Learco Pignagnoli, lo scrittore che non c'è

di Mattia Filippini

«Learco Pignagnoli è nato a Campogalliano e a San Giovanni in Persiceto»: così si legge nel risvolto di copertina. Ed è già abbastanza per farsi un’idea su questo personaggio piuttosto particolare nella letteratura italiana contemporanea. La natura stessa del testo è messa in discussione dal personaggio Pignagnoli; il problema ontologico e interpretativo che si pone immediatamente è il dubbio sull’esistenza di questo autore e il rapporto con il “curatore” dell’opera: è Benati che legge Pignagnoli o è vero il contrario? L’autore/lettore è legato anche a un’altra dimensione, quella autobiografia; il tentativo di disegnare una propria fisionomia attraverso un romanzo autobiografico immaginario è tipico del sottogenere dell’autofiction: essa consiste nel montaggio e nell’intervallo lacunoso di due racconti, l’uno fittizio, l’altro non fittizio. L’autore si inventa dunque un personaggio a cui presta alcuni tratti personali ed episodi realmente accaduti, con una sorta di finzionalizzazione dell’esperienza vissuta. Ma nelle Opere complete di Learco Pignagnoli, il confine fra i due aspetti è, come già detto, labile; l’auto-mitologia di Pignagnoli rende qualsiasi evento vissuto o riflessione qualcosa di eccezionale dietro la quale l’autore Benati scompare (o si nasconde). Questo “Io posticcio” sarebbe una sorta di filosofo di origine emiliana, eccentrico e lunatico come e più di un personaggio di Cavazzoni; l’aforisma e la brevità sono le sue armi contro la stupidità vigente della società. Un’estrema concisione caratterizza le moralità narrative di Pignagnoli, che guarda probabilmente agli apologhi di Thomas Bernhard e di Peter Altenberg e alle stranianti favole di Stevenson. Nei “racconti brevissimi” e nelle “opere” di Pignagnoli domina l’aspetto paradossale di narrazioni immobili, in cui la conclusione è simile o uguale all’inizio, dove il mondo sembra esplodere per tragicomiche banalità e l’anello che non tiene montaliano viene irriso da una realtà folle, spaiata e spietata, anche sul piano linguistico:

Opera n. 10

Per tutta la vita Tonino era stato a chiedersi come aveva fatto a essere l’ottavo di sette figli.

Opera n. 16

Quando eravamo giovani e andavamo fuori in gruppo, c’era sempre uno che non potevo compatire e che voleva fare un po’ il poeta, come aria. E diceva sempre delle frasi tipo: Qual è il senso della vita? Noi chi siamo? Perdìo, io lo sapevo chi ero. Ero Silvio Soncini.

Di fatto Benati ha costruito un libro sulla lettura intesa come atto di responsabilità e autocoscienza critica. Il giudizio verso i critici e la realtà in cui l’autore si trova non può che essere negativo; l’aspetto moralistico di tutti gli autori appartenenti a questo gruppo è già stato ribadito. La loro concezione di letteratura come igiene della lingua si esplica nella ricerca di una dimensione orale nel racconto e della semplicità dei termini e delle espressioni, anche se l’emblema della “semplicità” è felicemente paradossale: designa direttamente un’aspirazione e un’apparenza (in confronto alla letteratura e alla critica dei termini magniloquenti), ma per antifrasi si riferisce invece a quanto sia complicato avere un rapporto di semplice osservazione nei confronti del mondo, rinunciando alle rituali mediazioni del cerebralismo.

Le Opere sono la raccolta di 245 aforismi che vanno da poche righe a qualche pagina e di una appendice che contiene un breve romanzo autobiografico, sei poesie e un’opera teatrale in atto unico. Le prose, che occupano la parte più significativa della raccolta, potrebbero essere definite romanzi “senz’aria”, così come Manganelli aveva descritto nel 1979 i cento racconti che costituiscono il suo Centuria[1]. Si può affermare quindi che le opere di Pignagnoli sono altrettanti suggerimenti per romanzi, romanzi in potenza che lasciano molto spazio al completamento e all’immaginazione del lettore. I rimandi interni al testo spesso non sono evidenti, ma in altri casi sono espliciti: molti pezzi sono la continuazione di altri, mentre altri sono in rapporto analogico o tematico:

Opera n. 30

Era così felice di aver smesso di bere che, appena giunto a casa, ha stappato una bottiglia e l’ha bevuta d’un fiato.

