I chiodi di Cechov e Tarkovskij

[Mattia Filippini]

C’è un pensiero che continua a tornarmi in mente in questo periodo, è una cosa che diceva Cechov, una specie di equazione, che se un personaggio pianta un chiodo nel primo atto di un dramma, allora nel terzo atto ci si deve per forza impiccare.

Poi ogni mattina esco per andare a lavoro, ogni mattina c’è sempre un grado in meno sul termometro del supermercato di fronte a casa mia, diciassette sedici quindici. Poi la temperatura si è attestata a quattordici gradi per diversi giorni. Poi è crollata improvvisamente, svenuta. La testa mi si è riempita di pensieri spietati, che uno li fa anche solo per un nanosecondo, gli si dipana davanti tutta l’amarezza delle cose, il quadro generale, che siam messi male tutti quanti: è l’inverno.

Uscire la mattina, d’inverno, tutto gobbo, cercando un senso a quello che si sta facendo, entrare dentro il grigio della giornata e degli edifici, sembra di essere in quel film di fantascienza del regista russo Andrej Tarkovskij, in cui i tre protagonisti, che parlano pochissimo, si addentrano in questa specie di luogo abbandonato e misterioso alla ricerca di una stanza che realizza tutti i desideri.

Poi, al lavoro nel centro commerciale, c’è talmente tanta gente che vaga instupidita dalla musica ad alto volume che non riesce nemmeno a trovare l’uscita e continua a far suonare l’allarme delle porte con i maniglioni antipanico. Mi vien da chiedermi come sarebbe il capannone vuoto, silenzioso e soprattutto senza tutte queste persone che sembrano degli insetti in un labirinto.

Anche in quel film di Tarkovskij la presenza fisica degli attori è una cosa superflua, è un mezzo narrativo per raccontare gli esterni immobili e sgarrupati, e gli interni altrettanto sgarrupati e teatrali. Ci sono scene lunghissime che si soffermano sui particolari, i grandi acquitrini, l’acqua che scorre, le fabbriche abbandonate, i mobili rovesciati, gli oggetti arrugginiti.

Ecco, a me, la mattina, sembra mi han lasciato cadere direttamente dentro un mondo di palazzoni in disfacimento, pieno di pozzanghere di neve sciolta, Bologna sembra un po’ l’ambientazione di quel film, una specie di periferia immobile in cui non succede niente da secoli, ma in cui pare che tutto stia per cambiare da un momento all’altro.

Per il regista, il film è una sorta di scultura fatta di tempo, in cui la ricerca di questa stanza miracolosa all’interno di questa Zona altro non è che il pretesto per fermare su chilometri di pellicola il fatto che la realtà semplicemente accade, che spesso siamo noi a essere ciechi. Questo è il suo chiodo fisso, cioè che la realtà che accade è la somma di tanti piccoli e insignificanti particolari, che stanno tutti dentro i ventiquattro fotogrammi al secondo della finzione cinematografica, non si scappa, è matematico. Almeno mi pare di aver capito così.

Poi, una volta che i tre personaggi che parlano pochissimo, ma che quando parlano dicono delle cose molto serie e profonde, sono davanti all’ingresso di questa misteriosa stanza dei desideri, decidono di non entrare, chissà perché.

Allora, a me, alla fine del film, dopo quasi tre ore, mi è tornato in mente quello che diceva Cechov e ho pensato che nella vita, così come nei film di Tarkovskij, c’è pieno di chiodi piantati a cui non succede niente.

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3 thoughts on “I chiodi di Cechov e Tarkovskij

  1. rossella scrive:

    …cercavo proprio queste parole. la stessa identica cosa, il ronzare della teoria del chiodo, e tutto. solo che a me non accade a bologna, ma in un paese di 6mila anime (morte). mi serve un chiodo alla checov, non uno bolognese. posso mettere il link di questo articolo su fb?

    • mattiafilippini scrive:

      Ciao Rossella, mettilo pure, l’importante è citare la fonte e l’autore. Tieni duro che è un periodaccio per tutti e la teoria dei chiodi di Cechov funziona solo nella finzione, anche se spesso non sembra.
      Saluti

  2. mattiafilippini scrive:

    Ah, c’è anche il gruppo della rivista Teflon su facebook, se ti interessa

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