ne sia bisogno- quando parlo della creazione di una moltitudine bla bla bla, mi rendo conto da partire da un presupposto un tantinello arrogante -che alla fine della fiera è probabilmente la condizione essenziale di ogni pedagogia- ma assicuro che nel suo concreto tradursi in pratica tutto ciò prevede -da parte mia, utile ribadire anche questo: non parlo a nome di nessuno- una costante messa in discussione di me stesso, forme e contenuti.
    Comunque.
    Entrando nel merito delle contestazioni, mi pare che tu faccia una preliminare e grossolana confusione tra “il movimento” e “i movimenti”, scadendo in un’analisi proprio “giornalistica” -e un pochino snob- di qualcosa che evidentemente non si conosce. Il primo, inteso come -analizzo a mani grezze, e poi mi tiro indietro subito- la naturale evoluzione del'”onda” di due/tre anni fa, ha conosciuto momenti alti e bassi, ed è stato grosso modo sconfitto. A quell’indistinto magma ti riferisci quando evochi la “generazione P”, il linguaggio giornalistico, le uscite televisive. I movimenti invece, tra cui quello di Torino che se ho ben inteso ha procurato al tuo vaso la goccia (perfino! E come è stata cumulata l’acqua precedente, si chiede il dietrologo che vive nel mio orecchio? Le assemblee?), vivono invece di un percorso che merita, credo, uno sguardo un po’ più dettagliato e preciso. Un percorso diverso per ogni diversa realtà universitaria, che sia locale o nazionale o cosmico il respiro del suo operare.
    Posta questa distinzione, possiamo tentare un approccio che non suoni preconcetto. Perché attenzione, incido, digredisco, chioso: io rifiuto il solito vecchio topos -tanto caro a certa dialettica politica- riassumibile in “non c’eri, non ne sai un cazzo, non puoi dire la tua”. No: tu puoi dire la tua (anche da un blog, per carità, a nessuno si può imporre di “sporcarsi le mani” per avere un’opinione). Di più: devi dirla, è benvenuta! Solo che c’è modo e modo di proporla: costruttivamente, e avendo l’onestà intellettuale di marcare una -esplicita- distinzione tra ciò che si sa e ciò di cui si ha solo una superficiale impressione, sarebbe forse un buon modo. Concordo sulla coincidenza di forma e contenuto, e mon cherì tu pure stai dicendo qualcosa di te con un’analisi che uno stile scorrevole non riscatta dall’essere purtroppo, a sua volta, “imprecisa e sciatta”.
    Da dentro il movimento -ti parlo dall’umile bugigattolo veronese- posso proporti un rapido vademecum: l’autocompiacimento, i proclami a slogan, l’adagiarsi su linguaggi vecchi, non sono un “problema” dell’attività movimentizia. Piuttosto, ne sono una delle fisiologiche espressioni, che io personalmente tento di evitare e di far evitare (non cado certo, a capo, nell’invitarti a dire la tua dall’interno per tentare di cambiare le cose a tua volta: non vuoi? Ritieni che se non si ha la certezza al 100% di essere ascoltato non valga la pena di parlare? Questo dice il tuo copione? Fa un po’ quello che vuoi insomma, davvero, il tempo libero è tuo, casomai ci si vede sul retro a fumarci uno spinellino (uno spinellino? Oddio, sei ironico qua o quando parlavi del noioso linguaggio ereditato dalla generazione precedente? Epperò, i giovani giovanilismi..) e a farci due risate), e almeno qua a Verona mi pare che al netto di tanta inutile retorica qualche cosa si stia raccogliendo. Dire che ci “si limita ad accusare senza proporre” (non conosco Torino, qua mi arrischio ributtarmi per un attimo anche su una scala nazionale), sostenere che ci sia confusione e ammucchiamento alla buona nelle “cause” che muovono il movimento, vuol dire semplicemente accusare senza sapere. Ecco, questo può dar fastidio a chi legge, credo non a torto. Non a me, che sono finito nel pentolone dello zen da piccolo.
    Se ritieni che sia degno sforzarsi per il “rinnovamento”, quali che siano i metodi e la natura di esso, ecco mi pare che con questo post hai un attimo sbagliato mira.
    Non penso che sia “dannoso per il movimento”: penso, e torno alla domanda di partenza, che così proposto sia semplicemente inutile, destinato a rimanere lettera morta (fatta salva la mia patologica, freudiana e altrettanto feticistica tendenza a riempire compulsivamente i commenti vuoti). A cosa serve? A chi è rivolto? Cosa si aspetta di raccogliere? Forse lo stesso cui mirano queste domande, sempre tutti quanti in buona ottima splendida fede (ci mancherebbe!).
    Ho usato un sacco di virgolette, e di questo soprattutto mi scuso. A mia discolpa, si tenga conto che ho scritto questo commento con un rutto lunghissimo.
    Sì, so fare di queste cose.

