Il reclamo

di Enrico Mazzardi

Nella hall dell’albergo Millefiori, tonnellate di cemento smaltate di bianco a dieci passi dalla riva ionica, Amerigo Bertaccini si allena a suonare il campanello, per richiamare l’attenzione del personale. Sono le cinque di mattina, settembre inoltrato, e l’intera stanza è vuota. Nessuno dietro al bancone, nessuno calato nelle poltrone circolari dell’ingresso, nemmeno un bambino che corra intorno ai vasi di palme.
Amerigo è scandalizzato, e alterna tre sonore scampanellate a un’occhiata fugace al Breil nascosto sotto la giacca di velluto bianco. Dietro il bancone dell’accoglienza, la parete è ricoperta di chiavi: non ci devono essere molti clienti. Bassa stagione. Passano due minuti, e finalmente qualcosa si muove: l’ascensore segna l’arrivo di qualcuno, aprendo le porte dorate dopo un garbato e deferente ting. Ne escono due uomini in completo scuro ed occhiali da sole che squadrano Amerigo, passano oltre, escono dalla porta girevole, e una signorina che accenna invece un moto di corsa per raggiungere il bancone. È costretta in un tailleur blu, camicia bianca sbottonata sotto il collo, e voce affannata: -Scusi, è da molto che aspetta Signor…
-Amerigo Bertaccini. Si figuri, non avevo di meglio da fare che attendere qui in piedi. La giovane, trent’anni portati faticosamente, crede che l’avventore stia rispondendo scherzosamente. Ma il volto inespressivo e le palpebre ferme, ammainate a mezz’asta sugli occhi grigi di Amerigo la fanno presto ricredere.
-Mi deve scusare. Abbiamo avuto un contrattempo alla piscina.
-Spero nulla di grave.
-Abbiamo dovuto sgorgare il depuratore. Sa, i piccioni.
Amerigo issa le palpebre fino ad inarcare le sopracciglia. È il tipico segnale di quando sta per controbattere duramente. Ma all’ultimo cambia argomento.
-Ad ogni modo, potrei avere una camera?
-Certamente, scusi ancora. Se vuole, abbiamo la suite 388, una delle camere migliori.


Nel frigobar manca il Gin, uno sportello della cucina è sbilenco, in un punto della camera da letto la carta da parati a righe verde mare e bianche verticali è macchiata di una sostanza scura, ormai indelebile. Seduto sul fondo del letto, Amerigo osserva tutti i particolari della stanza, non è affatto soddisfatto, scuote la testa. Guardando fuori dalla finestra della camera 388, al terzo piano del Millefiori, ha piena visuale del mare e della piscina antistante. Ha una buona vista, nonostante i sessant’anni siano passati da un pezzo: l’acqua dell’impianto, nonostante sia illuminata, è scura più che verdognola, come spesso accade quando non si somministra la giusta dose di cloro.
Amerigo è ancora una volta scandalizzato, non apre nemmeno le valigie, e raccattando i suoi effetti personali abbandona la camera per scendere fino al piano terra. L’ascensore è ancora aperto al suo piano, scende, e all’apertura delle porte dorate si trova nella hall faccia a faccia con la giovane inserviente dell’accoglienza, più due uomini giganteschi, fisico da buttafuori, facce da pregiudicati, tutti intenti a trascinare un grosso sacco nero verso l’uscita. Senza nemmeno rifletterci su due volte Amerigo, dopo aver deglutito, dichiara: -Intendo sporgere reclamo.

Dopo venti minuti, un occhio nero e un rivoletto di sangue tamponato col fazzolettino bianco del suo taschino, Amerigo è stato fatto accomodare nella stanza dell’appartamento 102, al piano terra. Lui voleva andarsene, cercare un albergo decente, e invece è stato trattenuto con le maniere forti e trasferito in quella specie di sgabuzzino riadattato a stanza abitabile. Una stanza che gli fa rimpiangere la 388. Se prima le pareti gli sembravano sporche, inadatte al decoro dell’hotel, ora poi, non si poteva che denunciare a gran voce lo scandalo. Tapparelle rotte, aperte a metà come se qualcuno dovesse spiare da esse, maniglia della porta d’ingresso fuori asse, finiture di ottone del letto scrostate, molle del materasso cigolanti come e più di quelle di un motel di provincia, carta da parati – orrenda, un monocromo e ruvido beige – strappata in più punti, macchie nere ovunque, anche sulla moquette, inestirpabili muffe nell’angolo nord. E lampadina del comodino saltata.
-Ah, cari miei, vedrete, quando metterò piede fuori di qui, parlerò, riferirò tutto a chi di dovere…
Bruno e Sandrino dall’alto del loro metro e novanta lo guardano a braccia conserte, quest’uomo magro, calvo, vestito come l’Uomo Del Monte.
-Ha visto tutto, non possiamo lasciarlo andare… Mormora Sandrino.
-Per me no. Stia a sentire! Dice Bruno alzando la voce. Che cosa ha visto?
-Una cosa che un uomo non vorrebbe mai vedere, signori miei.
I due energumeni si fanno più vicini al bordo del letto su cui siede Bertaccini.
-Ovvero?
-L’incuria. E mi avete trattenuto in malo modo, alzando le mani, mai vista una cosa del genere. Questo hotel avrà vita breve, se lo tenete in queste miserande condizioni, altro che quattro stelle sulla guida del…
Bruno ne ha abbastanza, ed esce sbattendo dietro di sé la porta della camera 102, lasciando cadere gli occhi sul sacco gonfio e oblungo che giace di traverso, in mezzo al corridoio. Prendendolo per l’estremità, comincia a trascinarlo di peso verso l’uscita d’emergenza.
Ma attraverso la porta verde mare dell’appartamento, si sente ancora Amerigo che continua a lamentarsi, con la sua voce scandalizzata.
Ha scoperto che proprio sopra la sua testa c’è pure un’infiltrazione.

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