Opera n. 31
C’era il ragionier Tovaglia che tutte le sere prendeva delle sbornie mescolando dei liquori di tipo diverso; e mentre beveva fumava una sigaretta dietro l’altra. Cosicché alla mattina aveva sempre una sete boia e quando andava in ufficio prendeva con sé una bottiglia d’acqua da cui beveva ogni tanto una bella sorsata davanti ai suoi colleghi. E poi diceva: Devo aver mangiato qualcosa di salato ieri sera.[2]

La rapidità e la leggerezza sono le caratteristiche che balzano all’occhio da questi brevi passi. Nelle opere di Pignagnoli tale leggerezza si trova nell’uso di un’ironia sdrammatizzante che si solleva sulla pesantezza del mondo e della realtà. I narratori e protagonisti delle varie opere sono scarti della società, emarginati dalla Storia e dalla vita, molto simili a quelli delle opere di Beckett; spesso nascondono il peso della propria solitudine dietro un inusuale sguardo sulla realtà, con la creazione di teorie personali e di dissacranti descrizioni. Sono uomini soli, a volte sull’orlo del suicidio, ma la loro acutezza nell’osservare le cose e una forte dose di autoironia, li salva e li eleva:

Opera n. 39

Le donne si innamoravano sempre di quello seduto accanto a lui.[3]

Opera n. 47

Domani sarà un giorno uguale ad oggi. Ma per alcuni no.[4]

Opera n. 70

Io comunque ho migliorato. Quando sono arrivato in questa città mi volevo impiccare.[5]

Opera n. 90

Bottazzi, gli ho scritto che volevo ammazzarmi, e m’ha risposto solo dopo due mesi.[6]

L’atteggiamento di Pignagnoli-Benati verso il mondo è quello di uno stupore che si ferma in constatazioni apparentemente assurde, in registrazioni fattuali di ovvietà contraddittorie, in scarti semantici e narrativi isolati da un flusso di pensieri vagolanti, dove per certi aspetti permane nella scrittura la vita materiale, in una specie di grado zero culturale, come se a parlare fosse una voce anonima e collettiva, che raccoglie frammenti di dialetto, fissità linguistiche, meccanismi inceppati del parlato. Un esempio è l’uso di “te” come soggetto della frase, non certo grammaticale, ma sicuramente molto diffuso nel parlato e nel discorso orale. L’alternanza stilistica tra registro alto e basso e volgare riflette ancora una volta l’ambivalenza dell’aspetto escatologico/scatologico di questi romanzi: se la dimensione filosofica prevale nelle riflessioni sul destino e l’esistenza di un qualcosa dopo la morte, a esse fa sempre da contrappunto la dimensione escrementizia e corporea della vita.

La sofferenza delle entità corali che di volta in volta parlano non è l’unica protagonista del libro. Una parte fondamentale è la forte critica agli intellettuali e al mondo accademico, nonché ad alcune caratteristiche della società: la faciloneria, il puro apparire, i luoghi comuni, le mode (bellissime le pagine sul buddismo zen). Leggendaria e sempre citata da tutto il gruppo di scrittori emiliani, è la figura dello scrittore Alberto Moravia; l’autore degli Indifferenti viene dipinto come un essere malato e patologico, che sta tra il feticismo e il narcisismo, in una specie di biografia patafisica e degradata sua e del suo biografo ufficiale, Alain Elkann:

Opera n. 98

Le apparenze ingannano, come tutti sanno. Non c’è niente che inganni più delle apparenze. A volte le cose lontane sembrano vicine e quelle vicine lontane. Prendete un romanzo di Moravia, sono trecentocinquanta pagine. Cosa credete? Di leggere davvero trecentocinquanta pagine? Leggete mezzo chilo di carta e basta. E cosa c’è in un mezzo chilo di carta? Niente. Se andate a comprare un romanzo di Moravia, non comprate un romanzo, ma un mezzo chilo di carta. E allora, anziché chiedere al libraio di darvi un romanzo di Moravia, dovreste dire più onestamente: Mi dia un mezzo chilo di carta di Moravia. Ma non lo dite perché siete schiavi delle apparenze.[7]

