Freedom team

di Alessandro Busi

Fu una conferenza importante e impegnativa, affollata di giornalisti e soubrette, quella che vide Silvio Berlusconi e Michela Brambilla annunciare l’arrivo dei promotori della libertà.

“Sarà un esercito, un esercito vero e proprio, che scenderà nelle strade per combattere il partito dell’odio e portare l’amore in tutta Italia”, disse il premier. Poi proseguì sottolineando che era una misura a cui non avrebbero mai voluto arrivare, ma purtroppo “ormai viviamo in uno stato di polizia, e non possiamo lasciarci sconfiggere dal male e dalle sue milizie mangiabambini”.

Di fronte alla richiesta di una giornalista di capire meglio quali saranno le attività di questo esercito, di cosa si occuperà, come si muoverà e come lo si potrà riconoscere per le strade, Berlusconi chiese a “Michela” di mostrare un esempio pratico. La rosso-chiomata ministra, allora si alzò e, di fronte ad un manichino raffigurante Fassino, girò gli occhi in dietro e inspirò profondamente. A quel punto, annunciati da una voce gutturale che diceva io amo la libertà, i capelli iniziarono ad allungarsi e intrecciarsi in un’unica corda rossa, con la quale letteralmente, strangolò e sbatté al muro il Fassino di stoffa, dopodiché, in un battibaleno, si ricompose e tornò a sedere.

A quel punto, gli inviati di Il Giornale, Libero e Tg4 andarono in sovraeccitamento ed iniziarono a saltare sulle sedie. Anche l’inviato del tg1 faticava a tenersi fermo e a darsi un contegno da giornalista imparziale, mentre l’inviato del tg3, immaginatosi divorato da un promotore, svenne e fu portato fuori in barella.

Dalla platea di subrette, si alzò il coro preparato di ancora, ancora. Nonostante qualcuna, non avendo ben letto il testo del proprio prezioso intervento, dicesse àncora, il premier sorrise ed alzò le braccia al cielo. Diede uno sguardo d’intesa alla sua spalla e, con un balzo felino, saltò sul tavolo.

Il pubblico rimase esterrefatto.

Berlusconi fece cenno di tacere e disse: “Se ne volete ancora, che ancora siano!”

Le luci dei neon si abbassarono piano, lasciando il posto a fasci colorati che salivano dal basso, illuminando il palco come ad un concerto dei Pooh. Dal soffitto, vennero calati cinque manichini rappresentanti la sinistra e le categorie pericolose: Vendola, un lavavetri con in mano la sua micidiale spazzola, un ragazzo dei contri sociali, riconoscibile dalla maglia rossa con scritto centro sociale, un radical schic, con il manifesto in mano e le Clark ai piedi, e, dulcis in fundo, un giudice comunista vestito con una toga rosso sangue e un numero di Repubblica sotto braccio.

“Allora facciamo entrare il primo promotore!”

La voce di Berlusconi era stentorea e impostata, come quella dell’annunciatrice di Ok il prezzo è giusto, mentre, muovendo i piedi, ancheggiava avanti e indietro, al tempo della colonna sonora della sfilata: il remix di Fargetta di Italia amore mio.

La platea di giornalisti era a metà fra il basito e l’eccitato. Solo quelli dell’Unità, del Manifesto e di Repubblica avevano provato a protestare urlando buffoni, ma erano stati subito accompagnati/trascinati fuori. Un paio di rappresentanti di piccole testate locali preferivano guardare la zona subrette, dove le ragazze si strusciavano sulle sedie e ammiccavano leccandosi le dita con le unghie pitturate d’azzurro, ma lo spettacolo proseguiva al meglio.

Il primo ad entrare fu Capezzone, nome in codice da promotore, lo scoppiature. Con fare sicuro e camminata da modello, a tempo sulla musica, si avvicinò al fantoccio di Vendola e iniziò a parlargli. In pochi secondi, la velocità delle sue parole divenne estrema, fino a renderle incomprensibili. In meno di un minuto, il discorso si tramutò in un fischio continuo e altissimo, finché la testa del fantoccio non esplose. Nello scoppio, centinaia di migliaia di caramellino gommose varie, dalle cole ai vermicelli, fino agli anelli, andarono a inondare i giornalisti, che, avidamente, ne mangiavano anche dieci alla volta.

Dopo l’applauso per Capezzone, il successivo promotore fu Scajola, alias Mr G8. Senza esitare andò davanti al manichino del ragazzo dei centri sociali e, con voce profonda, gli disse: te lo do io il G8. Spalancati gli occhi, con la sola forza dello sguardo fece un foro tipo di proiettile in fronte al manichino e gli ruppe tutte le ossa, come gli fosse passata sopra una camionetta della polizia.

Anche Scajola venne salutato come un eroe.

Dopo di lui, nell’ordine, salirono: Sandro Bondi, il poeta, che declamando una sua poesia provocò un’implosione nel radical chic, che si trasformò in un cubo di Rubik di pezza; Ignazio La Russa, lo squalo, che azzannò il clandestino con i suoi denti d’acciaio, fino a ridurlo a brandelli; e il ministro Alfano, il palpebra. Questo si posizionò davanti al giudice e, stringendo i pugni, ingrandì le già grandi palpebre nelle quali risucchiò e inglobò la toga rossa.

A quel punto, il premier dichiarò concluso lo spettacolo, mentre alcuni giornalisti ancora raccattavano da terra le poche caramelle gommose rimaste.

Piano, piano, la musica scese, si riaccesero i neon e tutti si ricomposero, come si deve ad un incontro istituzionale.

Una volta tornati alla normalità, la ministra Brambilla prese la mano del premier e concluse definitivamente l’incontro.

“Siamo già più di un milione”, disse, “il male non trionferà”.

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3 thoughts on “Freedom team

  1. lagentestamale scrive:

    L’articolo, manco l’avessi scritto io, è splendido.

    Le figurine sono una meraviglia!
    Le voglio tutte!

    Ale

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