  2. Jot ha detto:

    Chiaramente c’è mira fallace, me ne rendo conto e me ne scuso, anche nel mio aver messo il commento qua e non su Maciste (blog che non conosco bene). E’ che là, avendo io una marcia in meno, non ho capito come postare commenti.
    E d’altronde sono incappato in questa cosa qua in questo blog (che invece conosco da quando era alto così!), quindi -perché no- interpello in seconda istanza anche gli alberghieri: perché ospitare un post del genere, più qualunquista che “ironico e radical chic”, tra i vostri script?
    Chiedo, con sincera curiosità.

    • mattiafilippini ha detto:

      Jot, non ti ho risposto prima perchè volevo che ti accorgessi che non era nostro il post. Ti rispondo prima di tutto con un commento di un’amica, con la quale mi trovo decisamente d’accordo:
      1) per quanto ritenga condivisibile i contenuti dell’analisi di Romeo non mi è piaciuto tanto il tono (il rutto) e che, contrariamente a quanto scrive lui, a me dispiace non riuscire ad appartenere a quelle situazioni. Scritta così è ambigua, quello che intendo dire è che visti che i presupposti (precarietà, condizioni di lavoro, prospettive future, varie palate in faccia che abbiamo preso tutti) l’ambito in cui esprimere il proprio disagio e lottare dovrebbe essere quello del movimento, ma non è possibile. Questo mi dispiace sempre tanto, pur essendo d’accordo con il fatto che le parole d’ordine sono spesso stantie e logore e autoreferenziali.
      2) non credo di dover dare spiegazioni su questo post. Mi sembrava interessante portare questo punto di vista, vicino al mio pensiero e alle mie esperienze personali. Mi piace come scrive Romeo, il suo voler fare il bastian contrario; non serve sempre essere seri e incazzati per parlare di queste cose.
      3) c’è una cosa però che mi ha colpito più di tutte nell’articolo: quella pigrizia mentale che viene denunciata. Ci dovrebbe essere almeno il tentativo di trovare un nuovo linguaggio, che non sia quello del ’68, quello di Berlusconi, di Di Pietro o di Grillo e che non si limiti all’ipocrisia del “tutt*”
      4) forse io la metto sul personale e me ne scuso; ma la gente che ho conosciuto e che conosco e che partecipa al movimento è:
      -ipocrita, perchè ammanicata nel baronaggio dell’università
      -ad altri la rivoluzione la pagano mamma e papà
      -le facce sono sempre quelle di anni fa e, come si diceva, portano sempre lo stesso risibile contributo.

  3. enricomazzardi ha detto:

    colgo l’occasione per non leggere nè i commenti nè il post apparso su questa rivista di cui sono co-redattore.

    e saluto, già che ci sono, Andrea Masotti e Alessandro Romeo, che sono due ragazzi che godono della mia stima da sempre.

    vi voglio bene a tutti.

    vi chiedo solo una cosa, a tutti voi: un giorno, più avanti, qualcuno mi spiegherà cosa vi stavate dicendo in questo post.

    non voletemene a male, è che il post è lungo, i commenti pure, e io sono un tipo frettoloso.

    non me ne vogliate, davvero.

    vi voglio bene.

    ora torno a fumare oppio.

