La deriva di Boris 3

di Enrico Mazzardi

La terza serie di Boris non funziona.

Oh, finalmente l’ho detto.

Prendete queste righe come una confessione di un cultore deluso. Deluso ma lucido, non già affogato nella cupa disperazione del pianto.

Personaggi monodimensionali, tempi comici che vanno a ramengo, battute fuori fase, la rinuncia al dono del “dire quasi la stessa cosa”, la conseguente orrenda caduta nella contingenza dell’attualità, l’involuzione di alcuni personaggi snaturati da soluzioni improbabili e fastidiose: sono tanti i motivi per cui, a mio parere, la terza stagione della serie è irriconoscibile rispetto ai primi due capitoli.
Tanto sfigurata che se fosse un cadevere all’obitorio, e io un familiare, stenterei a riconoscerla.

E pensare che era iniziato tutto col botto: la parentesi milanese di Renè, pardon Renault Ferretti, coinvolto nei frizzi e nei lazzi di quel progetto troppo frizzante per essere vero, con dei personaggi (diciamocelo, un po’ zelighiani) in attesa di essere assunti tramite SMS nel Walhalla del Bagaglino. Poi l’apparizione dello zeniale Benedetto, la cocaina liberalizzata per Duccio, il robot regista: una gragnuola di trovate fenomenali. Tanto fenomenali, zeniali e graaandi da non farci accorgere che proprio nella seconda puntata, al termine, si è innescato tra le nostre risate l’inizio della fine.

Mi riferisco al momento in cui Alessandro viene a conoscenza del terribile segreto di Arianna: è una berlusconiana della prima ora.

Qui il sistema-Boris è crollato, il dono dell’analogia è stato soppiantato dalla più becera delle bestie: il riferimento diretto alla realtà, che non concede ricami e finezze alla comicità di una serie come Boris, basata su meccanismi diametralemnte opposti (vedere il finale della seconda stagione, per esempio). Questa reiterata pedanteria nel voler chiamare per nome i problemi del paese, proprio quelli che con tanta sapienza erano già stati raccontati e presi a sberle per ben due serie, con una gravità e una delicatezza straordinarie, non giova al meccanismo, anzi lo fa scadere. E si accompanga pure a battute e situazioni di dubbio gusto. Dopo aver detto una parola di troppo, tutto è diventato pesante, come la battuta di un comico che non sa far ridere.

Un po’ come Alfonsochiavinmano, per intenderci: ridevamo della sua goffa incapacità di “graffiare” i politici, giusto? Beh, Boris sta commettendo – con i debiti distinguo – lo stesso errore.

Non so se la serie riuscirà a risollevarsi da questo circolo vizioso in cui è caduta: la sceneggiatura sembra quasi scritta da persone diverse rispetto alle stagioni 1 e 2, decisamente meno brillanti. Solo, non vorrei che tutto si concludesse con la solita insopportabile italianata, con la greve battuta su quanto siamo messi male, sul fatto che c’è grossa crisi, sul fatto che la meritocrazia per i gerontocrati sia un’utopia su cui pisciare, sul fatto che, banalmente, Berlusconi c’è e si sente. Ci sono modi diversi per dire tutte queste cose, e Boris li aveva trovati a suo tempo.

In conclusione: Boris, salvati, elevati un po’ dalla mediocrità in cui ti sei impantanato. Te lo auguro, da grande ammiratore della serie quale sono. E non dirci che anche la tua comicità, alla fine, si è arresa e ha dichiarato: “Yes, I am italian“.

Se vorrete discutere di tutto ciò, vi rimando allo spazio per i commenti nell’apposita sezione (La polemica del mese).

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