E ancora:

Opera n. 177

MOMENTO! FERMI TUTTI CHE HO SBAGLIATO! Comprate pure i libri di Moravia che adesso vi suggerisco io il titolo giusto: Vita di Moravia. Un libro ricavato da una lunga intervista che gli ha fatto lo scrittore formidabile Alain Elkann. È un libro, quello lì, che quando lo leggete capirete di aver fatto un grande acquisto. Altro che mezzo chilo di carta come avevo detto io! A pagina 81 della Vita di Moravia, Moravia racconta che era andato da New York a Città del Messico e poi a Città del Messico aveva preso il treno per tornare a New York e dice che s’era trovato nello scompartimento con una matura donna tedesca che sembrava Goering in gonnella. Poi dice che questo donna ha cominciato a chiedergli chi era e dove andava e di che nazionalità era. E Moravia le ha detto: Indovini lei. E la donna tedesca: Spagnolo? No. Inglese? No. Francese? No. Portoghese? No. Danese? No. Polacco? No. Irlandese? No. Ungherese? No. Austriaco? No. Insomma non ci prendeva mai e alla fine Moravia è stato lui a dirle che era italiano. Dopo Moravia racconta che hanno cominciato a chiacchierare e pian piano sono andati lungo il treno fino all’ultimo vagone dove c’era un terrazzino. Poi Moravia racconta che il treno scodinzolava in mezzo a una campagna brulla e polverosa, fitta di cactus, e che hanno fatto all’amore lì sul terrazzino in mezzo agli scossoni del treno. Moravia dice che era una donna più che matura e lui l’abbracciava e sentiva la sua carne molle e sgonfia che si spostava stranamente sullo scheletro. Quindi sul terrazzino di quel treno, mentre attraversavano lo stato dell’Arkansas, dovremmo immaginarci che Moravia era là in piedi che trombava questa donna tedesca somigliante a Goering. E non me le invento mica io queste cose, le racconta Moravia stesso nella lunga chiacchierata che ha fatto con Alain Elkann, uno scrittore formidabile.[8]

Moravia ed Elkann non sono gli unici bersagli della satira di Pignagnoli: spesso entrano nelle sue mire anche Sanguineti («Sanguineti, è un tirchio della malora»[9], Opera n. 176),  Pascoli, Bevilacqua, Eco e i professori universitari («C’era un professore ad una conferenza che mentre parlava mi era venuta voglia di tirargli un sasso»[10], Opera n. 45).

Il romanzo autobiografico di Pignagnoli, intitolato Giacomo, svela la sua vocazione di scrittore e getta luce sulle 245 prose precedenti. Si racconta di come Giacomo (nome evocativo) abbia cominciato a scrivere in età avanzata. Uomo solo senza una donna come molti dei narratori e personaggi delle precedenti opere, Giacomo vive ancora nella sua camera e a casa con la madre. La solitudine, palpabile, viene come nelle altre prose, soffusa dalla sottile autoironia. La vocazione del protagonista avviene al rallentatore, in una specie di realtà dilatata nei ricordi: il reperimento della sedie su cui un parente aveva mostrato come ci si impicca, i quaderni comprati in una tabaccheria al posto delle sigarette e più volte dimenticati e ritrovati, la matita a cui sembra impossibile fare la punta:

Quella lì era una seggiola che io mi ricordavo in modo particolare perché un giorno se n’era servito un nostro parente per farci vedere come si fa a impiccarsi. C’era montato sopra facendo finta di averci un cappio intorno al collo e poi con un piede aveva dato un calcio di lato che la seggiola gli era volata via da sotto i suoi piedi e lui era caduto per terra ma facendo il gesto di tirar su la cravatta per mostrare come invece sarebbe rimasto se al posto della cravatta c’era una corda attaccata alla trave.[11]

