Uno sporco lavoro

di Serafino Maccarinelli

-“Andiamo”- mi dice tirando l’ultima boccata di sigaretta prima di gettarla a terra, lontano. Mi aggiusto i pantaloni, la cintura la stringo di un buco. Andiamo. Lo vedo arrivare da lontano, dobbiamo prenderlo anche oggi. Belva mi strattona per una manica, ribadisce il fatto che dobbiamo andare. Io mi divincolo, liscio la camicia, la rimetto come stava prima: bene. Almeno in questo voglio fare bella figura. Non conviene mettersi a discutere con Belva, a meno che tu non voglia renderti la vita molto complicata, c’è un motivo ben preciso per cui lo chiamano così. La fondina di cuoio nero da un lato, bene in mostra. È il mestiere che lo impone. Belva, moderno pistolero, si sgranchisce le dita, si asciuga il sudore del palmo strofinandosi la mano contro i pantaloni. Poi l’attesa finisce, il mezzo è arrivato, ci si ferma di fronte. Scattiamo meccanicamente in avanti, pronti a cominciare lo sporco lavoro, saliamo i gradini:
-“Biglietto, prego”-
Belva estrae dalla fondina l’arma, lo scanner magnetico con cui controlla che i biglietti siano obliterati. Li fa passare come una carta di credito nella fessura, velocissimo. Non ringrazia mai, non guarda in faccia nessuno, pensa solo a ispezionare il prossimo passeggero. E spera. Spera che qualcuno sia sprovvisto del biglietto. Perché è lì che Belva diventa una belva. Hai obliterato male? Multa. Hai il biglietto poco leggibile? Multa. Sei un extracomunitario? Multa e questura. Belva ha tutta una serie di discorsi moralistici predefiniti caricati nella memoria, da urlarti in faccia, per cui non puoi fare altro che sentirti un verme, un reietto, vorresti sotterrarti.
Ma invece sei su un autobus e non puoi scendere fino alla prossima fermata. E i moralismi della Belva sono cronometrati, calcolati in base alla distanza tra una apertura delle porte e l’altra. Il meglio di sé lo dà sulle corse extraurbane, dove le soste sono più rade. Davanti a quest’uomo dalla carnagione olivastra, con dei baffi sottili nerissimi come i capelli, tozzo, compatto, gli occhiali piegati che sporgono appena dal taschino della giacca, chiunque regredisce alle fasi infantili.
Alla base, appeso dentro allo spogliatoio dei dipendenti, c’è un cartellone con i nomi dei controllori e di seguito una serie di stelle che stanno a indicare quante persone si è riusciti a far piangere nell’ultimo mese. Belva è chiaramente in testa, senza concorrenti che lo tallonino. Questa goliardata tra colleghi è la sua forma di onanismo, su cui costruisce la sua autostima. Di notte mi sogno le sue stelle che arrivano in fondo al cartellone e ricominciano a susseguirsi dalla riga sotto.
Quando il turno mi impone di stare in coppia con Belva mi sento particolarmente a disagio: cerca ogni volta di farmi diventare un suo discepolo.
Mi dice:
-“Controlla quello”-
Oppure:
-“Più cattivo”-
E mi strattona continuamente la camicia blu, il bastardo. Non deve toccare la mia camicia blu.
-“Son sessantadue euro”- dice vincente consegnando la ricevuta.
Io alle sue spalle faccio delle facce come per scusarmi.

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