  4. enricomazzardi ha detto:

    Smaltita la sbornia oppiacea, sono tornato dalla fumisteria con le idee (chi l’avrebbe detto) un poco più chiare.

    Dico la mia, ma non mi dilungherò.

    Tutto cominciò tanti anni fa, nel periodo in cui, ricorderete tutti: furono vinti a Catania circa 100.000.000 di euro al Superenalotto, la cifra più alta in assoluto della storia del Superenalotto e di tutte le lotterie italiane; si riaccese nella Repubblica Democratica del Congo il Conflitto del Kivu; la Sardegna divenne la prima regione in Europa a ricevere solamente il segnale del digitale terrestre, effettuando così il primo switch-off del segnale analogico in Italia.
    Esatto ragazzi, avete capito bene, sto parlando del mitico 2008.

    Ecco, in quel periodo, in pochi se lo ricorderanno, iniziò quello che fu poi chiamato “Movimento dell’Onda” dai più osservanti, “Il Movimento” dai più gasati, “L’Onda” dai surfisti, “L’Onda anomala” dai catastrofisti.
    Un movimento a cui mi sentii di aderire, in quel preciso momento storico.

    Duole dirlo, ma dopo poco tempo mi resi conto che io e il Movimento non condividevamo la stessa visione non già del mondo, ma della cosiddetta “lotta”.
    Non starò qui a spiegare quanto io provi una disgustata pietà per la retorica da manifestazione. Discorsi vuoti come il ventre di una mongolfiera, tenuti in piedi da un significante stantio. Non nego che questo significante stantio abbia dato qualche frutto in passato (proprio perché allora stantio non era affatto).
    “Allora qualcuno mi spieghi perché la tanto amata “lotta” vada condotta esattamente come quarat’anni fa, con le stesse parole e metodi non dissimili.” Questo in sintesi ciò che provai a dire a voce forse troppo bassa alle persone che mi circondavano. Per un po’ seguii le vicende dall’interno, almeno fino a quando iniziai a vedere cose che non solo non mi appartenevano, ma da cui sentivo di dovermi difendere.

    Posso farvi esempio particolare: al termine di una manifestazione a Bologna, sarà stato il novembre del 2008, il corteo di cui facevo parte si strinse intorno ad un gazebo messo su da tre o quattro giovini neomissini classe ’83-’88. Fascistelli in erba insomma. Bene, questi, accerchiati dai manifestanti, furono oggetto di lanci di uova da parte dell’esercito degli antifascisti. E la situazione si protrasse per vari minuti, sotto l’accondiscendenza palese dei self-declared capipopolo.
    Da quel momento dal retrogusto piazzaloretistico (piazzaloretistico nei metodi, ovviamente non nei contenuti) non ho più voluto sentir parlare di movimenti.
    Non volendo assistere passivamente ad una manifestazione di fascismo praticato, tesa secondo gli organizzatori a lottare il fascismo predicato, ebbi una discussione animata con uno dei “capipopolo”. Mi fu risposto che io, come altri che non si stavano impegnando abbastanza nell’organizzazione delle manifestazioni e che non prendevano mai la parola per dire la propria opinione nelle assemblee, non avevo il diritto di giudicare ciò che stavamo vedendo.

    Dopo aver sentito questa reinterpretazione postfascista del concetto di partecipazione, indirizzata a me e ad altri presenti da uno dei personaggi di spicco del movimento, pensai bene di tirarmi fuori. Mi dissi: va bene tutto, ma non ho tanta voglia di avvallare un movimento che rischia derive incosciamente fasciste.

    Avrò preso una parte per il tutto, vero, non tutto ciò che è stato fatto era paragonabile a gesti di tale bassezza, ricordo anche bei momenti, per carità.

    Però cosa volete, ho un palato che si guasta facilmente.

    Poi al tempo credevo in una protesta che fosse concertata originalmente, attraverso metodologie diverse, aggiornate al fuso dello zeitgeist del 2008.
    E sono convinto che Jott agisca animato da intenti che sono da me condivisi (ho visto alcuni video girati in Univeristà, realizzati tra gli altri dal prode Masotti veramente belli su youtube, ve li consiglio).
    Quella che ho potuto vedere coi miei occhi è stata la realtà di Bologna, e solo di quella posso parlare per esperienza diretta. Ho visto buone cose alternate ad altre pessime, gente che ci metteva tutta la buona volontà circondata suo malgrado da personaggi la cui ipocrisia era segnalata pure sulla carta d’identità sotto la voce “segni particolari”.