Quel che si può notare è che gli oggetti scatenano delle epifanie proprio come in Proust; e questo breve romanzo autobiografico è quasi una Recherche in miniatura, in cui Giacomo va alla ricerca del proprio tempo perduto. Pignagnoli/Giacomo/Benati, con il suo carico di ironia straniante e malinconica («Perdio, avevo quarantadue anni e non ero mica l’ultimo degli imbecilli»[12]) somiglia da vicino a uno degli “idioti” di Cavazzoni; è uno scrittore inutile che rimugina e perde il filo, fino a quando, dopo anni passati a guardare, non si siede su quella famosa sedia e si mette a scrivere. Il brano che segue e che conclude l’autobiografia è da considerarsi come una dichiarazione di poetica:

Io, lì, seduto su quella seggiola che il mio parente aveva adoperato per impiccarsi, anche se non ero buono a scrivere, scrivevo lo stesso. Stavo lì seduto come se mi avessero inchiodato. C’era mica distrazione dalle mie parti, ma giù a rotta di collo a dire quello che andava detto. A modo mio, senza ricami. Le parole mi venivano fuori non so da dove, perché ci pensavano loro. Capire i misteri, io che non ci avevo la più pallida idea, lasciavo che bussassero alla porta mentre che la testa mi si riempiva di parole, e fu così che cominciai a scrivere.[13]

Per quanto riguarda le sei poesie, esse si rifanno al Delfini di Poesie della fine del mondo[14]. In queste liriche manca totalmente la causalità e la temporalità; i versi sono liberi e Benati va a capo secondo l’istinto creativo e secondo la necessità musicale; più che poesie, sembra di avere a che fare con una prosa spezzettata e con un’imitazione sconsacrata di poesie di Ungaretti con versi molto brevi:

POETRY NUMBER TWO

Certe persone

Hanno paura che prendiamo

Per il culo

I loro figli

Piccoli

E noi gli facciamo

Uno scherzo

O una domanda

Trabocchetto

Hanno paura

Che li prendiamo

Per il culo[15]

Ciò che caratterizza questo romanzo, siano esse brevi prose, romanzo autobiografico, poesie, opere teatrali, è una certa filosofia di fondo, che si pone fra il disperato e il rassegnato, ma con una spiccata lucidità e intelligenza, e che si può trovare riassunta nell’Opera n. 161: «Se non c’è niente da ridere vuol dire che non c’è niente di tragico, e se non c’è niente di tragico, che valore vuoi che abbia».[16]

Opere complete di Learco Pignagnoli, Daniele Benati, Aliberti, Reggio Emilia, 2006, pp. 172, 13 €.

[1] Cfr. Giorgio Manganelli, Centuria, Rizzoli, Milano, 1979.

[2] Daniele Benati, Opere complete di Learco Pignagnoli, Aliberti, Reggio Emilia, 2006, p. 23.

[3] Ivi, p.26.

[4] Ivi p.28.

[5] Ivi, p. 34.

[6] Ivi, p. 41.

[7] Ivi, p. 44.

[8] Ivi, pp. 77-78.

[9] Ivi, p. 75.

[10] Ivi, p. 28.

[11] Ivi, p. 136.

[12] Ivi, p. 150.

[13] Ivi, p. 152.

[14] Cfr. Antonio Delfini, Poesie della fine del mondo e poesie escluse, Quodlibet, Macerata, 1995.

[15] Daniele Benati, Opere complete di Learco Pignagnoli, Aliberti, Reggio Emilia, 2006, p. 157.

[16] Ivi, p. 69.

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5 thoughts on “Learco Pignagnoli, lo scrittore che non c'è

  1. Thomas Pololi scrive:

    Bello. E’ tra i libri che devo prendere quando avrò di nuovo soldi per comprare dei libri.

  2. linda scrive:

    Grazie e grazie anche per il link. Troppo buoni.

  3. […] sembra che apprezzi molto Learco Pignagnoli, tanto è vero che alcune targhe sono dedicate proprio a questo personaggio. In quale misura il […]

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