Intervista a Don Delillo

Dal nostro inviato negli States, Mattia Filippini

(leggi le altre interviste: Billy Corgan e Kurt Vonnegut)

Dallo stato dell’Indiana ho percorso in auto circa 700 chilometri, attraversando anche la Pennsylvania, famosa perché il nome assomiglia a quello dello stato dei vampiri, da qualche parte in Europa, c’è scritto su un cartello con alcuni buchi di proiettile che vedo dal finestrino. La destinazione ovviamente è New York city (e non lo stato di New York, poco più a nord; è facile far impazzire i navigatori satellitari).

Lo scopo di questo spostamento è andare a intervistare Don Delillo, uno dei miei scrittori preferiti; delle 12 ore di viaggio ne ho impiegate 4 per parlare con la sua addetta stampa. Le ho stressato l’anima finché non l’ho convinta a passarmi Delillo, che evidentemente doveva essere lì vicino perché ha preso subito il ricevitore. Ho usato ancora la scusa della famosa rivista italiana, con sede near Campobasso, gli ho detto al telefono mentendo spudoratamente (la famiglia di Delillo ha origini proprio da quelle parti). Ah, Campobasso! ha detto lui senza neanche esserci mai stato. Chiude la conversazione dandomi il suo indirizzo. Qualche ora dopo sto cercando parcheggio sotto casa sua.

How’s Balotelli? mi chiede subito, appena entro nel suo salotto. Mmm, gli faccio segno di così così con la mano. Appoggio la borsa per terra e mi siedo su una poltrona; come prima cosa gli dico: lo sai che in Italia i tuoi romanzi escono dai 10 ai 20 anni di distanza dalla pubblicazione negli Stati uniti? è come leggerti dentro una macchina del tempo. Ah, mi dice lui, praticamente come la stele di Rosetta; dovete portare pazienza.

Ho intenzione di parlargli dei romanzi che in Italia non sono famosi e che quindi in pochissimi avranno letto, come Mao II e La stella di Ratner: in Mao II fai un interessante paragone tra scrittori e terroristi, gli dico: se prima erano gli scrittori a occupare un ruolo fondamentale nella coscienza delle persone e a modificare la cultura, ora questo territorio è stato occupato dai fabbricanti di bombe e dai terroristi. Sì, mi risponde, se tu leggi Jean Baudrillard capisci bene che la storia è stata immobile per molti anni, fino a quando non è successo quello spettacolo assieme terribile e ipnotico delle torri gemelle. Se prima era il romanzo ad alimentare la nostra ricerca di significato, ora sono le catastrofi, o meglio: i resoconti delle catastrofi, i bollettini, le dietrologie.

A proposito de La stella di Ratner: è chiaro che l’intertesto è Alice nel paese delle meraviglie. Qui un ragazzino intelligentissimo è chiamato da un centro ricerche a decifrare un messaggio incomprensibile proveniente da una stella appena scoperta. Fra incontri con assurdi scienziati, il tema fondamentale è quello di un linguaggio unico con cui potere -senza riuscirci- comunicare. E’ a questo che tende il romanziere? Esatto, mi risponde, questo è anche il motivo per cui in Italia i miei romanzi arrivano con una distanza di tempo così grande: è difficilissimo far arrivare un messaggio, perché il mezzo con cui si trasmette è molto inquinato, con buona pace di McLuhan, che aveva previsto solo in parte tutto ciò.

Non ho ancora visto Cosmopolis, gli confesso per concludere. Lui mi guarda male. Poi si illumina: ho qui la mia copia esclusiva, mi dice. Ora lo guardiamo tutto, continua. 105 minuti dopo, con ancora negli occhi l’espressione da pesce sorpreso a masturbarsi guardando dei girini del tizio famoso per i film sui vampiri, gli chiedo Non è che mi daresti il numero di Cronenberg?

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2 thoughts on “Intervista a Don Delillo

  1. se è tutto vero, beh, puoi morire felice dopo questo.

  2. [...] chiesto a Don Delillo il numero di telefono di Cronenberg; quando ho provato a chiamare mi sono accorto che quel [...]

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