    Per questi e altri motivi, per rispondere anche a Cecilia, dico: non sono dispiaciuto di non aver più nulla a che spartire con questo tipo di movimento. Solo, l’avrei voluto diverso, molto diverso, forse troppo. E questo è un mio limite, forse, ma me ne son fatto una ragione.

    Certo come dice l’ottimo Popinga, ragionando come me o ragionando come Alessandro Romeo (il cui post mi ha trovato generalmente d’accordo) il rischio è di relegarsi in una sorta d’immobilismo. Ma certe volte credo sia salutare fare un passo indietro, tirarsi fuori e dirlo apertamente, serenamente. Spero di essere considerato una persona onesta, lontana dall’ipocrisia imperante, perché quel poco che ho dato al movimento è stato dato senza prevedere tornaconti personali (a differenza di alcune persone).
    Meglio scegliere di agire limitatamente e per conto proprio o agire in maniera (a mio giudizio) controproducente, insomma? Ho preferito la prima scelta.

    Insomma io ho scelto di dire la mia, e di non metterci più la faccia in questo tipo di lotte. Sono solo una persona stanca di contenitori vuoti, di ipocrisia travestita da rivoluzione, di pecore fasciste e altre aberrazioni. Preferisco leggere, informarmi, e quando me la sento, dire la mia. Senza retorica. Insomma, cerco di agire, ma a modo mio.

    Punto.

  5. Jot ha detto:

    Ok ok, incasso le vostre repliche come toccanti testimonianze di vita vissuta. Che peraltro in parte potrei sottoscrivere (vuota retorica da manifestazione, ipocrisie, linguaggi vecchi, fascistoidismi da parte di chi dice di combatterli…), salvo aver scelto per quanto mi riguarda un’epilogo diverso, una reazione diversa. Ma come ho credo chiaramente scritto, lungi da me l’alzare il ditino: ognuno fa un po’ come crede, davvero.

    Il problema, su cui non mi è stata data precisa risposta (ma non voi hostellanti probabilmente siete chiamati a darmela), è l’asino che casca su certe inesattezze che ho rilevato. Alcune “tecniche”, altre più generali, diciamo di principio.

    Riassumo le seconde: confondere l’intimista impressione e l’esame giornalistico di dati di fatto; confondere la dimensione locale del “movimento” (Torino, anzi perfino parte di esso), e la dimensione cosmica di -cito- “tutto quello che è successo a dicembre nelle università di tutta Italia, e fuori”.

    Riassumo le prime: non è vero che il movimento si limita ad accusare senza proporre, come non è vero che siano precisi gli obiettivi. Questi sono semplicemente errori di analisi.

    Ecco, non volendo credere che sia strumentale A-la confusione e B-l’inesattezza (ossia, come altrettanto freudianiamente si richiama nell’articolo stesso, scritto strumentalmente per risultare “dannoso per il movimento”), mi son arrogato di chiedere il “cui prodest” di tutto ciò, messo giù così: perchè in questo articolo, mi dispiace dirlo, rilevo a mia volta la stessa (cioè, no, un’altra. Ma analoga) pigrizia mentale su cui si punta il dito. Il ditino.

    Io d’altronde parlo facile, non ho le dita. L’ho già detto: scrivo con i rutti. Sono un ruttografo.

  6. Jot ha detto:

    Infatti, oltre ad un veniale apostrofo, mi è sfuggito un importante “non”: non è vero che NON siano precisi gli obiettivi. Ossia lo sono. Precisi. Non come il mio pene. Cioè, non non. Cioè.

    Sono un oppiaceo.

  7. maciste ha detto:

    @Jot: ciao ciao.

  8. Jot ha detto:

    Farsi beffe della mia persona è un gioco demodè almeno dal ’32.
    Arguto.

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